last moon

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sabato 13 maggio 2023

In death of John Paul the Second

 


https://www.amazon.co.uk/dp/B07JPK5MCD

Please pray for me


Those shots

the 13th may 1981

at St Peter Sq

saw me 

cold witness of time

but I cried for you

later on 

when I saw you

trembling under the weight

of your Cross;

please pray for me

among the Angels

your existing is the brightest

proof of God's existence!

sabato 4 febbraio 2023

La Terza via - 19

 

https://www.edizioniefesto.it/collane/origo-gentis/437-la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade

A Londra era tutto un proliferare di sette new wave di ispirazione per lo più orientale: buddhiste, indiane, cinesi, persiane; e i giovani si perdevano appresso a questi venditori di illusioni e di sogni, mascherati da spiritualità antiche e profonde. E non ho mai capito se fossero i giovani più smaliziati o quelli più fragili a confondere la ricerca dello spirito con le sostanze che alteravano la percezione della realtà ordinaria; probabilmente la questione era correlata alle letture più in voga in quel momento: Aldous Huxley, Allen Ginsberg e i poeti della Beat Generation, Baudelaire, Herman Hesse e chissà quanti altri ancora. Tra questi c’era sicuramente anche il sudamericano Carlos Castaneda, trapiantato negli USA per studiare Antropologia e finito poi  in Messico ad applicare sul campo i suoi studi sul popolo degli Huicholes, uno dei tanti ceppi originari del territorio attorno all’altipiano della Sonora che assumevano il peyote, il fungo contenente la mescalina, che a quanto pare li metteva in contatto con un mondo fantastico. Eppure l’antropologo peruviano (lì mi pare fosse  nato Castaneda) spiegava bene di non amare queste droghe. Ma non c’è niente da fare: ognuno sceglie ciò che più gli aggrada in ogni lettura, soprattutto se condotta senza un’adeguata guida.

Così, leggendo quella trilogia che mi era capitata tra le mani (ma la serie completa, come scoprii più avanti negli anni, conta molti più volumi), sognavo di diventare l’allievo di uno sciamano yaqui (nei libri non viene mai menzionata l’esatta etnìa dello sciamano che funge da maestro per lo scrittore, forse per evitare il turismo superficiale di viaggiatori interessati soltanto allo sballo facile, laddove la ricerca dell’autore, sembrava invece avere tutti i crismi di una vera e propria ricerca antropologica e di uno studio sul campo), di ingerire il peyote e di fumare; di padroneggiare la bilocazione riuscendo  a librarmi in volo, come un autentico volatile; e tutte le altre fantasticherie che andavo leggendo; e che sembravano credibili e vere; e magari lo erano veramente, chissà! Quando si è giovane è più facile credere e sognare l’inverosimile; e perfino l’impossibile.

 

 

 

 

 

 

mercoledì 1 febbraio 2023

La Terza via - 17

 


https://www.edizioniefesto.it/collane/origo-gentis/437-la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade



Capitolo 5

A Londra gli italiani che andavo via, via conoscendo potevano dividersi in due categorie: quelli stabili, o stanziali,  come Donato e Giampiero, e quelli di passaggio, che venivano a fare una

vacanza, magari  di studio, ma sempre di vacanza si trattava.

La mia impressione era che a tutti questi italiani di Aldo Moro non gliene fregasse molto. Anzi, li definirei degli anticasta ante-litteram. Io mostravo indifferenza, coerente con la mia scelta di



non schierarmi né con i brigatisti, né con il loro nemico, lo Stato.

Questi italiani di passaggio a Londra parlavano invece apertamente contro la classe politica, soprattutto quella democristiana, corrotta, asservita agli americani e in combutta con i servizi segreti deviati, quelli che avevano messo le bombe.



Adesso è normale sentir parlare male dei politici, ma all’epoca io ero convinto che esistessero anche dei politici onesti. Il cinismo di questi vacanzieri mi colpiva; e non certo positivamente.

Quando fui stufo di sentire tutte quelle chiacchiere cominciai a spacciarmi per spagnolo, o per argentino; almeno con gli italiani, così sfuggivo alla morsa di quelle notizie e di quelle discussioni; quantomeno riuscivo ad evitare quelle conoscenze superficiali che non mi portavano niente di buono. Preferivo fumare e non pensare a niente di impegnativo. Lavoravo e fumavo; fumavo e



pensavo; e nel frattempo cercavo la mia strada.

domenica 29 gennaio 2023

La Terza via - 16

 

https://www.edizioniefesto.it/collane/origo-gentis/437-la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade

Questi ragazzi connazionali si occupavano invece del settore artigianale relativo alla panificazione e alla cottura delle pizze. Si iniziava con preparare l’impasto, versando in una impastatrice le quantità previste di farina, sale, acqua  e lievito. Quando l’impasto era pronto,  si provvedeva a ricavarne le forme circolari, decisamente di diametro inferiore al formato delle classiche pizze che in Italia vengono servite nei ristoranti e più tardi confezionate dalle grandi case del settore alimentare.

