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domenica 23 maggio 2021

La Terza via - 9



In quel tempo, mentre aspettavo un contratto che mi avrebbe fornito dei mezzi di sussistenza e un permesso di soggiorno almeno annuale, mi trovavo a gestire a Bogotà un Almacen, un negozietto  a metà tra un piccolo bar e una minuscola merceria, due generi merceologici che da noi non si trovano mai congiunti.

Il Tintirillo che lo gestiva prima di me era una specie di avvocato con laurea triennale (da noi, anni dopo, sarebbe sorta una figura del genere con la laurea triennale in Servizi Giuridici della riforma universitaria, ma al tempo non esisteva ancora), che era rimasto impressionato della mia conoscenza dei codici e me lo aveva mollato in gestione mentre lui navigava in quei misteriosi porti di mare che anche in Colombia si chiamano ministeri, suppongo ancora più complessi e meno abbordabili dei nostri, dato che di quel contratto, già da me sottoscritto, e in forza del quale avrei dovuto collaborare come esperto di diritto internazionale nella sua azienda di servizi giuridici,  che lui doveva registrare al ministero degli esteri, non ne seppi mai niente, sino alla scadenza del mio permesso semestrale provvisorio. O forse si era tenuto i centocinquanta dollari che gli avevo allungato e ciccia.

https://www.hoepli.it/libro/la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade/9788833812366.html

sabato 24 aprile 2021

La Terza via - 5

 



A Londra era tutto un proliferare di sette new wave di ispirazione per lo più orientale: buddhiste, indiane, cinesi, persiane; e i giovani si perdevano appresso a questi venditori di illusioni e di sogni, mascherati da spiritualità antiche e profonde. E non ho mai capito se fossero i giovani più smaliziati o quelli più fragili confondere la ricerca dello spirito con le sostanze che alteravano la percezione della realtà ordinaria; probabilmente la questione era correlata alle letture più in voga in quel momento: Aldous Huxley, Allen Ginsberg e i poeti della Beat Generation, Baudelaire, Herman Hesse e chissà quanti altri ancora. Tra questi c’era sicuramente anche il sudamericano Carlos Castaneda, trapiantato negli USA per studiare Antropologia e finito poi  in Messico ad applicare sul campo i suoi studi sul popolo degli Huicholes, uno dei tanti ceppi originari del territorio attorno all’altipiano della Sonora che assumevano il peyote, il fungo contenente la mescalina, che a quanto pare li metteva in contatto con un mondo fantastico. Eppure l’antropologo peruviano (lì mi pare fosse  nato Castaneda) spiegava bene di non amare queste droghe. Ma non c’è niente da fare: ognuno sceglie ciò che più gli aggrada in ogni lettura, soprattutto se condotta senza un’adeguata guida.

Così, leggendo quella trilogia che mi era capitata tra le mani (ma la serie completa, come scoprii più avanti negli anni, conta molti più volumi), sognavo di diventare l’allievo di uno sciamano yaqui (nei libri non viene mai menzionata l’esatta etnìa dello sciamano che funge da maestro per lo scrittore, forse per evitare il turismo superficiale di viaggiatori interessati soltanto allo sballo facile, laddove la ricerca dell’autore, sembrava invece avere tutti i crismi di una vera e propria ricerca antropologica e di uno studio sul campo), di ingerire il peyote e di fumare; di padroneggiare la bilocazione riuscendo  a librarmi in volo, come un autentico volatile; e tutte le altre fantasticherie che andavo leggendo; e che sembravano credibili e vere; e magari lo erano veramente, chissà! Quando si è giovane è più facile credere e sognare l’inverosimile; e perfino l’impossibile.

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domenica 18 aprile 2021

La Terza via - 4

 



In viaggio per Londra, in quel luglio  del 1977,  mi accompagnavo casualmente a una mia ex compagna  della ragioneria,  che mi piaceva sin dai tempi della scuola, anche se non le avevo  mai dichiarato i miei sentimenti, sempre frenato dalla mia timidezza e dalle mie interiori paure. La ragazza era comunque fidanzata e presto l’avrebbe raggiunta a Londra  il suo ragazzo per riportarsela a Cagliari e convolare così  insieme a giuste nozze.

