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sabato 4 febbraio 2023

La Terza via - 19

 

https://www.edizioniefesto.it/collane/origo-gentis/437-la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade

A Londra era tutto un proliferare di sette new wave di ispirazione per lo più orientale: buddhiste, indiane, cinesi, persiane; e i giovani si perdevano appresso a questi venditori di illusioni e di sogni, mascherati da spiritualità antiche e profonde. E non ho mai capito se fossero i giovani più smaliziati o quelli più fragili a confondere la ricerca dello spirito con le sostanze che alteravano la percezione della realtà ordinaria; probabilmente la questione era correlata alle letture più in voga in quel momento: Aldous Huxley, Allen Ginsberg e i poeti della Beat Generation, Baudelaire, Herman Hesse e chissà quanti altri ancora. Tra questi c’era sicuramente anche il sudamericano Carlos Castaneda, trapiantato negli USA per studiare Antropologia e finito poi  in Messico ad applicare sul campo i suoi studi sul popolo degli Huicholes, uno dei tanti ceppi originari del territorio attorno all’altipiano della Sonora che assumevano il peyote, il fungo contenente la mescalina, che a quanto pare li metteva in contatto con un mondo fantastico. Eppure l’antropologo peruviano (lì mi pare fosse  nato Castaneda) spiegava bene di non amare queste droghe. Ma non c’è niente da fare: ognuno sceglie ciò che più gli aggrada in ogni lettura, soprattutto se condotta senza un’adeguata guida.

Così, leggendo quella trilogia che mi era capitata tra le mani (ma la serie completa, come scoprii più avanti negli anni, conta molti più volumi), sognavo di diventare l’allievo di uno sciamano yaqui (nei libri non viene mai menzionata l’esatta etnìa dello sciamano che funge da maestro per lo scrittore, forse per evitare il turismo superficiale di viaggiatori interessati soltanto allo sballo facile, laddove la ricerca dell’autore, sembrava invece avere tutti i crismi di una vera e propria ricerca antropologica e di uno studio sul campo), di ingerire il peyote e di fumare; di padroneggiare la bilocazione riuscendo  a librarmi in volo, come un autentico volatile; e tutte le altre fantasticherie che andavo leggendo; e che sembravano credibili e vere; e magari lo erano veramente, chissà! Quando si è giovane è più facile credere e sognare l’inverosimile; e perfino l’impossibile.

 

 

 

 

 

 

mercoledì 1 febbraio 2023

La Terza via - 17

 


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Capitolo 5

A Londra gli italiani che andavo via, via conoscendo potevano dividersi in due categorie: quelli stabili, o stanziali,  come Donato e Giampiero, e quelli di passaggio, che venivano a fare una

vacanza, magari  di studio, ma sempre di vacanza si trattava.

La mia impressione era che a tutti questi italiani di Aldo Moro non gliene fregasse molto. Anzi, li definirei degli anticasta ante-litteram. Io mostravo indifferenza, coerente con la mia scelta di



non schierarmi né con i brigatisti, né con il loro nemico, lo Stato.

Questi italiani di passaggio a Londra parlavano invece apertamente contro la classe politica, soprattutto quella democristiana, corrotta, asservita agli americani e in combutta con i servizi segreti deviati, quelli che avevano messo le bombe.



Adesso è normale sentir parlare male dei politici, ma all’epoca io ero convinto che esistessero anche dei politici onesti. Il cinismo di questi vacanzieri mi colpiva; e non certo positivamente.

Quando fui stufo di sentire tutte quelle chiacchiere cominciai a spacciarmi per spagnolo, o per argentino; almeno con gli italiani, così sfuggivo alla morsa di quelle notizie e di quelle discussioni; quantomeno riuscivo ad evitare quelle conoscenze superficiali che non mi portavano niente di buono. Preferivo fumare e non pensare a niente di impegnativo. Lavoravo e fumavo; fumavo e



pensavo; e nel frattempo cercavo la mia strada.

domenica 29 gennaio 2023

La Terza via - 16

 

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Questi ragazzi connazionali si occupavano invece del settore artigianale relativo alla panificazione e alla cottura delle pizze. Si iniziava con preparare l’impasto, versando in una impastatrice le quantità previste di farina, sale, acqua  e lievito. Quando l’impasto era pronto,  si provvedeva a ricavarne le forme circolari, decisamente di diametro inferiore al formato delle classiche pizze che in Italia vengono servite nei ristoranti e più tardi confezionate dalle grandi case del settore alimentare.

