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giovedì 11 novembre 2021

Il commissario e l'avvocato - 8


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Il commissario sorrise, pensando che questa battuta sarebbe piaciuta molto a uno dei suoi collaboratori, che non perdeva occasione per criticare l’ossessione mediatica e la superficialità di certi settori della polizia giudiziaria.

«Che tipo è questo nipote?» chiese invece all’avvocato.

«Mah! In questo frangente non saprei davvero definirlo bene. È molto spaventato, oltre che dispiaciuto per il brutale assassino di una persona alla quale era sinceramente legato, che gli voleva bene e che perfino lo sovvenzionava generosamente, in cambio dell’aiuto disinteressato che lui le prestava con entusiasmo e con sincero affetto.»

L’avvocato fece una breve pausa, ma si intuiva chiaramente il suo desiderio di  continuare a parlare, quantunque non sapesse bene cosa dire.

«Posso dirti una cosa strettamente riservata!»

Il commissario si sentì prudere il naso. Questo succedeva quando nell’aria c’era una notizia su cui esercitare la massima dell’attenzione. O perché era in vista un inganno, oppure perché stava per venire a conoscenza di qualcosa di importante. Era il suo naso da sbirro a suggerirglielo e il suo naso difficilmente sbagliava.

«Certo, parla liberamente!» la incoraggiò il commissario, continuando a guidare.

«Io te la dico, ma devi promettermi che non la userai mai contro il mio assistito, qualunque cosa accada!» ribadì ancora l’avvocato Levi.

Anche lei aveva un alto senso del segreto professionale e forse, in fondo si era già pentita di avere fatto l’offerta. Ma ormai sembrava tardi per tornare indietro.

Il commissario restò interdetto, tra dubbi e curiosità! L’informazione riservata lo incuriosiva, e poi poteva essere utile per le sue indagini. Come privarsene? D’altro canto, però, non sarebbe mai venuto meno ai suoi doveri di sbirro, su questo non aveva dubbi. Credeva nel suo lavoro sino in fondo e non lo avrebbe mai disatteso. Risolse pensando che quell’avvocato, quel diavolo in gonnella, non gli avrebbe mai rivelato un segreto che potesse danneggiare il suo assistito, che oltretutto, a parere suo, nonostante le osservazioni capziose dell’ispettore Zuddas, era completamente innocente.  Decise di fidarsi e dopo essersi passato una mano sul naso che gli prudeva rispose di sì, che non avrebbe mai usato quella confidenza contro il suo assistito.

«Promessa di sbirro?» ribadì ancora l’avvocato, a metà tra il serio e il faceto, sapendo bene come il commissario fosse fiero e orgoglioso di essere un poliziotto con una parola ferma e fidata.

«Parola di sbirro!» le confermò porgendole l’indice della mano destra per sigillare la promessa.

L’avvocato strinse forte l’indice con il suo.

«Il mio assistito mi ha confidato che la zia lo aveva nominato erede universale con un testamento!» aggiunse subito.

continua... 

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sabato 5 giugno 2021

La Terza via - 12

 


Quel suo gesto mi parve buffo, ma Michele dovette leggere una nota di delusione sul mio viso. Infatti si affrettò a dire:«Naturalmente se vuoi organizziamo un’uscita a quattro…»

«Ma, no! Figurati!» dissi io, già preoccupato di dovermi sobbarcare una serata di tensione tra due ex che si erano lasciati in malo modo.

Poi venimmo assorbiti da nuovi clienti e nuove trattative, sino a quando ci accorgemmo che il mercato era vuoto. Si erano fatte le ore tredici, ora fatidica anche a Roma. Rimanevano solo alcuni  commercianti tardivi, che incominciavano ora a smontare le loro postazioni di vendita. La nostra non era poi così complessa, come certe altre, da smontare. Si trattava di riempire i borsoni con la merce e ritirare i teli da terra. Michele contò soddisfatto il suo incasso.