Ad essere sincero ero partito con l’idea di trovarmi un lavoro per l’estate,  di farmi qualche soldo e poi di ritornarmene a casa e di concludere gli studi universitari; in fondo mi mancavano soltanto cinque o sei esami per arrivare alla laurea.

Londra mi piacque subito. Mi piacquero le grandi vie e i grandi parchi dell’West End e mi piacquero i vicoli più intimi e contenuti di Soho; complessivamente sentii che in quella città ci stavo bene; diciamo che il suo fascino misterioso, che sembrava aleggiare, soprattutto la sera,  sui caseggiati di pietra e in quegli edifici che trasudavano storie, mi avvinse in una spirale di emozionanti  sensazioni, come se avessi già vissuto, in un remoto passato, tra quelle mura e in quei luoghi. Niente di definito o di certo, sia chiaro, ma soltanto delle sensazioni; nulla di più. Forse avvertivo, in quel momento di estrema solitudine, che Londra era una città sola e solitaria, come me; e le nostre solitudini si fusero e io trovai lì rifugio e consolazione, in quella metropoli che ancora costituiva, come era stato per secoli, rifugio per anime inquiete e pellegrine, ma anche per perseguitati in cerca di protezione e libertà.

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sabato 20 giugno 2020

C'era una volta la magistratura


Se un domani avrò dei nipotini, gli racconterò tante favole. Non saranno belle come quelle che ci raccontava mio padre, che ci intratteneva narrandoci le gesta del mago Malacarne, di Giufà, di Peruonto e di Cenerella, ma io queste so.

C'era una volta la magistratura. La gente aveva fiducia nella magistratura. Essa era formata da persone integerrime, che conducevano una vita riservata. Non guadagnavano molto, ma occupavano quegli scranni di grande responsabilità per passione, per amore e sete della giustizia. E a quei posti si accedeva per merito.
Erano come dei profeti; ma anziché attingere i loro vaticini dalla Bibbia e dalla meditazione, le loro sentenze scaturivano dallo studio dei codici e da uno studio indefesso delle carte giudiziarie,  che avvocati altrettanto seri, redigevano con probità e competenza.
Poi arrivarono i soldi;  troppi soldi  cominciarono a  convergere nei bilanci della Giustizia. E coi soldi arrivò il carrierismo, l'arrivismo, il clientelismo. Non ci fu più  la passione a spingere i giovani verso la delicata professione, ma altre e diverse motivazioni.
Per molti anni la giustizia resistette come una fortezza inespugnabile, circondata dal malaffare della politica, essa mostrava lo stesso volto severo coi ricchi e coi poveri e contribuiva a portare un po' di giustizia in un mondo di per sè ingiusto.
Se c'è una funzione fondamentale, tra quelle più importanti affidate a questo insostituibile servizio, è proprio quello di garantire i deboli dalla protervia dei ricchi e dei potenti, proprio in nome della Legge!
Ma col tempo la fortezza della magistratura fu espugnata al loro interno dagli stessi magistrati; un gruppo di potere si formò a Roma, lì dove regna la mafia nazionale e internazionale, quella che fa capo alla politica, agli affari, alla droga, agli appalti.
Qualche magistrato osò sfidare la mafia ma, messo in minoranza, a volte isolato anche da colleghi invidiosi e forse compromessi con qualche gruppo di potere, finì assassinato dalla mafia che aveva osato sfidare.
Un gruppo di magistrati,  che invece avrebbe dovuto rappresentare la Giustizia, si è messa in affari, truccando i concorsi per gli avanzamenti di carriera e Dio sa che cos'altro!
Chi restituirà la fiducia dei cittadini nella Giustizia?
Io sono troppo vecchio per non sapere che nei Palazzi (e non solo in quelli di Berlino) c'è ancora qualche Giudice capace di giudicare!
Ma la mia fede da sola non basta a salvare un sistema che si è arroccato in una logica autoreferenziale che sarà difficile smantellare!
  1. continua...