 Le forme venivano poste nelle grandi teglie di metallo che altro non erano se non i ripiani dei carrelli che successivamente andavano inseriti nei forni per la cottura. Ogni carrello aveva una decina di ripiani, ciascuno dei quali conteneva una dozzina di pizze. Una volta ottenuta la cottura,  le pizze erano pronte per essere trasferite, spingendo a braccia i carrelli sino al settore dove iniziava la preparazione che ho già descritto, con l’avvio del nastro trasportatore gestito dai colleghi egiziani.

Io venni aggregato al settore panificazione dove imparai presto le varie fasi della lavorazione. Il mio istruttore fu un ragazzo ligure, garbato e calmo,  che si chiamava Giampiero (di cui ho già avuto modo di parlare).

 Fu lui che mi indicò cosa e come fare, ma lo fece con gentilezza e senza mostrarsi saccente o supponente,  come spesso accade nei luoghi di lavoro nei confronti dei nuovi arrivati.

Fra gli  altri italiani che ricordo, oltre a Donato e Giampiero,  ricordo anche Natale, un veneto che aveva due grandi amori: le moto e l’hashish; non saprei dire quale delle due passioni gli costò la vita, forse furono entrambe; morì infatti in sella alla sua moto, qualche tempo dopo, in seguito a un incidente stradale di cui non seppi mai l’esatta dinamica. C’era poi Arturo, un ventottenne alquanto originale, forse emiliano o romagnolo. Ricordo che portava  un orecchino pendente  all’orecchio  sinistro,  che quasi gli aveva staccato il lobo, capelli lunghi  e  denti gialli e piccoli, corrotti sicuramente dal fumo delle sigarette che fumava in continuazione. Aveva sul viso una perenne espressione di estasi che,  con qualche malevolenza,  si sarebbe anche potuta descrivere ebete o assente; non di meno, egli svolgeva il suo lavoro con efficienza, seppure assorto in quella sua aria di eterno estraniamento che interrompeva soltanto per gridare «trolley!», con cui invitava qualcuno a ritirare i carrelli con le pizze appena sfornate, indicando al contempo che necessitava di un altro carrello vuoto; oppure gridava «enough!», quando i trolley vuoti erano diventati troppo numerosi davanti al forno. Dopo gli si ristampava in viso quel sorriso estatico che i miei compagni di lavoro, senza che io li sollecitassi, mi dissero fosse da attribuire ai suoi abusi di sostanze stupefacenti varie e non meglio identificate.

Altri ragazzi andavano e venivano; gente di passaggio; studenti in cerca di un lavoro provvisorio; quasi nessun inglese, molti italiani. Giampiero era una specie di capo, forse supervisor o assistant menager, non saprei dire; ma non faceva pesare il suo grado ed era sempre gentile con tutti, pur se pretendeva la massima efficienza.

Il lavoro in sé era abbastanza impegnativo. A me pesavano soprattutto due cose: alzarmi presto al mattino e rinunciare al riposo pomeridiano. Ma per il resto il lavoro non era male.

E durante  l’week end, in linea con la migliore tradizione britannica, non si lavorava.

 

giovedì 26 gennaio 2023

La Terza via - 14

 

Quando il vecchio Jim non riusciva a chiamare il montacarichi, che spesso veniva chiuso male dagli operai che ricevevano il formaggio, soleva urlare come un dannato:

 « Shut, boys, you know, that fucking door!»

 Ce l’aveva soprattutto, il vecchio Jim, con certi ragazzi egiziani che lavoravano di sopra. C’erano anche dei ragazzi italiani, nella catena di montaggio, ma tutti sembravano avercela con quegli egiziani (scoprii più tardi che erano Egiziani di religione Copta).

Anche Pinto, l’altro grande vecchio della fabbrica, che fungeva da magazziniere, mentre circolava  col suo  muletto per il carico e lo scarico delle merci, rivolgeva i suoi strali, in una strana e buffissima lingua, tutta sua,  frammista  di italiano,  portoghese e inglese, ai giovani egiziani, ai quali, indistintamente diceva in tono canzonatorio,  quando gli passava accanto:

«Ragassu arabu comidu carne con culo e poi ditu “very gudy!”» .

 

E  ridacchiando si allontanava, sempre spingendo il suo carrello e facendo finta di non sentire la risposta piccata di quelli.

Io mi ero fatto crescere una gran barba nera e sbrigavo il mio lavoro agli ordini di Jim, che però non mi permise mai di entrare nella cella frigorifera e mi rispettava in tutto e per tutto. La sera me ne stavo in camera a riposare, a leggere  e a scrivere poesie. Solo il sabato mi concedevo un salto al pub a bere un paio di birre. 