«Anche oggi è andata bene. Facciamo a metà?» aggiunse poi allungandomi delle banconote.

«Ma scherzi?» mi schermii subito io. «Tu hai tutte le spese, le materie prime, il lavoro che ci hai messo, il locale. E poi non voglio niente. Già mi dai vitto e alloggio!»

Sembrò deluso. Forse aveva paura che il mio diniego potesse significare la perdita della mia collaborazione.

«Beh, almeno una parte, se non proprio la metà, la dovresti accettare.»

«Ma dai Michele! Lascia perdere, mi metti in imbarazzo! Io ti faccio compagnia volentieri! Per me è un gioco, ti assicuro! Mentre per te, giustamente, è un lavoro! Il tuo lavoro!»

Non parve molto convinto.

«Con l’aiuto di Simona spero di convincerti! Mi aiuti?» aggiunse afferrando uno dei borsoni e accennando all’altro.

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domenica 18 aprile 2021

La Terza via - 4

 



In viaggio per Londra, in quel luglio  del 1977,  mi accompagnavo casualmente a una mia ex compagna  della ragioneria,  che mi piaceva sin dai tempi della scuola, anche se non le avevo  mai dichiarato i miei sentimenti, sempre frenato dalla mia timidezza e dalle mie interiori paure. La ragazza era comunque fidanzata e presto l’avrebbe raggiunta a Londra  il suo ragazzo per riportarsela a Cagliari e convolare così  insieme a giuste nozze.

Ad essere sincero ero partito con l’idea di trovarmi un lavoro per l’estate,  di farmi qualche soldo e poi di ritornarmene a casa e di concludere gli studi universitari; in fondo mi mancavano soltanto cinque o sei esami per arrivare alla laurea.

Londra mi piacque subito. Mi piacquero le grandi vie e i grandi parchi dell’West End e mi piacquero i vicoli più intimi e contenuti di Soho; complessivamente sentii che in quella città ci stavo bene; diciamo che il suo fascino misterioso, che sembrava aleggiare, soprattutto la sera,  sui caseggiati di pietra e in quegli edifici che trasudavano storie, mi avvinse in una spirale di emozionanti  sensazioni, come se avessi già vissuto, in un remoto passato, tra quelle mura e in quei luoghi. Niente di definito o di certo, sia chiaro, ma soltanto delle sensazioni; nulla di più. Forse avvertivo, in quel momento di estrema solitudine, che Londra era una città sola e solitaria, come me; e le nostre solitudini si fusero e io trovai lì rifugio e consolazione, in quella metropoli che ancora costituiva, come era stato per secoli, rifugio per anime inquiete e pellegrine, ma anche per perseguitati in cerca di protezione e libertà.