domenica 24 marzo 2019

Indiani e Cow-boys


Il teatrino della politica,  al quale stiamo assistendo  anche in questi giorni,  in materia di immigrazione , mi ricorda, in una certa misura, le rappresentazioni che facevano certi film degli anni sessanta della lotta che vedeva opposti i buoni e prodi americani ai selvaggi e cattivi Indiani d’America, ben prima che questi venissero rivalutati da un cinema più attento e intelligente, sulle ali dei grossi sensi di colpa che hanno fatto emergere le loro ragioni, al di là delle apparenze.
Ebbene, in questi film dozzinali della mia infanzia, gli Indiani venivano rappresentati come dei selvaggi idolatri, aggressivi, sporchi e inaffidabili, mentre gli americani erano “i nostri”, i giusti, quelli che intervenivano al momento giusto per rimettere le cose a posto.
Era facile per noi bambini identificarci e solidarizzare con i cow-boys e con i soldati americani e, di conseguenza, schierarci contro gli Indiani.
Cosa non può distorcere, la rappresentazione di una verità voluta, ancorché fallace e fuorviante, nella mente semplice di un ingenuo ragazzo!?
Che cosa c’era che non andava in quelle rappresentazioni filmate hollywoodiane?
E’ molto agevole rispondere: esse ricreavano una situazione, immediata e contingente, in cui era facile leggere da che parte stesse il torto e da quale la ragione.
Era sufficiente, a titolo d’esempio, mostrare degli Indiani ululanti e rabbiosi, in assetto di guerra, incendiare un forte, assalire dei coloni, rapire o peggio uccidere con selvaggia ferocia delle donne e dei bambini inermi,  per scatenare nello spettatore ingenuo e impreparato (ma quale bambino non lo è?) lo sdegno e il desiderio di un intervento riparatore.
Lo stesso accade, se ci badate, nell’odierno teatrino della politica, in materia di immigrazione, anche se la rappresentazione è assai più sfumata e complessa.
Lo schema di base, tuttavia, è identico: nella rappresentazione di una certa parte politica, ci vogliono mostrare da un lato  gli invasori, i cattivoni, i selvaggi; dall’altro ci sono “i nostri”, i salvatori, i giusti.
I politici di parte avversa, nella loro rappresentazione, utilizzano lo stesso schema: da un lato ci mostrano i cattivoni libici, quelli dei campi di concentramento che si accaniscono contro gli inermi migranti; dall’altro ci solo loro, i rescuers, i nuovi salvatori della patria, le ONG filantrope che salvano gli inermi dalle grinfie del mare malvagio.
Entrambe le rappresentazioni sono fallaci e ingannevoli, anche se possono contenere, se non altro,  qualche verità contingente.
Il loro inganno, la loro fallacità sta nella parzialità della rappresentazione; rappresentano cioè soltanto un segmento di verità, estrapolato dal complesso del problema, dalle radici, dalla realtà più complessa e complessiva.
A seconda del suo orientamento politico, l’ingenuo spettatore non può non schierarsi con i buoni di turno.
Così è automatico per uno di sinistra, schierarsi con le ONG contro gli aguzzini del mare e i trafficanti di uomini; e per uno di destra non ci sono dubbi che occorra impedire agli invasori neri (pakistani invaders li chiamava qualcuno a Londra,  tempo fa) di insediarsi in Italia, con le loro credenze esotiche e le loro consuetudini antieuropee e anticristiane.
Ma nelle rappresentazioni semplicistiche, parziali e superficiali, alle quali non è estranea certamente un’informazione televisiva sbrigativa e sommaria, non emergono gli esatti e netti contorni della realtà.
Per esempio: ma chi ha portato questi disperati in Libia? E perché? Se l’Italia e l’Europa hanno bisogno di manodopera e di operai per le loro campagne e per le loro industrie, non ci sono altre vie per fare arrivare soltanto quelli di cui si ha veramente bisogno e le loro famiglie ? (E che ce ne sia bisogno, non c’è dubbio; la stessa destra di Berlusconi e Bossi, fece anni fa un condono per 600.000 clandestini già inseriti come operai nelle industrie del Nord, su pressione dei loro sodali di Confindustria).
E ancora: queste ONG, cosa ci guadagnano a pattugliare il mare in cerca di naufraghi da salvare? Chi sono? Chi paga la loro organizzazione? E perchè? Abbiamo il diritto di sapere da chi vengono finanziate?
Ma davvero dobbiamo prendercela con questi poveri disgraziati e non, invece, con i governanti dei diversi stati del mondo (in primis quelli italiani) per questa situazione?
E poi mi piacerebbe chiedere: dove sono le ricchezze prodotte dalle risorse naturali dell’Africa? Dove sono i profitti delle industrie delocalizzate dall’Europa e insediate in Africa e in Asia?
E i profitti della globalizzazione che se li sta incamerando?
E infine (ma solo per paura di tirarla troppo alle lunghe): ma il nostro dovere di salvare le vite umane, si limita a quei disperati che hanno la forza e i soldi per incamminarsi e imbarcarsi verso le nostre coste? E gli altri? Quelli che rimangono a morire di stenti e di guerra in Africa? Quelli non contano?
Nessuno vuole capire  che gli immigrati che approdano nelle nostre coste sono soltanto la punta di un iceberg?
Insomma, fermo restando il dovere di salvare le vite umane, siano esse in mare, siano esse inchiodate in Africa o in Asia, o dovunque si soffra e si muoia a causa di guerre e carestie, io mi rifiuto di parteggiare per gli Indiani o per i Cow-boys e pretendo una visione più ampia e completa del problema.
E’ troppo chiedere ai nostri politici e ai mezzi di informazione che essi controllano di fare chiarezza?