Andò così avanti per un paio di mesi. A un certo punto, stanco di stare solo anche sul posto di


lavoro,  chiesi al boss di poter cambiare “upstairs”. Il capo mi volle accontentare e così iniziai una nuova vita.

domenica 22 gennaio 2023

La Terza via - 12

 

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La fortuna mi arrise subito nella ricerca del lavoro. Vicino all’ostello che avevo prenotato da Cagliari, poco discosto dalla importante stazione di King’s Cross, c’era un negozio di alimentari di cui era proprietario un italiano, un giovane marchigiano di cui adesso non ricordo il nome.

Frequentavano il negozio diversi altri connazionali, tra i quali vi era il braccio destro di un imprenditore emiliano o forse milanese, adesso non saprei dire. Fu lo stesso titolare del negozio di alimentari, col quale mi ero confidato, a chiedergli se per caso avesse qualche lavoro stagionale da propormi, una sera che stazionavo lì, a chiacchierare, tra gli odori pregnanti e familiari di prosciutti e formaggi italiani. Mi disse che il suo capo, tra le altre cose, possedeva una fabbrica dove si imbustavano delle pizze da supermercato e dove spesso cercavano del personale. Risposi che gli sarei stato grado e che avrei accettato volentieri di lavorare in quella fabbrica di pizze.

 Detto, fatto. Quello stesso fine settimana mi comunicò che il lunedì successivo avrei dovuto presentarmi al titolare per iniziare il lavoro in fabbrica. La scuola di Londra, per me, iniziò quel lunedì di luglio dell’anno 1977.

giovedì 19 gennaio 2023

La terza via - 10

 


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Michelle,  d’altronde, era una pittrice e si guadagnava da vivere vendendo i suoi quadri e facendo ritratti a Portobello e negli altri grossi mercatini rionali londinesi; le sue frequentazioni quindi consentivano a Giampiero di non perdere del tutto i contatti con un certo tipo di cultura e di mentalità alternative, alle quali, anche se non nel profondo del suo essere, era stato comunque legato.

 

A me queste figure di bohemiens piacevano da morire. Non mi riferisco  soltanto alle donne. Michelle, certo, mi piaceva; ma era la donna di un amico; e per me era sacra e intoccabile. Mi riferisco in generale a quei giovani che allora riuscivano a vivere di espedienti, magari suonando la chitarra nelle metropolitane, oppure dipingendo, come Michelle, o vendendo prodotti artigianali di propria fattura. Mi affascinava quel mondo, avvolto nel mistero, dove si praticava il sesso libero e ci si perdeva nel fumo e nei sogni della droga, senza pensare ad altro che al presente; senza rogne e senza impegni; senza orari di lavoro o di studio. Se i ricchi potevano farlo grazie ai loro soldi, io, che ricco non lo ero e non aspiravo neppure a diventarlo, avrei potuto esserlo, o meglio immaginavo di diventare libero,  grazie all’arte, all’ingegno, a una qualche forma di creatività che purtroppo non avevo.

Ma in fondo, sognare non costava niente. E io sognavo di essere ciò che non ero. Magari, mi dicevo, potevo migliorare nella chitarra. Ma avrei avuto il coraggio di mettermi a suonare nei corridoi della metropolitana? Sarei riuscito a vincere la mia timidezza? Forse mi sarei potuto procurare degli attrezzi adatti e mi sarei potuto cimentare nella fattura artigianale di braccialetti e orecchini; li avrei venduti al mercato di Portobello road e degli altri mercatini rionali londinesi.

Così continuavo a sognare. Sognare, in fondo, non costa davvero niente. Guai se non ci fossero i


sogni. Sono i sogni, mi dicevo,  che spingono il mondo e sostengono la vita.

 

 

 

 

domenica 15 gennaio 2023

La Terza via - 8

 

 

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Capitolo 3

 

L’antica rabbia politica e rivoluzionaria di Giampiero, al contrario di quello che era avvenuto per Donato,  si era dissolta nella nebbia londinese e se per gli altri della sua generazione Londra aveva costituito un’alternativa alla rivoluzione, sotto  forma di un ponte verso la filosofia orientale, lui, invece, pur continuando  a coltivare,  in italiano e in inglese, le sue letture giovanili, si era adagiato in un tranquillo e pacifico moderatismo; mi accadeva di frequente di  intrattenermi con lui in lunghe dissertazioni serali, a casa sua, dopo cena, quando fra una pipata e l’altra, sprofondato in un’ampia e comoda poltrona, con una pacatezza disarmante, ma nel contempo accattivante, mi profetizzava ancora l’avvento al potere del proletariato come soluzione unica ed inevitabile, ma da raggiungere però in maniera graduale, attraverso i tempi di maturazione che lo sviluppo della società le avrebbe consentito di fare, secondo un processo evolutivo inevitabile e inarrestabile, che avrebbe seguito un ordine prestabilito. Ed era tanta e tale la forza e la sicurezza delle sue argomentazioni che io, neanche una volta, neppure per un solo istante, fui capace di dubitare che Giampiero avrebbe esitato, al momento della resa dei conti, a rinunciare alla sua


posizione, già di fatto acquisita, di supervisore in fabbrica, con il sorriso di chi si sente vincitore.