 Le forme venivano poste nelle grandi teglie di metallo che altro non erano se non i ripiani dei carrelli che successivamente andavano inseriti nei forni per la cottura. Ogni carrello aveva una decina di ripiani, ciascuno dei quali conteneva una dozzina di pizze. Una volta ottenuta la cottura,  le pizze erano pronte per essere trasferite, spingendo a braccia i carrelli sino al settore dove iniziava la preparazione che ho già descritto, con l’avvio del nastro trasportatore gestito dai colleghi egiziani.

Io venni aggregato al settore panificazione dove imparai presto le varie fasi della lavorazione. Il mio istruttore fu un ragazzo ligure, garbato e calmo,  che si chiamava Giampiero (di cui ho già avuto modo di parlare).

 Fu lui che mi indicò cosa e come fare, ma lo fece con gentilezza e senza mostrarsi saccente o supponente,  come spesso accade nei luoghi di lavoro nei confronti dei nuovi arrivati.

Fra gli  altri italiani che ricordo, oltre a Donato e Giampiero,  ricordo anche Natale, un veneto che aveva due grandi amori: le moto e l’hashish; non saprei dire quale delle due passioni gli costò la vita, forse furono entrambe; morì infatti in sella alla sua moto, qualche tempo dopo, in seguito a un incidente stradale di cui non seppi mai l’esatta dinamica. C’era poi Arturo, un ventottenne alquanto originale, forse emiliano o romagnolo. Ricordo che portava  un orecchino pendente  all’orecchio  sinistro,  che quasi gli aveva staccato il lobo, capelli lunghi  e  denti gialli e piccoli, corrotti sicuramente dal fumo delle sigarette che fumava in continuazione. Aveva sul viso una perenne espressione di estasi che,  con qualche malevolenza,  si sarebbe anche potuta descrivere ebete o assente; non di meno, egli svolgeva il suo lavoro con efficienza, seppure assorto in quella sua aria di eterno estraniamento che interrompeva soltanto per gridare «trolley!», con cui invitava qualcuno a ritirare i carrelli con le pizze appena sfornate, indicando al contempo che necessitava di un altro carrello vuoto; oppure gridava «enough!», quando i trolley vuoti erano diventati troppo numerosi davanti al forno. Dopo gli si ristampava in viso quel sorriso estatico che i miei compagni di lavoro, senza che io li sollecitassi, mi dissero fosse da attribuire ai suoi abusi di sostanze stupefacenti varie e non meglio identificate.

Altri ragazzi andavano e venivano; gente di passaggio; studenti in cerca di un lavoro provvisorio; quasi nessun inglese, molti italiani. Giampiero era una specie di capo, forse supervisor o assistant menager, non saprei dire; ma non faceva pesare il suo grado ed era sempre gentile con tutti, pur se pretendeva la massima efficienza.

Il lavoro in sé era abbastanza impegnativo. A me pesavano soprattutto due cose: alzarmi presto al mattino e rinunciare al riposo pomeridiano. Ma per il resto il lavoro non era male.

E durante  l’week end, in linea con la migliore tradizione britannica, non si lavorava.

 

giovedì 26 gennaio 2023

La Terza via - 14

 

Quando il vecchio Jim non riusciva a chiamare il montacarichi, che spesso veniva chiuso male dagli operai che ricevevano il formaggio, soleva urlare come un dannato:

 « Shut, boys, you know, that fucking door!»

 Ce l’aveva soprattutto, il vecchio Jim, con certi ragazzi egiziani che lavoravano di sopra. C’erano anche dei ragazzi italiani, nella catena di montaggio, ma tutti sembravano avercela con quegli egiziani (scoprii più tardi che erano Egiziani di religione Copta).

Anche Pinto, l’altro grande vecchio della fabbrica, che fungeva da magazziniere, mentre circolava  col suo  muletto per il carico e lo scarico delle merci, rivolgeva i suoi strali, in una strana e buffissima lingua, tutta sua,  frammista  di italiano,  portoghese e inglese, ai giovani egiziani, ai quali, indistintamente diceva in tono canzonatorio,  quando gli passava accanto:

«Ragassu arabu comidu carne con culo e poi ditu “very gudy!”» .

