last moon

sabato 3 dicembre 2022

La Terza via - 48

 

https://www.edizioniefesto.it/collane/origo-gentis/437-la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade.

Simona durante il viaggio mi disse che il mio arrivo aveva migliorato l’umore di suo fratello.

« Non ho fatto niente di speciale» le dissi sminuendo il mio ruolo. In effetti non sentivo di aver fatto niente di speciale. Ero stato soltanto me stesso, con semplicità e sincerità.

Indossava una gonna lunga, di quelle che si usavano in quegli anni, in certi ambienti, con i bottoni sino alle caviglie,  che però, abbottonata soltanto nella parte superiore, adesso  le lasciava scoperta una bella porzione delle belle gambe bianche. Per non fissarmi in quella direzione le chiesi qualcosa di lei, cercando di guardare il bel paesaggio che fuori si snodava a fianco del finestrino  della sua piccola due cavalli.

Non si può dire che fosse una grande chiacchierona. O forse ero io, quello che doveva parlare; almeno quella sera. Infatti, dopo un po’ mi fece una domanda. Mi suonò come se tutto quello che ci eravamo detti prima, fosse stato soltanto un prologo, una sorta di riscaldamento preparatorio.

«Mi ha detto che Michele che sei un amico di Donato Catinari».

«Sì. Ci siamo conosciuti a Londra, un paio d’anni fa. Di passaggio qui a Roma, mi è venuto il desiderio di passare a salutarlo…»


«Davvero? E che facevate a Londra?»

«L’ultima volta che l’ho visto a Londra, vendeva degli specchi a Carnaby Street. Ma sapevo che aveva deciso di rientrare in Italia. Un amico comune,  un certo Giampiero, più tardi mi confermò che aveva lasciato la sua ragazza e ogni altra cosa,  per tornarsene a Roma.»



Forse aspettava che io continuassi, ma in realtà avevo già finito quello che dovevo dire.

domenica 27 novembre 2022

La Terza via - 46

 

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Capitolo 11

L’indomani mattina, quando mi svegliai, trovai Michele in cucina che armeggiava con la macchinetta del caffè.

Dopo il caffè gli dissi che prima di andar via avrei voluto aiutarlo a ripulire la casa. In effetti c’era un gran casino dappertutto.

L’idea gli piacque e lavorammo sodo per un paio d’ore.

«Simona sarà contenta, quando torna!» disse, a un certo  punto, sedendosi per riposare e accendendosi una sigaretta, tutto soddisfatto.

«Rientrerà per pranzo?» gli chiesi accettando la sigaretta che mi offriva e sedendomi a fumare anch’io.

«No, il venerdì fa orario continuato in agenzia e mangia fuori» rispose Michele. «Che ne dici di una pastasciutta per pranzo?» continuò levandosi in piedi.

Non sapevo se accettare. Avevo paura di disturbare. Forse pensavo a quel detto che ripeteva spesso il mio vecchio ridendo: “L’ospite è come il pesce; dopo ventiquattrore puzza!”. Io ero lì, lì, per compiere un giorno intero. Pensai che magari Simona non sarebbe stata d’accordo.

«Dai, non vorrai farmi pranzare da solo?»

La sua offerta fu così genuina che mi parve scortese rifiutare.

«Permettimi però di andare a comprare qualcosa al supermarket.»

Non voleva, ma dovette accettare la mia condizione,  perché capì che senza di quella me ne sarei andato sul serio.

Quando tornai col vino, la frutta e del formaggio stava già scolando la pasta. Aveva improvvisato una carbonara niente male, il buon Michele.

«Mi piace cucinare. Con Simona che mangia spesso fuori mi son dovuto abituare. E adesso lo faccio con piacere.»

Dopo pranzo mi portò nel laboratorio dove confezionava i suoi articoli di pelletteria. Ne aveva parecchi; tutti pezzi unici; avevano un non so di che di robusto, di antico e di artistico allo stesso tempo; pur nella loro estrema essenzialità. Si mise a riempire dei borsoni.

«Domani devo esporre alla Festa de Noantri! Mi fai compagnia? Così mi aiuti anche a portare la merce. Sabato sarò da solo!»

«Simona non viene con te?»

«Magari la domenica. Il sabato lei lavora, soprattutto in questo periodo.»

«Pensi che a Simona faccia piacere?»