giovedì 12 gennaio 2023

La Terza via - 6

 

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Capitolo 2

A quel tempo, a Londra,  le notizie dall’Italia arrivavano con un giorno di ritardo. Non che io le cercassi, tutt’altro. Ero andato via dall’Italia perché non ne potevo più di stare a sentire e a leggere sempre le stesse notizie: attentati, gambizzati, scioperi, scala mobile, crisi di governo, rimpasto, arco costituzionale, extraparlamentari, gruppuscoli, galassia terroristi, destra e  sinistra.

Sul piano politico, a destra l’Italia era bloccata dall’arco costituzionale, mentre a sinistra l’ostacolo era il Patto Atlantico. Io non mi sentivo né di destra, né di sinistra. A pensarci bene forse ero partito per Londra alla ricerca di una terza via.

La  notizia del rapimento dell’onorevole Aldo Moro,  ad opera delle Brigate Rosse,  mi lasciò pertanto piuttosto indifferente.

Soltanto dopo ho capito la grandezza di quest’uomo politico, la sua lungimiranza, la sua tenacia. Era un uomo rivoluzionario, a modo suo; ma nel suo mondo non fu capito; o fu male inteso; o forse i farisei filoamericani e gli scribi democristiani si servirono dei barabba rossi per levarsi di torno un avversario interno più intelligente  e più capace di loro. In fondo me n’ero andato dall’Italia per non pensare alla politica, perché mi sarei dovuto sbattere su quella notizia?

martedì 10 gennaio 2023

La Terza via - 4

 

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Soltanto gli irriducibili restarono sul campo e,  imbracciando le armi vere, combatterono  la loro rivoluzione fatta di illusioni e di teorie astratte, elaborate da filosofi sognatori,  frutto di pensieri malati, fondate sul nulla.

Tanto ciò è vero che al loro assunto di base, la dittatura del proletariato, mancò proprio quello che doveva essere l’autore principale e l’interprete della vittoriosa e gloriosa rivoluzione: il proletariato.

In  nome di queste teorie astruse, questi intellettuali malati di megalomania e di protagonismo storico (compagni che sbagliano, li chiamò troppo benevolmente qualcuno),  disseminarono il terrore per tutta l’Italia, proclamando in deliranti comunicati  l’avvento di improbabili vittorie e chiamando alla rivolta un popolo inesistente,  e comunque indisponibile a seguirli,  in quella strada insanguinata di autentica violenza,  intrisa di vani sogni e di  delirio di onnipotenza.

La loro parabola toccò l’apice con il sequestro di Aldo Moro, allora ai vertici delle istituzioni e del partito più potente del Paese. Ma  finirono per divenire gli zimbelli di quei capitalisti e imperialisti tanto odiati, dando compimento a un disegno criminale che proprio i servizi segreti deviati italoamericani,  avevano ordito in odio al presidente della Democrazia Cristiana.

Tuttavia,  per rendere onore all’altra America, quella dei poeti della beat generation e dei figli dei fiori, è giusto  evidenziare come le   radici della grande rivoluzione del 1968 affondino anche in quel grande paese e in quegli intellettuali,  poeti e sognatori che, anziché perseguire la violenza, propugnarono una rivoluzione pacifica che,  alla violenza del potere di Washington,  oppose il profumo e la bellezza dei fiori.

Siamo debitori di  quei  pensatori americani che con le loro immaginifiche visioni hanno inneggiato a un mondo di pace e fratellanza, a una società che ripudiasse la guerra, a un consorzio umano universale che congiungesse la saggezza  millenaria  dell’oriente,  con l’organizzazione tecnologica dell’occidente, in un progetto di condivisione delle risorse umane e delle ricchezze della terra che ripudiasse ogni egoismo, ogni prevaricazione nazionalitaria e populista, oggi, purtroppo,  tornate di moda.

E in questo mio inno di grazie non posso e non voglio tralasciare neanche gli intellettuali europei come Jean Paul Sartre, Herbert Marcuse, Bertrand Russell, George Orwell, Aldous Huxley e tanti altri che qui mi scuso di dimenticare.

domenica 8 gennaio 2023

La Terza via - 2

 

Mio padre odiava gli americani; e quella era l’unica cosa che ci univa politicamente; per il resto lui sognava l’uomo forte che mettesse le cose a posto, una volta per tutte.