 

E  ridacchiando si allontanava, sempre spingendo il suo carrello e facendo finta di non sentire la risposta piccata di quelli.

Io mi ero fatto crescere una gran barba nera e sbrigavo il mio lavoro agli ordini di Jim, che però non mi permise mai di entrare nella cella frigorifera e mi rispettava in tutto e per tutto. La sera me ne stavo in camera a riposare, a leggere  e a scrivere poesie. Solo il sabato mi concedevo un salto al pub a bere un paio di birre. 

Andò così avanti per un paio di mesi. A un certo punto, stanco di stare solo anche sul posto di


lavoro,  chiesi al boss di poter cambiare “upstairs”. Il capo mi volle accontentare e così iniziai una nuova vita.

domenica 22 gennaio 2023

La Terza via - 12

 

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La fortuna mi arrise subito nella ricerca del lavoro. Vicino all’ostello che avevo prenotato da Cagliari, poco discosto dalla importante stazione di King’s Cross, c’era un negozio di alimentari di cui era proprietario un italiano, un giovane marchigiano di cui adesso non ricordo il nome.

Frequentavano il negozio diversi altri connazionali, tra i quali vi era il braccio destro di un imprenditore emiliano o forse milanese, adesso non saprei dire. Fu lo stesso titolare del negozio di alimentari, col quale mi ero confidato, a chiedergli se per caso avesse qualche lavoro stagionale da propormi, una sera che stazionavo lì, a chiacchierare, tra gli odori pregnanti e familiari di prosciutti e formaggi italiani. Mi disse che il suo capo, tra le altre cose, possedeva una fabbrica dove si imbustavano delle pizze da supermercato e dove spesso cercavano del personale. Risposi che gli sarei stato grado e che avrei accettato volentieri di lavorare in quella fabbrica di pizze.

 Detto, fatto. Quello stesso fine settimana mi comunicò che il lunedì successivo avrei dovuto presentarmi al titolare per iniziare il lavoro in fabbrica. La scuola di Londra, per me, iniziò quel lunedì di luglio dell’anno 1977.

giovedì 19 gennaio 2023

La terza via - 10

 


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Michelle,  d’altronde, era una pittrice e si guadagnava da vivere vendendo i suoi quadri e facendo ritratti a Portobello e negli altri grossi mercatini rionali londinesi; le sue frequentazioni quindi consentivano a Giampiero di non perdere del tutto i contatti con un certo tipo di cultura e di mentalità alternative, alle quali, anche se non nel profondo del suo essere, era stato comunque legato.

 

A me queste figure di bohemiens piacevano da morire. Non mi riferisco  soltanto alle donne. Michelle, certo, mi piaceva; ma era la donna di un amico; e per me era sacra e intoccabile. Mi riferisco in generale a quei giovani che allora riuscivano a vivere di espedienti, magari suonando la chitarra nelle metropolitane, oppure dipingendo, come Michelle, o vendendo prodotti artigianali di propria fattura. Mi affascinava quel mondo, avvolto nel mistero, dove si praticava il sesso libero e ci si perdeva nel fumo e nei sogni della droga, senza pensare ad altro che al presente; senza rogne e senza impegni; senza orari di lavoro o di studio. Se i ricchi potevano farlo grazie ai loro soldi, io, che ricco non lo ero e non aspiravo neppure a diventarlo, avrei potuto esserlo, o meglio immaginavo di diventare libero,  grazie all’arte, all’ingegno, a una qualche forma di creatività che purtroppo non avevo.

Ma in fondo, sognare non costava niente. E io sognavo di essere ciò che non ero. Magari, mi dicevo, potevo migliorare nella chitarra. Ma avrei avuto il coraggio di mettermi a suonare nei corridoi della metropolitana? Sarei riuscito a vincere la mia timidezza? Forse mi sarei potuto procurare degli attrezzi adatti e mi sarei potuto cimentare nella fattura artigianale di braccialetti e orecchini; li avrei venduti al mercato di Portobello road e degli altri mercatini rionali londinesi.

Così continuavo a sognare. Sognare, in fondo, non costa davvero niente. Guai se non ci fossero i


sogni. Sono i sogni, mi dicevo,  che spingono il mondo e sostengono la vita.