«Se sa che mi aiuti alla festa, figurati! Lei è molto protettiva; si sentirebbe sicuramente più tranquilla!» disse con entusiasmo, immaginando dalla mia domanda che io volessi accettare la sua proposta. In effetti l’idea non mi dispiaceva. Fra i miei progetti mai realizzati c’era stato , un tempo, quello di vendere per strada degli oggetti confezionati da me. Come faceva Michele, senza impegno, giusto per campare la giornata. Magari io avevo pensato a dei braccialetti, degli anellini o delle collanine in metallo. Però era l’artigianato in generale che mi piaceva. Mia nonna materna raccontava sempre, con orgoglio e vanto,  di avere ritrovato in un ripostiglio, i giocattoli in legno che mi ero costruito da me, un’estate che avevo trascorso a casa sua.

mercoledì 23 novembre 2022

La Terza via - 44

 

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Il fumo abbassò le barriere auto difensive, le maschere convenzionali caddero e la comitiva si fuse in un abbraccio ideale, dove ciascuno apparve per ciò che era veramente. Parlammo e ridemmo come se fossimo stati dei vecchi amici. Nessuno aveva delle riserve e tutti parlavano e agivano liberamente. Anche la birra fresca prese a scorrere.

Qualcuno si impegnò a fare  dei discorsi seri. Ma la maggior parte dei presenti preferiva che  la serata proseguisse con quel taglio iniziale, disincantato  e festaiolo. Da certi discorsi, tuttavia, capii che c’era qualcuno tra loro che andava al di là del “piove governo ladro” nei suoi pensieri e probabilmente anche nelle sue azioni. Certamente qualcuno dei presenti, ho pensato ricostruendo le vicende di quegli anni, se non in prima persona, doveva sapere e conoscere chi e cosa  ci fosse dietro quelle centinaia di attentati che ancora,  dopo l’uccisione di Moro,  avevano continuato a macchiare la cronaca del terrorismo romano.

Io avevo vissuto fuori dall’Italia i drammatici eventi dell’ultimo biennio,  ma mi ero tenuto in contatto con quella tremenda realtà, attraverso le mie conoscenze italiane, soprattutto  a Londra e attraverso qualche quotidiano che leggevo, seppure con qualche giorno di ritardo, nel Centro Culturale Italiano. 

Tornando a Roma, quell’anno, in quell’estate, mi ero reso conto che la società appariva ferita, sconvolta. Certe cose si percepiscono, sono nell’aria e tu le senti, senza che nessuno te le debba spiegare. E lo stesso fu in quella sera, a casa di Michele e Simona.

 Dietro le risate, nascoste in certe mezze frasi e negli occhi ora accesi, ora tristi di qualche invitato, vidi la stanchezza di una storia fatta di impotenza, di delusione, di paura, di troppi morti ammazzati, di torti subiti, di una società vissuta come ingiusta e forse ormai inguaribile, come sarebbe emerso da lì a pochi anni, con il reflusso liberale e capitalista che avrebbe risucchiato tutti gli aneliti di riscatto e di miglioramento di una società scontenta, infelice, tramortita.

Restava, e resta ancora dia capire su chi addossare la responsabilità di tutti quegli attentati sanguinari, di tutti quei morti e quei feriti, soprattutto tra le forze dell’ordine, ma anche tra i giovani della sinistra e della destra.

sabato 19 novembre 2022

La Terza via - 42

 

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Comprai un bel po’ di birre e del vino, giusto per non tornare a mani vuote.

A pranzo conobbi la sorella di Michele. Simona era l’unica sorella,  maggiore di lui di poco, non più di due anni, credo,  e quella casa l’avevano ereditata dai genitori, ormai defunti. Era   impiegata in  un’agenzia di viaggi, o qualcosa del genere; quando poteva, aiutava anche suo fratello nella sua attività di pellettiere; lui realizzava, in un locale di sgombero, dentro casa, degli oggetti in pelle: portafogli, cinte, portadocumenti, roba così. Michele mi spiegava che lo faceva per tirar su i soldi necessari per vivere; vendeva nelle fiere e nei mercati, ma tutto in maniera estemporanea e occasionale; e, soprattutto, in nero. Non voleva sentirsi obbligato a produrre comunque e sempre; quindi lavorava soltanto quando aveva voglia e vendeva quel tanto che gli serviva per mangiare. Mi parve di capire che la sua fosse una scelta di vita, non supportata da riserve di natura ideologica, anche se dietro i suoi discorsi non era difficile scorgere una critica al capitalismo e al mondo della produzione. Me ne accorsi da certe risposte che diede alla sorella, che proponeva delle scelte imprenditoriali che avrebbero incrementato gli incassi di quella società di fatto che avevano costituito per amore fraterno, non certo per vocazione commerciale.