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mercoledì 21 ottobre 2020

La Scuola oggi-5

Ricordo ancora la prima volta che esposi al mio preside il mio progetto di assentarmi dal lavoro per esigenze di aggiornamento. ” A sue spese può andare dove vuole” – mi rispose il vecchio preside – “purchè si faccia sostituire dai suoi colleghi per le ore di cattedra!” Naturalmente rinunciai al mio viaggio di aggiornamento. Mi iscrissi all’Albo degli Avvocati (allora si chiamavano ancora procuratori legali). E’ nel foro che ho curato il mio aggiornamento in questi oltre tre decenni di insegnamento. Se avessi aspettato il governo, povero me! Cosa ha fatto il governo per i suoi insegnanti, a parte chiamarli fannulloni? Cosa hanno fatto quei nanetti, quelle ballerine, quei buffoni che si sono alternati nelle poltrone della Pubblica istruzione e della Funzione Pubblica? Ve lo dico io, che cosa hanno fatto. Del resto è sotto gli occhi di tutti. Ci hanno affamato, riducendo i nostri stipendi al più basso livello d’Europa; ci hanno additato alla pubblica opinione definendoci, oltre che come fannulloni, come pigri, incapaci, fruitori di vacanze trimestrali strapagate e perfino comunisti! E la gente, avvolta nelle spire di un’informazione televisiva distorta e ammalata ci ha pure creduto! Io non ho mai fatto politica a scuola! Magari ho discusso di politica, cercando di spiegare il significato dietro le sigle dei diversi partiti (quando ancora esistevano i vari P.C.I., D.C., P.S.I., ecc.) ma senza mai schierarmi da una parte o dall’altra! Per anni ho difeso le Istituzioni (finché i politici sono stati difendibili), cercando di insegnare la capacità di distinguere, nell’agone politico, il grano dalla gramigna, i buoni politici dagli affaristi; gli onesti dai disonesti. Poi la Casta mi ha travolto e non sono riuscito più a difendere nessuno dei politici (né a destra, né a sinistra, né al centro; o a quel che restava di loro). E nel frattempo erano sorte le classi pollaio (un anno ho avuto una terza di 32 alunni, all’epoca della Gelmini), le scuole autonome, i Dirigenti Scolastici (al posto dei Presidi), i collaboratori più o meno ammanicati (al posto dei vice presidi eletti dal Collegio dei Docenti). E oggi? Oggi siamo ancora in prima linea, nonostante il COVID. Ci siamo per senso del dovere, non perché siamo degli eroi. Sì, perchè i docenti oggi rischiano la vita, sulla cattedra! Spero che la gente ricominci a ragionare con la propria testa. E capisca che la scuola pubblica ha preparato quegli scienziati italiani che hanno dovuto emigrare all’estero e che si sono messi in mostra con le loro brillanti intuizioni. Quegli scienziati sono passati per i nostri banchi di scuola! Non ostante i politici la nostra scuola ha continuato a sfornare guiovani brillanti, dalle scuole elementari sino all’Università! 5. continua…

mercoledì 3 giugno 2020

L'insegnamento a distanza


Insegno da  più di trentanni in una scuola superiore per ragionieri e geometri. Adesso che il virus Covid 19 ha obbligato il ministero a chiudere le scuole,  si  è cercato  di sostituire l'insegnamento classico, quello frontale, con il DAD (non è un affettuoso diminutivo in lingua ingles, ma un orribile acronimo, che sta a indicare "didattica a distanza").
Da migliaia di anni il sapere viene trasmesso con il metodo classico: da una parte il docente e dall'altra parte i discenti. Da quella relazione fisica, in contemporanea, nasce la scintilla del sapere, la curiosità di conoscere, il fascino di seguire e di imparare da chi ha vissuto e studiato più di te.
Neanche adesso che forse arriveranno i soldi del Recovery Fund (soldi europei a fondo perduto per migliorare l'Italia e l'Europa) sento parlare di investimenti per la scuola (sembra che l'Italia si affanni di più appresso al riavvio dei campionati di calcio).
Ma cosa aspetta il Governo a rilanciare la scuola?
Ci vuole molto a dichiarare che finalmente verrano costruiti nuovi edifici, per sostituire le catapecchie che ospitano i vari istituiti, più funzionali a una didattica moderna,  dotati di ampie aule e capaci laboratori?
Cosa si aspetta a costituire fianlmente classi di dodici, massimo quindi ci studenti per aula?