 

 

 

 

domenica 15 gennaio 2023

La Terza via - 8

 

 

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Capitolo 3

 

L’antica rabbia politica e rivoluzionaria di Giampiero, al contrario di quello che era avvenuto per Donato,  si era dissolta nella nebbia londinese e se per gli altri della sua generazione Londra aveva costituito un’alternativa alla rivoluzione, sotto  forma di un ponte verso la filosofia orientale, lui, invece, pur continuando  a coltivare,  in italiano e in inglese, le sue letture giovanili, si era adagiato in un tranquillo e pacifico moderatismo; mi accadeva di frequente di  intrattenermi con lui in lunghe dissertazioni serali, a casa sua, dopo cena, quando fra una pipata e l’altra, sprofondato in un’ampia e comoda poltrona, con una pacatezza disarmante, ma nel contempo accattivante, mi profetizzava ancora l’avvento al potere del proletariato come soluzione unica ed inevitabile, ma da raggiungere però in maniera graduale, attraverso i tempi di maturazione che lo sviluppo della società le avrebbe consentito di fare, secondo un processo evolutivo inevitabile e inarrestabile, che avrebbe seguito un ordine prestabilito. Ed era tanta e tale la forza e la sicurezza delle sue argomentazioni che io, neanche una volta, neppure per un solo istante, fui capace di dubitare che Giampiero avrebbe esitato, al momento della resa dei conti, a rinunciare alla sua


posizione, già di fatto acquisita, di supervisore in fabbrica, con il sorriso di chi si sente vincitore.

giovedì 12 gennaio 2023

La Terza via - 6

 

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Capitolo 2

A quel tempo, a Londra,  le notizie dall’Italia arrivavano con un giorno di ritardo. Non che io le cercassi, tutt’altro. Ero andato via dall’Italia perché non ne potevo più di stare a sentire e a leggere sempre le stesse notizie: attentati, gambizzati, scioperi, scala mobile, crisi di governo, rimpasto, arco costituzionale, extraparlamentari, gruppuscoli, galassia terroristi, destra e  sinistra.

Sul piano politico, a destra l’Italia era bloccata dall’arco costituzionale, mentre a sinistra l’ostacolo era il Patto Atlantico. Io non mi sentivo né di destra, né di sinistra. A pensarci bene forse ero partito per Londra alla ricerca di una terza via.

La  notizia del rapimento dell’onorevole Aldo Moro,  ad opera delle Brigate Rosse,  mi lasciò pertanto piuttosto indifferente.

Soltanto dopo ho capito la grandezza di quest’uomo politico, la sua lungimiranza, la sua tenacia. Era un uomo rivoluzionario, a modo suo; ma nel suo mondo non fu capito; o fu male inteso; o forse i farisei filoamericani e gli scribi democristiani si servirono dei barabba rossi per levarsi di torno un avversario interno più intelligente  e più capace di loro. In fondo me n’ero andato dall’Italia per non pensare alla politica, perché mi sarei dovuto sbattere su quella notizia?

martedì 10 gennaio 2023

La Terza via - 4

 

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Soltanto gli irriducibili restarono sul campo e,  imbracciando le armi vere, combatterono  la loro rivoluzione fatta di illusioni e di teorie astratte, elaborate da filosofi sognatori,  frutto di pensieri malati, fondate sul nulla.

Tanto ciò è vero che al loro assunto di base, la dittatura del proletariato, mancò proprio quello che doveva essere l’autore principale e l’interprete della vittoriosa e gloriosa rivoluzione: il proletariato.

In  nome di queste teorie astruse, questi intellettuali malati di megalomania e di protagonismo storico (compagni che sbagliano, li chiamò troppo benevolmente qualcuno),  disseminarono il terrore per tutta l’Italia, proclamando in deliranti comunicati  l’avvento di improbabili vittorie e chiamando alla rivolta un popolo inesistente,  e comunque indisponibile a seguirli,  in quella strada insanguinata di autentica violenza,  intrisa di vani sogni e di  delirio di onnipotenza.

La loro parabola toccò l’apice con il sequestro di Aldo Moro, allora ai vertici delle istituzioni e del partito più potente del Paese. Ma  finirono per divenire gli zimbelli di quei capitalisti e imperialisti tanto odiati, dando compimento a un disegno criminale che proprio i servizi segreti deviati italoamericani,  avevano ordito in odio al presidente della Democrazia Cristiana.