Il mio vecchio avrebbe voluto che io diventassi un bravo contabile, ma alla scuola per ragionieri avevo amato tutte le discipline, fuorché le due materie di indirizzo: la ragioneria e la computisteria.

Qualcosa di meglio l’avevo combinata all’università, se è vero come è vero che dopo tre anni avevo sostenuto tutti gli esami, assolvendo perfino all’obbligo della leva: tredici mesi di servizio militare, con sei mesi di scuola di fanteria inclusi.

Ma infine qualcosa mi aveva spinto sino a Londra. Ed ero là, come un cane bastonato, un sasso di fiume o una piuma nel vento.

Io credo che ogni generazione subisca le influenze del suo tempo e dell’ambiente in cui cresce e matura le sue esperienze. Queste influenze, a metà con i caratteri biologici iscritti nel nostro codice genetico, determinano gli eventi della nostra vita; o ciò che noi chiamiamo destino.

venerdì 14 maggio 2021

La Terza via - 8



E arrivò davvero subito; il tempo di sfogliare distrattamente qualche rivista sotto gli occhi arrossati e attenti del titolare dell'edicola, un pakistano di mezza età, dalle guance grosse e carnose.

-«Ciao!» – mi fece con un gran cenno Giampiero, mentre giungeva, in lontananza,  dall’unica barriera di uscita della Metropolitana. Anche Michelle, che già conoscevo, mi salutò con la mano per aria. Mi presentarono quindi a Martine, una ragazzetta non tanto alta, che vestiva dei jeans su una camicetta bianca ricamata, delle scarpe “Adidas” bianco-verdi ed un nastrino azzurro alla fronte che le cingeva i capelli castani dal taglio corto. Abbozzò un sorriso sui denti un po’ irregolari, pronunciando un “hello!” strettissimo e arrestandosi,  con una mano  che teneva il giubbotto riverso sulle spalle e le dita dell’altra infilata nella tasca dei jeans, con il solo pollice di fuori. Dopo alcuni convenevoli chiesi a Giampiero notizie di Donato.

https://www.mondadoristore.it/terza-via-uomo-viaggio-tre-Ignazio-Salvatore-Basile/eai978883381236/

 