1. continua...


https://www.youcanprint.it/fiction-biografica/memorie-di-scuola-9788827854631.html

lunedì 20 aprile 2020

Memorie di scuola


Dicono che quando il tempo e le giornate si accorciano, i ricordi avanzino,  occupando  sempre più spazio nella nostra mente.
Io non so se sia vero o meno.
Però una cosa l'ho fatta: ho provveduto a redigere  e  a pubblicare  le mie memorie di scuola.
E le ho persino raccontate a Quarta Radio. Ogni tanto mi capita di riascoltarle. E mi sembra di rivivere ancora quelle giornate estive, assolate e senza fine, quando si bighellonava per i campi sino a tarda sera, in una Sardegna campestre dove ancora non era arrivato il boom economico.
Le  si possono  ascoltare gratis al seguente link: https://quartaradio.it/
Il libro si può acquistare su tutte le piattaforme e anche sul sito dell'editore:https://www.youcanprint.it/fiction-biografica/memorie-di-scuola-9788827854631.html

venerdì 15 novembre 2019

Ricordi di scuola


Ricordo che ero già un docente di discipline giuridiche ed economiche  alla ragioneria quando mi iscrissi a Scienze Politiche per la mia seconda laurea. Ho ritrovato degli appunti di allora e sulle ali della nostalgia ho deciso di pubblicarne uno stralcio.
Il professore di Diritto Internazionale, a noi che frequentavamo con regolarità il suo corso, ci aveva proposto alcuni argomenti per l'esonero (svolgendo alcuni degli argomenti proposti, saremmo stati esonerati da una parte di programma, e avremmo così sostenuto un esame finale più leggero).
Fra i tanti argomenti proposti ne abbozzai tre, che mi sembravano più interessanti, rispetto agli altri. Ho ritrovato l'appunto che avevo preso in relazione alla scelta e l'ho rielaborato per i miei lettori. Spero che lo gradiscano.
 Se dovessi scegliere, mi piacerebbe parlare della Palestina e dell'OLP (anche se ho paura di non saperne abbastanza). Ne parlerei per dire che la Gran Bretagna forse ha sbagliato nel 1949 (ma ricordo bene?), quando è cessato il suo Protettorato in quelle terre martoriate. Quello è il peccato originale che ha originato tutti i guai e tutte le incomprensioni  nei rapporti tra il mondo cristiano e il mondo musulmano (o forse sarebbe più corretto dire tra il mondo occidentale e quello orientale di religione islamica). Certo adesso che la frittata è fatta mi piacerebbe vedere uno stato federale tra palestinesi e israeliani ma probabilmente la maggior parte dei miei lettori  preferirebbe la soluzione "due popoli, due stati". Certo la Gran Bretagna l'ha combinata grossa, ma all'indomani della seconda guerra mondiale, e dello sterminio degli Ebrei, forse la Comunità internazionale ha inteso in qualche misura farsi perdonare per l'eccidio subito dagli Ebrei.
2) Non mi dispiacerebbe neppure parla della Città del Vaticano. Qualcuno lo ha definito il più piccolo e il più potente stato del mondo. Stalin, negli anni trenta (o forse negli anni quaranta) chiese a un suo consigliere: "quante divisioni di fanteria ha il papa?". L'argomento Vaticano lo sceglierei perché mi ricorda che il Fascismo  volle fortemente i Patti Lateranensi (la data dell'otto febbraio 1929 dovrebbe segnare l'atto di nascita di questo minuscolo ma potentissimo stato) perchè aveva assoluto bisogno dell'appoggio del mondo cattolico (sino ad allora confinato nelle preclusioni che i papi, offesi per la Breccia di Porta Pia, gli avevano imposto all'indomani dell'assalto che il generale Cadorna fece coi suoi bersaglieri e con i suoi cannoni a ciò che restava ancora del vecchio stato pontificio nelle mani del Papa dopo l'Unità dell'italia, celebratasi nove anni prima).
3) Mi piacerebbe infine parlare di quei paradisi fiscali che vanno sotto il nome di Principato di Monaco e Principato di Andorra ma magari rischierei di andare fuori tema perché io darei un taglio finanziario e invece il mio prof forse preferisce un taglio storico.