Tuttavia,  per rendere onore all’altra America, quella dei poeti della beat generation e dei figli dei fiori, è giusto  evidenziare come le   radici della grande rivoluzione del 1968 affondino anche in quel grande paese e in quegli intellettuali,  poeti e sognatori che, anziché perseguire la violenza, propugnarono una rivoluzione pacifica che,  alla violenza del potere di Washington,  oppose il profumo e la bellezza dei fiori.

Siamo debitori di  quei  pensatori americani che con le loro immaginifiche visioni hanno inneggiato a un mondo di pace e fratellanza, a una società che ripudiasse la guerra, a un consorzio umano universale che congiungesse la saggezza  millenaria  dell’oriente,  con l’organizzazione tecnologica dell’occidente, in un progetto di condivisione delle risorse umane e delle ricchezze della terra che ripudiasse ogni egoismo, ogni prevaricazione nazionalitaria e populista, oggi, purtroppo,  tornate di moda.

E in questo mio inno di grazie non posso e non voglio tralasciare neanche gli intellettuali europei come Jean Paul Sartre, Herbert Marcuse, Bertrand Russell, George Orwell, Aldous Huxley e tanti altri che qui mi scuso di dimenticare.

domenica 8 gennaio 2023

La Terza via - 2

 

Mio padre odiava gli americani; e quella era l’unica cosa che ci univa politicamente; per il resto lui sognava l’uomo forte che mettesse le cose a posto, una volta per tutte.

Il mio vecchio avrebbe voluto che io diventassi un bravo contabile, ma alla scuola per ragionieri avevo amato tutte le discipline, fuorché le due materie di indirizzo: la ragioneria e la computisteria.

Qualcosa di meglio l’avevo combinata all’università, se è vero come è vero che dopo tre anni avevo sostenuto tutti gli esami, assolvendo perfino all’obbligo della leva: tredici mesi di servizio militare, con sei mesi di scuola di fanteria inclusi.

Ma infine qualcosa mi aveva spinto sino a Londra. Ed ero là, come un cane bastonato, un sasso di fiume o una piuma nel vento.

Io credo che ogni generazione subisca le influenze del suo tempo e dell’ambiente in cui cresce e matura le sue esperienze. Queste influenze, a metà con i caratteri biologici iscritti nel nostro codice genetico, determinano gli eventi della nostra vita; o ciò che noi chiamiamo destino.

sabato 12 giugno 2021

La Terza via - 13



Rimasi a lungo a ciondolarmi all’ombra dei pini, nel dondolo che mi cullava dolcemente. Fumavo e mi chiedevo il perché di quella domanda-risposta, se fossi stato io, l’ incauto a chiedere di Donato, oppure se fosse stata lei, la sconosciuta senza nome,  mandata da lui a ritirare quell’ingombrante e misterioso borsone,  a fraintendere la mia domanda.

Comunque la rigirassi nella mia mente, restava nella mia memoria un ricordo sgradevole, come di un’ingiustizia subita; o forse di una delusione. Il mio errore forse era stato di mitizzare certe  persone. Anche da studente, sin da adolescente, quando frequentavo i primi anni della scuola superiore, avevo coltivato una grande ammirazione per i compagni del triennio superiore che capeggiavano il movimento studentesco, parlando nelle assemblee, e ancora prima convocandole; organizzavano e proponevano gli scioperi, i cortei cittadini, le sortite in piazza e alla Facoltà di lettere, dove si discuteva con gli universitari dei massimi sistemi e si sognava di creare una società più equa, scalzando gli uomini di potere dalla protervia delle loro poltrone e dei centri di potere dove si erano arroccati.

Ed era stata quella ammirazione a spingermi ai vertici del movimento, riempiendo i vuoti che quelli, diplomandosi, avevano lasciato e diventando di fatto un capo riconosciuto del movimento studentesco cittadino.

Ma io non avevo mai voluto avere a che fare con l’aspetto violento del movimento. Sapevo che c’era un gruppo di duri  e irriducibili che scendevano in piazza per affrontare “i fasci” (cioè le frange estreme ed opposte del movimento studentesco, in realtà mai riconosciuti, che erano stati relegati in una sorta di limbo extraparlamentare, molto peggio di quello toccato in sorte ai vari gruppuscoli della sinistra extraparlamentare),  ma quella logica dello scontro io l’avevo rifiutato.