venerdì 22 marzo 2019

Memorie di scuola - Parte terza



Capitolo quinto
Faccia la persona seria
a.s. 1991-1992
Riflettevo ancora in quei primi anni di insegnamento a quanto fosse vero ciò che mi aveva detto un medico che avevo conosciuto al Comitato di Gestione della  USL di Sanluri, dalla cui assemblea (formata dai rappresentanti di oltre 35 Comuni della Marmilla e dintorni) ero stato indicato per gestire quel particolare settore pubblico, vero e proprio crocevia amministrativo,  dove le tentazioni della politica toccano il proprio apice.
Basti pensare che la Sanità assorbe una fetta del PIL nazionale assai consistente. Una torta davvero appetitosa per politici rampanti e voraci, come sono, da sempre,  i politici italiani. Chi non ricorda Sua Sanità Francesco de Lorenzo, ministro della Sanità, vicerè di Napoli e dintorni, detronizzato da 145 capi di imputazione dal pool di Mani Pulite, insieme al suo braccio destro Poggiolini, cui vennero sequestrati migliaia di miliardi (di cui parecchie centinaia fungevano da imbottitura dei suoi divani e delle sue poltrone) di mazzette incassate quando dirigeva il servizio farmaceutico proprio al ministero della Sanità di De Lorenzo?
E’ inoltre notizia di questi giorni (segno che 25 anni, da quando il mariuolo socialista dell’albergo milanese del Pio Albergo Trivulzio venne acchiappato con le mani nella marmellata, dando la stura a quella terribile stagione che va sotto il nome di “Mani Pulite”,  sembrano non essere mai passati),  la condanna definitiva subita da Formigoni, presidente della Giunta Regionale della Lombardia per oltre un decennio, che sulla Sanità ha perso l’onore e il senno: mazzette milionarie (questa volta in Euro), viaggi, regalie, alberghi di lusso e fiumi di danaro, tutti provenienti dalla Sanità lombarda.
Insomma, dicevo, io ero finito in questa specie di regno di cuccagna (seppure periferico e provinciale rispetto alle più ricche USL delle città capoluogo sarde). Era mia profonda convinzione (e lo è tuttora) che io, nella mia veste di consigliere comunale del paese natio, dovessi rappresentare, con spirito di servizio, in scienza e coscienza, come si suole dire, le istanze della gente comune che mi trovavo a rappresentare.
Capii però da subito che i miei colleghi del Comitato di Gestione non erano animati dalla mia stessa vocazione e dal mio medesimo spirito di servizio.
Naturalmente non ebbi mai prove delle malefatte che i miei colleghi del Comitato Gestione probabilmente fecero a mia insaputa. Io posso dire a mia discolpa che non ero soltanto ingenuo e onesto, ma che credevo davvero nella riforma sanitaria e mi consideravo lì per lavorare al fine di realizzare gli obiettivi della riforma del 1978: una migliore sanità per tutti i cittadini, i malati e gli utenti. Ebbi però sentore che qualcosa accadeva dietro le quinte. Ad esempio, se piombavo all’improvviso nel bel mezzo di una riunione informale, mi accorgevo che i miei colleghi cambiavano repentinamente argomento e leggevo l’imbarazzo nel loro viso. Di lì a poco il ciclone di Mani Pulite li avrebbe spazzati tutti via, insieme alla Prima Repubblica, anche se sinceramente non saprei dire se la Seconda Repubblica sia stata meglio della Prima.