domenica 21 aprile 2019

Memorie di scuola


In quell’anno scolastico 1970-1971 ero approdato alla terza classe dell’istituto Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.
Proprio in quell’anno mi ero accorto di avere sbagliato scuola: la Ragioneria e la Tecnica Commerciale, materie di indirizzo, mi annoiavano a morte, mentre studiavo sempre più volentieri l’italiano, la storia e le lingue straniere, il diritto e l’economia; avrei studiato anche le materie professionali, almeno per arrivare alla sufficienza.
D’altronde non è che i professori potessero ammazzarci di studio. Qualcuno l’avrebbe anche voluto (noi li chiamavamo “fascisti e reazionari”) ma ormai eravamo troppo impegnati nella lotta contro le vecchie istituzioni scolastiche e chiedevamo a gran voce di essere arbitri dei nostri destini. I nostri professori e le istituzioni più in generale, dal Preside sino al ministro della P.I. (quell’anno, se le fonti e la memoria non mi ingannano, era il democristiano Misasi), d’altro canto, si scoprirono abbastanza impreparati a fronteggiare quella protesta rumorosa e convinta.
Il terzo anno,  nella Ragioneria, così come,  credo, in tutti gli istituti superiori, è un anno cruciale. Intanto di solito si cambia di corso (io infatti fui trasferito dal corso F al corso D). In secondo luogo si studiano delle materie del tutto nuove.
Così fu anche per me in quell'ottobre del 1970.
I miei nuovi professori erano assai diversi tra loro. Intanto c'erano quelli delle materie così dette di indirizzo: Ragioneria e Tecnica; oggi, nella moderna ragioneria le due materie sono state unificate sotto il nome di Economia Aziendale, ma all'epoca, come dicevo, vi erano due materie e due insegnanti. Il professore di Ragioneria era un uomo tutto d'un pezzo. Si chiamava Murru. Quando entrava in classe noi ci levavamo tutti in piedi, in segno di saluto e di rispetto (ma lo facevamo per tutti i docenti indistintamente). Col braccio destro levato in aria e la mano tesa ci ordinava di sedere senza pronunciare parola. Ma i  suoi occhi chiari e freddi  scrutavano attenti tutta la classe; quello sguardo era eloquente più di qualunque parola, così come quel saluto solenne e ormai  fuori moda: se non parlo io che sono il capo, sembrava dire il bellicoso professore di ragioneria, perché dovreste farlo voi, che siete dei poveri studenti, ancora senza arte né parte ( e chissà se mai ce l'avrete con quei cappellacci lunghi  e con quelle minigonne).
Si lavorava in silenzio e sodo. Io mi ero rassegnato a occupare  il primo banco (sempre per via della storia che i piccoletti dovevano stare avanti).
Da lui, oltre al saluto caratteristico ricordo altre due cose: la prima è che ripeteva spesso che  i sindacati, soprattutto quelli di fede socialista,  erano  la rovina dell'Italia  (narrava, a metà tra il serio ed il faceto, che i sindacalisti erano dappertutto e che se uno di noi, un domani, rientrando a casa, avesse scovato nell'armadio o sotto il letto un uomo, non ci sarebbe stato alcun bisogno di chiedergli i documenti: si sarebbe trattato di un sindacalista di fede socialista); la seconda era la tecnica che aveva per ricordare gli articoli del codice civile (questa tecnica mi tornò poi utile anche all'università per memorizzare i  quattro codici); un giorno che ci spiegava il contratto di società, citando l'art. 2247 c.c., disse che ricordava quel numero facilmente, essendo nato nel 1922 ed essendosi poi sposato nel 1947; e faceva queste associazioni per tutti o quasi gli articoli del codice civile. Della sua materia non ricordo un beato picchio. Non mi piaceva (forse perché non mi piaceva lui; o magari, viceversa, non mi piaceva lui, perché mi era antipatica la sua materia).
Era un uomo freddo e distante; sicuramente preparato (si intuiva che nella sua materia non era uno sprovveduto), non metteva  però alcuna emozione nel trasmettere la sua scienza. Quando anni dopo, sono divenuto un insegnante, ho messo l'emozione e la passione al pari con la preparazione e la conoscenza; ma io ho sempre amato le materie che ho insegnato.
E' vero anche che i tempi sono cambiati. Oggi i giovani non accetterebbero quella severità e  quella distanza glaciale che ci separava dai nostri professori!
Io pendevo dalle labbra dei miei professori perché volevo imparare da tutti e di tutto! Ed ero come una spugna, desideroso di apprendere!
Oggi i giovani hanno a portata di click, tramite il PC o il Tablet, o meglio ancora l’ I-phone e il cellulare, tutto lo scibile possibile e immaginabile in qualsiasi campo della scienza e di ogni altro campo della vita!
Altro che giornaletti e fumetti! Altro che sognare "Le Ore!" Adesso bastano tre lettere sulla barra di Google e tutto il bello e il brutto della vita ti si spalanca davanti agli occhi! Peccato che questi giovani, troppo spesso, facciano un uso distorto e superficiale di questa portentosa invenzione chiamata Internet; di questa rete infinita di autostrade e sentieri, di valli e praterie  che si chiama WEB!
Io ammiro davvero l'ingegno umano! Ma ripeto ancora: meno male che gli altri uomini non sono come me! Altrimenti altro che World Wide Web! Noi saremmo ancora nelle caverne, arrostendo il frutto della caccia e nelle interminabili sere d'estate, siederemmo ancora attorno al fuoco, ad ascoltare dai poeti erranti, le vicende antiche delle nostre genti, tramandate oralmente di padre in figlio, da maestro a discente, da poeta ad allievo! Adorando la luna nelle notti di plenilunio.