Ed oggi forse mi era più chiaro il motivo. A me non piacevano queste persone violente, che finivano per essere più arroganti e proterve di quelle che occupavano i centri di potere e che noi avremmo dovuto fare sloggiare dagli scranni ove sembravano  seduti per grazia ricevuta.

Che cosa sarebbe successo se questi nuovi capi avessero preso il potere?

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sabato 5 giugno 2021

La Terza via - 12

 


Quel suo gesto mi parve buffo, ma Michele dovette leggere una nota di delusione sul mio viso. Infatti si affrettò a dire:«Naturalmente se vuoi organizziamo un’uscita a quattro…»

«Ma, no! Figurati!» dissi io, già preoccupato di dovermi sobbarcare una serata di tensione tra due ex che si erano lasciati in malo modo.

Poi venimmo assorbiti da nuovi clienti e nuove trattative, sino a quando ci accorgemmo che il mercato era vuoto. Si erano fatte le ore tredici, ora fatidica anche a Roma. Rimanevano solo alcuni  commercianti tardivi, che incominciavano ora a smontare le loro postazioni di vendita. La nostra non era poi così complessa, come certe altre, da smontare. Si trattava di riempire i borsoni con la merce e ritirare i teli da terra. Michele contò soddisfatto il suo incasso.

«Anche oggi è andata bene. Facciamo a metà?» aggiunse poi allungandomi delle banconote.

«Ma scherzi?» mi schermii subito io. «Tu hai tutte le spese, le materie prime, il lavoro che ci hai messo, il locale. E poi non voglio niente. Già mi dai vitto e alloggio!»

Sembrò deluso. Forse aveva paura che il mio diniego potesse significare la perdita della mia collaborazione.

«Beh, almeno una parte, se non proprio la metà, la dovresti accettare.»

«Ma dai Michele! Lascia perdere, mi metti in imbarazzo! Io ti faccio compagnia volentieri! Per me è un gioco, ti assicuro! Mentre per te, giustamente, è un lavoro! Il tuo lavoro!»

Non parve molto convinto.

«Con l’aiuto di Simona spero di convincerti! Mi aiuti?» aggiunse afferrando uno dei borsoni e accennando all’altro.

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mercoledì 2 giugno 2021

La Terza via -11

 


Dopo pranzo mi portò nel laboratorio dove confezionava i suoi articoli di pelletteria. Ne aveva parecchi; tutti pezzi unici; avevano un non so di che di robusto, di antico e di artistico allo stesso tempo; pur nella loro estrema essenzialità. Si mise a riempire dei borsoni.

«Domani devo esporre alla Festa de Noantri! Mi fai compagnia? Così mi aiuti anche a portare la merce. Sabato sarò da solo!»

«Simona non viene con te?»

«Magari la domenica. Il sabato lei lavora, soprattutto in questo periodo.»

«Pensi che a Simona faccia piacere?»

«Se sa che mi aiuti alla festa, figurati! Lei è molto protettiva; si sentirebbe sicuramente più tranquilla!» disse con entusiasmo, immaginando dalla mia domanda che io volessi accettare la sua proposta. In effetti l’idea non mi dispiaceva. Fra i miei progetti mai realizzati c’era stato , un tempo, quello di vendere per strada degli oggetti confezionati da me. Come faceva Michele, senza impegno, giusto per campare la giornata. Magari io avevo pensato a dei braccialetti, degli anellini o delle collanine in metallo. Però era l’artigianato in generale che mi piaceva. Mia nonna materna raccontava sempre, con orgoglio e vanto,  di avere ritrovato in un ripostiglio, i giocattoli in legno che mi ero costruito da me, un’estate che avevo trascorso a casa sua.

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sabato 29 maggio 2021

La Terza via - 10




 

Come previsto il mio contratto di esperto in diritto internazionale doveva essersi incagliato in qualche scoglio di uno di quei porti frastagliati che anche in Colombia si chiamano ministeri; o forse il mio amico tintirillo si aspettava altri centocinquanta dollari americani che io non avevo (e se li avessi avuti non glieli avrei dati).

Insomma, scaduti i sei mesi del permesso provvisorio che mi avevano dato al mio arrivo a Bogotà, dovetti lasciare la Colombia.