La sera la casa si animò degli invitati alla festa di compleanno di Simona.

sabato 12 novembre 2022

La Terza via - 39

 


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L’indomani mattina, con un gelato in una mano e il quotidiano che mi aveva indicato nell’altra, mi misi in attesa,  in una delle fermate del pullman dove non c’era nessuno, facendo finta di interessarmi al tragitto di qualcuno di quei mezzi.

Come un’ombra fugace, mi passò a fianco, senza fermarsi, una figura longilinea, che mi sussurrò di seguirla e di salire sullo stesso pullman.

Aveva un capace borsone nella mano destra. Di spalle mi sembrò di riconoscere il mio amico londinese.

Salì su un pullman. Feci in tempo a leggere il capolinea “Pineta Sacchetti” e vi salii anche io. Una volta a bordo vidimò due biglietti e me ne diede uno. Ci sedemmo in fondo, uno a fianco dell’altro. Era proprio Donato, anche se mi sembrò invecchiato più del dovuto, considerando che erano soltanto due anni circa che non lo vedevo. Aveva gli occhi arrossati, la barba rada era incolta. Mi sorrise,  e finalmente sembrò rilassarsi.

«Come mai da queste parti?» mi chiese.

Lo aggiornai, fugacemente di quello che avevo fatto negli ultimi tempi, tacendo apposta di Silvio.

«Come hai avuto il mio numero?» mi chiese ancora, quando si accorse che nel mio resoconto non era ricompreso quel collegamento che, evidentemente, gli premeva appurare.

«Amici comuni; forse Giampiero» risposi in maniera evasiva, cercando di essere convincente.


Fece finta di accontentarsi della mia risposta, ma io intuii che non era quello che lui si aspettava.

lunedì 7 novembre 2022

La Terza via - 38

 

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La voce di Donato la riconobbi subito. Lui invece sembrò non riconoscere la mia. Fu alquanto sorpreso che io avessi quel numero, anche se non lo diede troppo a vedere. Silvio mi aveva messo addosso la fissa dei nomi da non pronunciare al telefono, per cui dissi soltanto che ero io, senza fare nomi. Non perse tempo in convenevoli.

«Forse ho capito» - disse dopo un po’. Poi aggiunse - «Fatti trovare domani mattina alle 10,00 a Largo Argentina. Aspettami in un luogo bene in vista. Nella tua mano destra  metti in evidenza uno di quegli oggetti che vendevi a Londra, ti ricordi? Parlo di quel lavoro che avresti dovuto iniziare a fare dopo l’ultima volta che ci siamo visti, agli specchi, in Carnaby Street. E nella mano sinistra metti in vista la testata del quotidiano La Repubblica.»

Dopo una breve pausa di silenzio mi chiese se fossi ancora all’apparecchio. Capii con un po’ di


ritardo che voleva essere sicuro che fossi davvero io.

giovedì 3 novembre 2022

La Terza via - 36

 

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Capitolo 10

 

Come previsto il mio contratto di esperto in diritto internazionale doveva essersi incagliato in qualche scoglio di uno di quei porti frastagliati che anche in Colombia si chiamano ministeri; o forse il mio amico tintirillo si aspettava altri centocinquanta dollari americani che io non avevo (e se li avessi avuti non glieli avrei dati).

Insomma, scaduti i sei mesi del permesso provvisorio che mi avevano dato al mio arrivo a Bogotà, dovetti lasciare la Colombia.

Mi ero ripromesso di passare da Roma, tanto più che avevo una promessa da adempiere. Avevo promesso infatti di telefonare alla moglie di Silvio.

Roma mi è sempre piaciuta. A quel tempo non era certo il suo fascino spirituale ad attirarmi. Lì avevo trascorso le mie giornate di libera uscita, quando frequentavo la Scuola di Fanteria di Cesano. C’era quindi un piccolo pezzo di me, di ciò che ero stato prima di partire per Londra e poi per il Sudamerica; era un buon viatico per me, ricominciare da Roma la ricerca di me stesso. Ricordo un episodio buffo, dopo essere sceso dall’aereo, appena giunto in centro,  mentre mi spostavo con il bagaglio, alla ricerca del mezzo giusto da prendere. Casualmente mi imbattei in un mio conterraneo. Come argutamente sottolinea Dante nel suo Canto XXII, due Sardi che si incontrano, soprattutto fuori dalla Sardegna, non sono mai sazi di parlare nella loro lingua. Soltanto che io mi accorsi di mischiare il sardo al castigliano; riuscii ad esprimermi e a farmi capire; ma dopo aver parlato per sei mesi la lingua ufficiale spagnola, mi trovavo a confondere  la mia lingua madre con il castigliano.