Del  professore  di Tecnica non ricordo bene il cognome. Ricordo che la moglie era un'insegnante e che il fratello era medico sociale del Cagliari Calcio che di lì a poco avrebbe vinto lo scudetto del massimo campionato di calcio, grazie alle reti eccezionali del grande Gigi Riva.
Aveva  una barca, ormeggiata in inverno a Marina Piccola (dove ormeggiano le barche da diporto dei cagliaritani facoltosi e non solo), e in estate ormeggiata in giro per il Mediterraneo. Faceva il commercialista e l'assicuratore (più il secondo che il primo, ad onor del vero). L'assicuratore marinaio aveva mangiato la foglia e doveva essersi detto nelle sue riflessioni, tra una polizza assicurativa e una manovra di trinchetto: a questi giovani qui non gli va di fare un beato cacchio; vogliono la rivoluzione, il sei politico, la promozione garantita; fanno gli scioperi, vogliono le assemblee e la pari dignità studenti-professori! Ebbene, accontentiamoli! In un discorso alquanto serio ci aveva quindi detto: se volete lavorare, io son qua! Usatemi come si usa uno strumento e farò ciò che volete!
Detto e fatto! A noi ragazzi non ci andava di far niente (io men che meno nella sua materia)! Alle ragazze sentir parlare di strumento doveva aver fatto venire in mente delle altre fantasie, dato che il professore si presentava più alla mano rispetto a quello di ragioneria. E comunque si associarono a noi maschi per non far niente.
Ricordo anche degli altri professori. Naturalmente quello di diritto e di economia, materie che amavo e che amo ancora, come ho già avuto modo di dire! Anche se non erano le mie preferite! Le materie che mi appassionavano maggiormente erano invece l'Italiano e la Storia. Le ho sempre apprezzate! Sicuramente anche per merito delle professoresse e dei professori che hanno avuto la pazienza di decifrare la mia quasi impossibile grafia, nei lunghi temi in cui sfogavo la mia verve di imberbe scrittore! E la storia? come si può non amare la storia? Come ci si può annoiare a leggere quei libri dove vengono narrate le gesta dei nostri avi? Dove ci sono scritti i segreti e le spiegazioni di ciò che fummo e le anticipazioni di ciò che saremo?
La mia professoressa del triennio si chiamava Annamaria Chessa.
Nonostante ci desse del lei (ma tutti i docenti davano del lei agli studenti nella nostra scuola) e nonostante la sua cattedra fosse distante e sopraelevata su di  una imponente pedana, io la sentivo vicina; emanava una grande umanità e una notevole empatia la legava a noi studenti. Ha cercato di insegnarmi ad esercitare uno spirito critico e un’ intelligenza libera da pregiudizi; si preoccupava, oltre che dell'insegnamento, anche della formazione di noi giovani, trasmettendoci  il senso del dovere anche con il suo esempio. Io credo che un buon insegnante  debba prima di tutto dare il buon esempio: un cittadino si forma con l'esempio di giustizia, di lavoro, di rettitudine, di onestà, di puntualità, di disponibilità nel servizio e nella preparazione continua e ininterrotta. Il buon esempio vale più di mille parole! E lei, in questo, fu esemplare per davvero!
Mi sono ispirato anche a lei nei primi anni del mio insegnamento (anche se gli studenti mi pregavano di dargli del tu e io, dopo poco tempo, ho preso a chiamarli perfino con il nome di battesimo!).
Non si lavorò comunque molto in quei primi mesi dell'anno scolastico 1970-1971. Lo sciopero era sempre nell'aria e noi rivendicavamo il diritto di riunirci e di discutere dei problemi del mondo e non soltanto di scuola e di argomenti legati al programma.
Cominciai in quell'anno a scioperare con maggiore convinzione  anche io. Nella mia scuola vi era un gruppo di organizzatori entusiasti e capaci; erano tutti ragazzi di quarta e di quinta; qualcuno era impegnato anche politicamente; molti erano semplicemente del movimento studentesco, quello non politicizzato, che si occupava soltanto dei temi della scuola, rivendicando diritti allora quasi impronunciabili: assemblee di classe, assemblee di istituto, rappresentanza nelle istituzioni, diritto a conoscere i voti, diritto di interagire e discutere alla pari con i docenti; diritto di contestare e di ribellarci; diritti, solo diritti e sempre diritti. Gli adulti furono molto pazienti con noi. Alcuni, anche fra i politici, erano perfino impauriti. Tirava una brutta aria e certi studenti sembravano non avere alcuna voglia di scherzare. Altri uomini politici erano semplicemente dei dritti: gente che aveva studiato prima e più di noi e che sapeva che se ci avessero affrontato di petto, rischiavano il tracollo; presi così, invece, di fianco, forse ci saremmo stancati prima noi! La ribellione sembrava comunque epocale! Secondo me era il prosieguo della rivoluzione dei Figli dei Fiori! Insomma avevamo scoperto che il mondo poteva essere nostro e volevamo prendercelo, tutto e subito! Chi erano quei matusa grigi e senza fantasia per impedire a noi giovani di essere noi stessi? Come potevano impedirci di vivere le nostre esperienze? E perché soltanto i ricchi potevano andare a scuola? La cultura non era forse di tutti? E il potere non doveva essere del popolo, come insegna la parola democrazia? A questi cori confusi ed indistinti, ma forti e mirati, si aggiungevano quelli delle femministe: sesso libero; no al maschilismo; il sesso ce lo vogliamo gestire da noi; abbasso i padri  e i mariti padroni! A morte il paternalismo! Lavoro per tutti! Pillola, aborto e divorzio garantiti! Vogliamo la parità coi maschi! E così via gridando, manifestando e protestando!