Mi ero ripromesso di passare da Roma, tanto più che avevo un impegno da rispettare. Avevo promesso infatti di telefonare alla moglie di Silvio.

Roma mi è sempre piaciuta. A quel tempo non era certo il suo fascino spirituale ad attirarmi. Lì avevo trascorso le mie giornate di libera uscita, quando frequentavo la Scuola di Fanteria di Cesano. C’era quindi un piccolo pezzo di me, di ciò che ero stato prima di partire per Londra e poi per il Sudamerica; era un buon viatico per me, ricominciare da Roma la ricerca di me stesso. Ricordo un episodio buffo, dopo essere sceso dall’aereo, appena giunto in centro,  mentre mi spostavo con il bagaglio, alla ricerca del mezzo giusto da prendere. Casualmente mi imbattei in un mio conterraneo. Come argutamente sottolinea Dante nel suo Canto XXII, due Sardi che si incontrano, soprattutto fuori dalla Sardegna, non sono mai sazi di parlare nella loro lingua. Soltanto che io mi accorsi di mischiare il sardo al castigliano; riuscii ad esprimermi e a farmi capire; ma dopo aver parlato per sei mesi la lingua ufficiale spagnola, mi trovavo a confondere  la mia lingua madre con il castigliano.


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domenica 23 maggio 2021

La Terza via - 9



In quel tempo, mentre aspettavo un contratto che mi avrebbe fornito dei mezzi di sussistenza e un permesso di soggiorno almeno annuale, mi trovavo a gestire a Bogotà un Almacen, un negozietto  a metà tra un piccolo bar e una minuscola merceria, due generi merceologici che da noi non si trovano mai congiunti.

Il Tintirillo che lo gestiva prima di me era una specie di avvocato con laurea triennale (da noi, anni dopo, sarebbe sorta una figura del genere con la laurea triennale in Servizi Giuridici della riforma universitaria, ma al tempo non esisteva ancora), che era rimasto impressionato della mia conoscenza dei codici e me lo aveva mollato in gestione mentre lui navigava in quei misteriosi porti di mare che anche in Colombia si chiamano ministeri, suppongo ancora più complessi e meno abbordabili dei nostri, dato che di quel contratto, già da me sottoscritto, e in forza del quale avrei dovuto collaborare come esperto di diritto internazionale nella sua azienda di servizi giuridici,  che lui doveva registrare al ministero degli esteri, non ne seppi mai niente, sino alla scadenza del mio permesso semestrale provvisorio. O forse si era tenuto i centocinquanta dollari che gli avevo allungato e ciccia.

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venerdì 14 maggio 2021

La Terza via - 8



E arrivò davvero subito; il tempo di sfogliare distrattamente qualche rivista sotto gli occhi arrossati e attenti del titolare dell'edicola, un pakistano di mezza età, dalle guance grosse e carnose.

-«Ciao!» – mi fece con un gran cenno Giampiero, mentre giungeva, in lontananza,  dall’unica barriera di uscita della Metropolitana. Anche Michelle, che già conoscevo, mi salutò con la mano per aria. Mi presentarono quindi a Martine, una ragazzetta non tanto alta, che vestiva dei jeans su una camicetta bianca ricamata, delle scarpe “Adidas” bianco-verdi ed un nastrino azzurro alla fronte che le cingeva i capelli castani dal taglio corto. Abbozzò un sorriso sui denti un po’ irregolari, pronunciando un “hello!” strettissimo e arrestandosi,  con una mano  che teneva il giubbotto riverso sulle spalle e le dita dell’altra infilata nella tasca dei jeans, con il solo pollice di fuori. Dopo alcuni convenevoli chiesi a Giampiero notizie di Donato.

https://www.mondadoristore.it/terza-via-uomo-viaggio-tre-Ignazio-Salvatore-Basile/eai978883381236/

 


sabato 8 maggio 2021

La Terza via - 7



Per me gli uni valevano gli altri, anche se non so dire perché riuscissi a familiarizzare di più con i fumatori che con i bevitori. Forse era dovuto al fatto  che io, a quel tempo,  amavo ascoltare De Andrè, Guccini, Tenco e Paoli; qualche volta li strimpellavo alla chitarra, cantando versi intrisi di una dolce malinconia e di una imprecisabile nostalgia; quelle canzoni ci avvolgevano in una nuvola di sogno, trasportandoci in un mondo immaginifico, di avventure  e di illusioni. È vero che certi versi,  certi dischi, certi libri, hanno come uno stigma impresso, che si trasmette a chi li ascolta e li legge e li accomuna sotto lo stesso ideale.