Insomma, io , un po’ vigliaccamente, dopo tre anni di gestione della sanità marmillese,  diedi le dimissioni, forse memore di quanto mi aveva consigliato il relatore alla mia tesi, il compianto internazionalista, prof. Pau di Oristano , quando, poco prima di laurearmi, nel 1984, gli avevo detto che mi sarei candidato alle comunali del mio paese, dandomi, per così dire, alla politica: “ Basile, faccia la persona seria!”, fu per l’appunto il suo asciutto commento.
Dopo essere stato eletto, e dopo aver vissuto l’esperienza di consigliere comunale (all’opposizione) e di membro del Comitato di Gestione (in maggioranza) capii il senso profondo di quelle sagge parole. E ogni tanto, quando assisto al teatrino della politica in TV o sui giornali, ripenso a quel mio vecchio e saggio professore.
Questo medico della USL di Sanluri, vice coordinatore sanitario, mi disse che la migliore età per un uomo è quella che va dai trent’anni ai quarant’anni, quando un uomo è ancora nel pieno vigore fisico e può viverlo nella piena maturazione intellettuale.
E infatti così mi sentivo in quel frangente della mia vita. E in quel settennio che mi separava dal compimento del quarantesimo compleanno, dopo che avevo vinto  il mio primo e unico concorso pubblico (a parte quello per l’abilitazione alla professione di avvocato, che comunque avevo sostenuto e superato a pieno merito nel 1990), mi buttai a capofitto in mille iniziative di carattere intellettuale: mi iscrissi all’università di scienze politiche per prendermi la seconda laurea; tentai di diventare ricercatore universitario (come avrò modo di narrare in maniera dettagliata, al paziente lettore,  nel prossimo capitolo); ripresi a studiare le lingue straniere (inglese, spagnolo, portoghese, francese  e arabo); e mi sentivo un leone in gabbia, voglioso di rompere tutti gli indugi e di superare ogni ostacolo; niente mi faceva paura e tutto mi sembrava raggiungibile e perseguibile. E anche con le donne sembravo avere imboccato la strada giusta; finalmente ero pervenuto a una piena sintonia con l’altro sesso, ciò che consentiva facilità di approccio e agevoli e disinvolte frequentazioni.
Certo stentavo ancora a entrare nell’ordine di idee di intraprendere una storia seria e matura, illudendomi che fosse possibile vivere in maniera indolore delle storie superficiali e passeggere, all’insegna del puro piacere fisico.
Così è la gioventù e tali sono le nostre illusioni. Ma come faremmo a vivere senza sogni e senza illusioni? 

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