lunedì 25 marzo 2019

Memorie di scuola - parte terza



Capitolo quattordicesimo
L’Autonomia scolastica
Anno scolastico 2000-2001

Alcuni vecchi docenti come me, che hanno insegnato a lungo,  a cavallo dei due secoli ventesimo e ventunesimo, sogliono distinguere il prima e il dopo rispetto alla introduzione dell’autonomia scolastica.
A distanza di oltre venti anni dalla sua introduzione  (l’autonomia scolastica è in realtà entrata in vigore formalmente il 1 settembre del 2000, ma in precedenza c’era stato un biennio di sperimentazione) io ancora non riesco a spiegarmi il senso di questa riforma che il centro sinistra (col ministro  Luigi Berlinguer) ha voluto calare dall’alto, nonostante le opposizioni nette dei sindacati e dei docenti.
A me questa riforma dell’autonomia scolastica (ripresa con esiti ancor più disastrosi da Renzi con la legge 107 del 2015) ha dato sempre l’impressione di quel  matrimonio, preannunciato con squilli di tromba e grande enfasi, per poi essere festeggiato però con i fichi secchi.
Si iniziò con la  legge n. 59/1997, (riforma Bassanini), che all’art.  art.21 pose la prima pietra dell’autonomia scolastica conferendo al Governo il potere di riorganizzare il “Servizio istruzione” mediante il potenziamento dell’autonomia intestata alle istituzioni scolastiche ed educative.
Venne poi  realizzata dal DPR 275/1999, che la sbandierava  come “garanzia di pluralismo culturale che si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti” (...)
Al tutto venne infine conferito persino  rango costituzionale (sempre da questa incomprensibile sinistra revisionista) con la Legge 3/2001 del 18 ottobre che ha  modificato  l'art. 117 del titolo V, della parte seconda della Costituzione.
Per chi ha vissuto la riforma dall’interno, come docente,  il tutto è risultato essere una grande operazione propagandistica, fatta da ministri affetti da megalomania che forse sognavano di iscrivere il loro nome nella storia della scuola (paradossalmente, nel secolo scorso, ci è riuscito soltanto il ministro Giovanni Gentile, cioè un ministro dell’epoca fascista).
In pillole, la  riforma ha attribuito a ogni scuola una personalità giuridica, ha cambiato il nome del preside in Dirigente Scolastico, ha introdotto per ogni scuola l’obbligo di differenziare l’offerta formativa con l’adozione di un POF (piano dell’offerta formativa).
A ben vedere la riforma è stato un cambio di facciata, un’operazione malfatta di maquillage che ha aumentato soltanto il disorientamento dei docenti e la confusione nell’organizzazione.
Del resto basta leggere la cronaca per capire che cosa sia diventata la scuola.
Al di là delle formule burocratiche e pompose, quali quella tesa a “migliorare il processo di insegnamento e di apprendimento” o quella che avrebbe per fine “  di garantire ai soggetti coinvolti il successo formativo, mediante l'impiego delle indispensabili risorse umane, finanziarie e strutturali” e “l’ambizione di di realizzare l’integrazione e il miglior utilizzo delle risorse e delle strutture, anche attraverso l’introduzione e la diffusione di tecnologie innovative”, l’autonomia scolastica è un vero e proprio sacco vuoto.
E leggiamola questa cronaca, per capire quanto poco abbia funzionato questa strombazzata riforma scolastica.
Punto primo: gli edifici scolastici stanno cadendo a pezzi.
La riforma avrebbe dovuto cominciare invece da lì. Si sarebbe dovuto innanzitutto provvedere a mutare radicalmente la stessa architettura scolastica, rinnovando la concezione architettonica della scuola, prevedendo in ogni edificio scolastico una mensa, un teatro, una palestra, degli spazi appositi per i laboratori informatici.
