last moon

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sabato 5 giugno 2021

La Terza via - 12

 


Quel suo gesto mi parve buffo, ma Michele dovette leggere una nota di delusione sul mio viso. Infatti si affrettò a dire:«Naturalmente se vuoi organizziamo un’uscita a quattro…»

«Ma, no! Figurati!» dissi io, già preoccupato di dovermi sobbarcare una serata di tensione tra due ex che si erano lasciati in malo modo.

Poi venimmo assorbiti da nuovi clienti e nuove trattative, sino a quando ci accorgemmo che il mercato era vuoto. Si erano fatte le ore tredici, ora fatidica anche a Roma. Rimanevano solo alcuni  commercianti tardivi, che incominciavano ora a smontare le loro postazioni di vendita. La nostra non era poi così complessa, come certe altre, da smontare. Si trattava di riempire i borsoni con la merce e ritirare i teli da terra. Michele contò soddisfatto il suo incasso.

«Anche oggi è andata bene. Facciamo a metà?» aggiunse poi allungandomi delle banconote.

«Ma scherzi?» mi schermii subito io. «Tu hai tutte le spese, le materie prime, il lavoro che ci hai messo, il locale. E poi non voglio niente. Già mi dai vitto e alloggio!»

Sembrò deluso. Forse aveva paura che il mio diniego potesse significare la perdita della mia collaborazione.

«Beh, almeno una parte, se non proprio la metà, la dovresti accettare.»

«Ma dai Michele! Lascia perdere, mi metti in imbarazzo! Io ti faccio compagnia volentieri! Per me è un gioco, ti assicuro! Mentre per te, giustamente, è un lavoro! Il tuo lavoro!»

Non parve molto convinto.

«Con l’aiuto di Simona spero di convincerti! Mi aiuti?» aggiunse afferrando uno dei borsoni e accennando all’altro.

https://www.hoepli.it/libro/la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade/9788833812366.html?

martedì 30 marzo 2021

A Londra nei mitici anni settanta

 


Se mi avessero chiesto perché mi trovassi a Londra, in quell’estate del 1977, io non avrei saputo cosa rispondere.

A quel tempo già non credevo più nella rivoluzione del cambiamento, quella che avrebbe dovuto migliorare  l’Italia, prigioniera del potere democristiano, dell’imperialismo americano e dei servizi segreti deviati, trasformandola in un Paese normale.

Invece ci toccava soltanto  subire, rassegnati e  impotenti.

Pagavamo ancora il pegno per la sconfitta della seconda guerra mondiale e io avevo lasciato l’Italia, frastornato dalle bombe di Stato, dalle chiacchiere sui compagni che sbagliavano, dagli attentati sanguinari di gruppi terroristici dalle sigle equivoche e fantasiose; e sospinto dalla mia inguaribile solitudine.

Non che io avessi mai creduto nella rivoluzione; cioè, ci avevo creduto, poco più che sedicenne, ma così come credevo nella pace, nella fratellanza dei popoli e in quelle menate in cui si crede ancora prima dei vent’anni.

Invece, in quegli anni, in Italia,  c’era in giro gente che metteva bombe per davvero; e che sparava; nella migliore delle ipotesi alle gambe, ma sparava sul serio.

E io, coi miei miti, l’indiano  Gandhi, il nero Martin Luther King e Gesù Cristo, il figlio del falegname Giuseppe e di Maria,  dove potevo andare a parare?

È pur vero che mi piacevano anche il Che, Fidel Castro e Mao Tse Tung, ma soltanto a un  livello, per così dire, iconico; e m’infiammavo a leggere il Manifesto del partito comunista, quello scritto a quattro mani nel 1848 da Engels e da Marx; ma la mia fede rivoluzionaria finiva lì e mi sentivo come un pugile che voglia salire sul ring con la faccia d’un altro, per incassare meglio i colpi dell’avversario; o come un pollo spennato che voglia sentirsi un pavone con le penne altrui, o, se preferite, come uno che voglia fare il culattone con il deretano  degli altri.

Mio padre odiava gli americani; e quella era l’unica cosa che ci univa politicamente; per il resto lui sognava l’uomo forte che mettesse le cose a posto, una volta per tutte.

Il mio vecchio avrebbe voluto che io diventassi un bravo contabile, ma alla scuola per ragionieri avevo amato tutte le discipline, fuorché le due materie di indirizzo: la ragioneria e la computisteria.

Qualcosa di meglio l’avevo combinata all’università, se è vero come è vero che dopo tre anni avevo sostenuto tutti gli esami, assolvendo perfino all’obbligo della leva: tredici mesi di servizio militare, con sei mesi di scuola di fanteria inclusi.

Ma infine qualcosa mi aveva spinto sino a Londra. Ed ero là, come un cane bastonato, un sasso di fiume o una piuma nel vento.

Io credo che ogni generazione subisca le influenze del suo tempo e dell’ambiente in cui cresce e matura le sue esperienze. Queste influenze, a metà con i caratteri biologici iscritti nel nostro codice genetico, determinano gli eventi della nostra vita; o ciò che noi chiamiamo destino.

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lunedì 20 aprile 2020

Memorie di scuola


Dicono che quando il tempo e le giornate si accorciano, i ricordi avanzino,  occupando  sempre più spazio nella nostra mente.
Io non so se sia vero o meno.
Però una cosa l'ho fatta: ho provveduto a redigere  e  a pubblicare  le mie memorie di scuola.
E le ho persino raccontate a Quarta Radio. Ogni tanto mi capita di riascoltarle. E mi sembra di rivivere ancora quelle giornate estive, assolate e senza fine, quando si bighellonava per i campi sino a tarda sera, in una Sardegna campestre dove ancora non era arrivato il boom economico.
Le  si possono  ascoltare gratis al seguente link: https://quartaradio.it/
Il libro si può acquistare su tutte le piattaforme e anche sul sito dell'editore:https://www.youcanprint.it/fiction-biografica/memorie-di-scuola-9788827854631.html

giovedì 19 marzo 2020

Quel Sergente che fu





Non ricordo, adesso
In nome di quale libertà
I tuoi ordini del giorno io combattessi
Anche se oggi so
La legge che ci vide opposti
Seppi però più tardi
Che non di ferro
Era quel cuore
Che ti batteva in petto
E quante favole, poi
Volevo dirti
Ma tu sembravi eterno
Squilla nei cieli
Tromba del silenzio
In onore
Di quel sergente che fu!
Villasor 19 marzo 1996