 Ecco, con quelli di sinistra io condividevo quelle cose là, anche se a volte avevo l’impressione che quegli ideali fossero una nostra invenzione, necessaria per sopravvivere; un nutrimento di anime sbandate e perse nella vaghezza del nulla, alla ricerca di realtà inesistenti, di mondi immaginari e di illusioni perdute.

7. continua 

https://www.hoepli.it/libro/la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade/9788833812366.html 

domenica 18 aprile 2021

La Terza via - 4

 



In viaggio per Londra, in quel luglio  del 1977,  mi accompagnavo casualmente a una mia ex compagna  della ragioneria,  che mi piaceva sin dai tempi della scuola, anche se non le avevo  mai dichiarato i miei sentimenti, sempre frenato dalla mia timidezza e dalle mie interiori paure. La ragazza era comunque fidanzata e presto l’avrebbe raggiunta a Londra  il suo ragazzo per riportarsela a Cagliari e convolare così  insieme a giuste nozze.

Ad essere sincero ero partito con l’idea di trovarmi un lavoro per l’estate,  di farmi qualche soldo e poi di ritornarmene a casa e di concludere gli studi universitari; in fondo mi mancavano soltanto cinque o sei esami per arrivare alla laurea.

Londra mi piacque subito. Mi piacquero le grandi vie e i grandi parchi dell’West End e mi piacquero i vicoli più intimi e contenuti di Soho; complessivamente sentii che in quella città ci stavo bene; diciamo che il suo fascino misterioso, che sembrava aleggiare, soprattutto la sera,  sui caseggiati di pietra e in quegli edifici che trasudavano storie, mi avvinse in una spirale di emozionanti  sensazioni, come se avessi già vissuto, in un remoto passato, tra quelle mura e in quei luoghi. Niente di definito o di certo, sia chiaro, ma soltanto delle sensazioni; nulla di più. Forse avvertivo, in quel momento di estrema solitudine, che Londra era una città sola e solitaria, come me; e le nostre solitudini si fusero e io trovai lì rifugio e consolazione, in quella metropoli che ancora costituiva, come era stato per secoli, rifugio per anime inquiete e pellegrine, ma anche per perseguitati in cerca di protezione e libertà.

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venerdì 12 marzo 2021

I mitici anni settanta

 


Forse anche tu, come me, hai vissuto gli anni settanta, con le sue contraddizioni: da un lato le grandi riforme che hanno cambiato l’Italia (lo Statuto dei lavoratori, il diritto di famiglia, i decreti delegati della scuola, la riforma sanitaria); dall’altro la terribile stagione del terrorismo e delle stragi (iniziata in realtà a Piazza Fontana nel 1969 e culminata con il barbaro assassinio di Aldo Moro).

Ho pensato di mettere in forma di romanzo quelle vicende che io ho vissuto, in parte, in giro per il mondo, tra Londra e il Sudamerica.

È così che nasce il mio nuovo romanzo “La Terza Via” pubblicato dalle Edizioni Efesto.

Il mio romanzo costerà €13,50 e si può acquistare in ogni libreria (arriva in tre giorni) oppure nelle migliori piattaforme (Feltrinelli, Mondadori, Amazon, Ibs e tutte le altre).

Il libro è acquistabile anche con la carta docenti.

Veniamo al contenuto del libro. Come ti dicevo si tratta di una storia  ambientata negli anni settanta.

A metà di quegli anni la situazione in Italia è fatta di bombe che causano stragi di innocenti, di attentati

Terroristici e di un immobilismo politico e sociale nel quale il protagonista del romanzo, un giovane studente universitario in cerca di se stesso, non riesce ad ambientarsi.

Così decide di partire per Londra, inseguendo i sogni di una generazione delusa, alla ricerca di nuove opportunità.

E da lì inizia un viaggio che lo porterà a varcare l’oceano. Poi c’è una borsa…una borsa misteriosa.

Includo di seguito  il link del romanzo, sperando di aver suscitato il tuo interesse. https://www.libreriauniversitaria.it/terza-via-uomo-viaggio-tre/libro/9788833812366