Quella sì che sarebbe una vera rivoluzione. Prima di sbandierare riforme megagalattiche a nessuno di questi soloni della sinistra revisionista (non parliamo, per carità di patria, dei ministri della destra, con Moratti e Gelmini in testa, che alla scuola pubblica hanno suonato il de profundis, per rilanciare le scuole private dei loro sodali e per punire i docenti, colpevoli di essere, ai loro occhi e dei colleghi ministricchi, della serie Brunetta e Tremonti, per intenderci,  dei marxisti leninisti, affetti da fannullismo cronico, terroristi mancati e figli spuri della rivoluzione del sessantotto), è venuto in mente di rinnovare la scuola partendo dagli edifici destinati a ospitare le classi e i docenti?
A che cosa sono serviti queste riforme se gli edifici scolastici son rimasti gli stessi di cinquant’anni fa? Ma davvero si può pensare di fare una riforma così ambiziosa senza prevedere una ricostruzione e un ripensamento degli spazi a disposizione di studenti e docenti per svolgere la vita scolastica? Ma qualcuno di questi riformatori mancati è mai stato all’estero, almeno per capire come va concepito una spazio scolastico decente?
Io ho avuto l’impressione che tutti i ministri che si sono succeduti nel secondo dopoguerra, non abbiano capito niente della scuola (soprattutto quelli dalla Falcucci in poi).
Non c’è bisogno di scomodare Keynes per capire che un piano di ricostruzione di tutti gli edifici scolastici avrebbe costituito un volano economico e culturale davvero rivoluzionario.
Invece i nostri ministricchi sentenziavano che con la cultura non si mangia e hanno continuato, inesorabilmente, a tagliare le risorse scolastiche.
Punto secondo: è mancato totalmente il rilancio della figura del docente.
 Trattando i docenti da fannulloni, riducendo i loro stipendi a salari di sopravvivenza i nostri ministricchi non hanno fatto altro che screditare i docenti agli occhi di un’opinione pubblica sempre più arrabbiata e sempre più confusa e impreparata (che altro aspettarsi, d’altronde, se i nostri ministri e parlamentari, per primi, hanno messo la scuola all’ultimo posto dei loro pensieri?).
Risultato di questa politica di screditamento: gli studenti hanno cominciato a vedere i loro docenti come degli sfigati, senza arte né parte, bistrattati, malpagati e tecnologicamente arretrati; i familiari sono arrivati persino ad allungare le mani su di loro (e non è mancato neppure qualche studente che lo ha fatto, postando poi su Internet la malefatta).
Ma come si è potuto pensare a una riforma che non prevedesse il rilancio della figura più importante della scuola?
Terzo punto: si è tanto discettato di autonomia ma i programmi sono rimasti quelli di mezzo secolo fa, appannaggio esclusivo dei ministri e dei loro apparati. E qui la domanda sorge spontanea: ma allora di quale autonomia si è parlato in questo ventennio?
Risposta semplice e ovvia: dell’autonomia relativa ai programmi aggiuntivi, quelli extracurricolari, da svolgersi nel pomeriggio.
Peccato che nessuno abbia previsto che questi programmi aggiuntivi, tesi magari lodevolmente a colmare le lacune manifestate dai discenti durante l’anno scolastico, andassero svolti al pomeriggio che quindi gli edifici scolastici abbisognassero di una mensa scolastica, una cucina , dei luoghi di ritrovo per studenti e docenti.
 E qui mi fermo. Non senza aver posto un’ ultima  domanda: ma si può azzardare di pensare di costruire una scuola di livello europeo, lasciando gli stipendi dei docenti a un livello tra i più bassi d’Europa?




 Leggi il  testo integrale di Memorie di scuola di Ignazio Salvatore Basile,  acquistando on line(c/o Mondadori store, Feltrinelli, IBS, Libreria Universitaria, Amazon ecc.) oppure in libreria il volume edito da Youcanprint ISBN 9788827845486. Il romanzo è disponibile anche in formato e-book nel sito della casa tramite il link sottostante.












domenica 10 marzo 2019

Memorie di scuola - Parte terza



Capitolo primo
Anno scolastico 1987-1988

Anche a distanza di oltre trent’anni, ricordo bene il mio primo anno scolastico da insegnante.
Ero fresco vincitore da concorso e avevo in mente le parole del presidente della commissione che mi aveva abilitato: “ Voi vincitori del concorso a cattedre dovete tenere alta la bandiera della scuola. Uno dei mali che affliggono la scuola italiana, oggi, è costitutito dal precariato. Docenti precarizzati per anni, se non per decenni, quando passano in ruolo, tirano i remi in barca e smettono di lottare. E’ quasi una rivalsa inconscia e istintiva contro chi ti ha trattato male.”
Con queste parole di  fuoco avvenne il mio battesimo. Nient’altro. Feci sì, in quell’anno cruciale (si chiamava, all’epoca, di straordinariato o per l’immissione in ruolo; adesso non saprei), un corso di aggiornamento. Per la mia classe di concorso si tenne a Nuoro. Niente di speciale; interessante, ma non focalizzato sull’insegnamento e suoi metodi.
Aprresi così in un colpo solo tre cose fondamentali della scuola italiana: primo, che bisognava lottare; ma io sono stato sempre un lottatore nella mia vita. Sono il sesto di undici figli, esattamente a metà; piccolo bersaglio per i più grandi di me; punto di riferimento e ancora di salvezza per i più piccoli. Se non lotti, in certe situazioni, soccombi. Tutta la vita, in fondo, è una lotta: personale, fisica, sociale.
La seconda è che lo Stato, della Costituzione e dei principii costituzionale era il primo a fottersene: infatti, se per obbligo costituzionale i posti pubblici sono assegnati per pubblico concorso, come mai la scuola veniva consegnata in mano ai precari per decenni?
La terza è che nessuno mi avrebbe mai insegnato a insegnare: l’università non lo aveva fatto (e che io sappia, non lo fa tuttora); la scuola, intesa come datore di lavoro, era ancor meno disponibile  a farlo ( e neanche adesso, da vecchio, ho avuto la fortuna di un ausilio in tal senso).
Senza pensarci troppo su e senza neanche perdermi d’animo, agii d’istinto e secondo coscienza: ero stato assunto per insegnare diritto (nei suoi diversi e molteplici rami), economia politica e scienza delle finanze; ebbene, intanto dovevo sentirmi forte e preparato in quelle materie; per il resto, mi sarei regolato strada facendo.
Mi buttai così a capofitto nello studio delle materie. Una buona base me l’aveva data l’Università di Cagliari; questa base l’avevo poi rafforzata per la preparazione dell’esame: due scritti e gli orali in tutte le materie (in realtà molte più di tre, considerando, oltre al diritto privato, commerciale e pubblico, anche il diritto tributario, il diritto finanziario, la politica economica e la contabilità pubblica).
Adesso dovevo calibrare le mie conoscenze e calarle nelle realtà dell’insegnamento quotidiano e concreto.
Questo compito richiese un lavoro indefesso e disperato per i  primi cinque anni (domeniche comprese) ma alla fine ne venni a capo (nel senso che ero in grado di svolgere le lezioni frontali richieste e di risolvere i dubbi proposti.
Per quanto riguarda i metodi di insegnamento, il discorso era alquanto diverso.
Qui non si tratta di scibile e  di conoscenza; la capacità di trasmettere quello che si sa (molto o poco che sia) ha a che fare con elementi diversi dalla stessa intelligenza specialistica e dalla conoscenza dei temi da insegnare.

Leggi il  testo integrale della prima parte dl romanzo ” Memorie di scuola” di Ignazio Salvatore Basile,  acquistandolo on line(c/o Mondadori store, Feltrinelli, IBS, Libreria Universitaria, Amazon ecc.) oppure in libreria il volume edito da Youcanprint ISBN 9788827845486. Il romanzo è disponibile anche in formato e-book nel sito della casa tramite il link sottostante.