Arrivammo così a dicembre. La resa dei conti dopo le schermaglie dell' ennesimo autunno caldo.
Si fronteggiavano due Italie: una vecchia, rivolta al passato, appoggiata dalla Chiesa e dalla classe politica democristiana e liberale; l'altra, proiettata verso il futuro, rivolta in avanti, appoggiata dai comunisti, dai socialisti e dai radicali di Marco Pannella.
E chi può dire cosa sia meglio nel cammino dell'uomo? Non è che a forza di andare avanti finiremo col cadere in un burrone senza fondo? Cosa c'è dietro dell'angolo di questo infinito progresso, di questa ricerca senza fine, di questo spasmodico ritmo che travolge il passato ed è incentrato sul futuro, senza se e senza ma?
A gennaio, dopo le vacanze di Natale, si rientrava a scuola e si riprendeva a frequentare regolarmente.
Succedeva sempre e quell'anno 1971 non fece eccezione. Anche se occorre sottolineare che nella scuola c'era fermento anche tra i docenti, che rivendicavano degli aumenti stipendiali che dei governi fragili non erano riusciti a garantire (ricordo, oltre ai monocolore democristiani, i più frequenti quadripartiti con il PSI di Nenni e Di Martino che poi diverrà solo di Bettino Craxi, il PRI   di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini e il PLI di Valerio Zanone, che divennero più tardi governi di pentapartito, con l'aggiunta del Partito socialdemocratico, sino ai primi anni novanta, quando le inchieste giudiziarie di Tangentopoli spazzeranno via tutta quella classe politica) .
Sia detto per chiarezza, anche se per inciso, che dal ciclone di tangentopoli sembrò salvarsi soltanto il PCI; qualcuno pensò che il motivo stesse nel fatto che i giudici della procura di Milano e di quelle che la imitarono nell'inquisire i politici corrotti, fossero degli uomini di sinistra; ma il motivo è un altro: i comunisti, a livello nazionale, non riuscirono mai ad entrare e diedero solo degli appoggi esterni nei momenti topici della vita del Paese; il povero Aldo Moro pagò con la vita il tentativo di far sedere i comunisti ai posti di comando, nei palazzi del potere nazionale; povero Aldo Moro, chissà se voleva farli entrare per dimostrare che anche i comunisti erano corruttibili come e più degli altri politici (Enrico Berlinguer a parte), come poi dimostreranno nelle sedi del  potere regionale e, più tardi, come PD anche alla guida dei governi nazionali.
In quei primi mesi del  1971, attraverso i giornali, la radio e la televisione apprendiamo dell'esistenza  dei Tupamaros uruguaiani e degli Halcones messicani; Tito si reca in Vaticano da Paolo VI (primo leader comunista a visitare un papa cattolico); a proposito di comunisti, quelli cinesi di Maotzetung  e Ciuenlai aprono al dialogo con gli USA con il pretesto del Ping-Pong (disciplina in cui i Cinesi sono bravissimi); si parla moltissimo in Italia  anche di un colpo di stato organizzato dalla destra, su imitazione di quello avvenuto  in Grecia nello stesso anno, per portare i militari al governo.
Sembra che l'anima del fallito golpe sia stato il principe Junio Valerio Borghese, un pluridecorato eroe, militare e militarista. Viene trovata anche la lista dei 500: politici, imprenditori, militari e semplici cittadini (tra cui figurano nomi che vediamo ancora adesso in TV: Berlusconi, Cicchito, Costanzo); sembra che questa lista sia legata a un certo Licio Gelli, grande maestro della massoneria, anticomunista, poeta e grande organizzatore. Si sente inoltre parlare per la prima volta di Gladio, un'organizzazione, anch'essa segreta, come la P2 di Licio Gelli, che sottotraccia deve monitorare la politica italiana, pronta ad intervenire nel caso i comunisti, con le buone (attraverso normali elezioni) o con le cattive ( Lotta Continua, Potere Operaio, le Brigate Rosse ) assumano il potere. Insomma, si vive in un gran bailamme di notizie non confermate, di sospetti, di intrighi e di misteri.
Potevo io, coi miei poveri diciassette anni, neppure compiuti, riuscire a  dipanare quelle matasse aggrovigliate di complotti, di intrecci politici, di associazioni segrete, di poteri occulti, quando in realtà non avevo neppure presenti e chiari i poteri palesi e istituzionali (peraltro fragili e perfino poco autorevoli e scarsamente indipendenti in un mondo che sembrava dominato alla grande dal gigante USA)?
Infatti non li capivo. Protestavo, come tanti giovani di allora, contro la corruzione, lo strapotere democristiano, l'imperialismo americano, l'arroganza dei ricchi, le scarse opportunità offerte ai figli dei proletari, lo sfruttamento degli operai, la scarsa libertà, il perbenismo interessato (come cantava il grande Francesco Guccini), la voglia e il desiderio di un mondo diverso, con più uguaglianza, con una più equa distribuzione della ricchezza, con più lavoro e più benessere per tutti. Protestavo perché intuivo, più che capire, che era il momento di far sentire la nostra voce, la voce dei deboli, di coloro che erano stati zitti per lunghi anni, forse per decenni o addirittura per secoli!
Ma il 1968 ( e gli anni di riverbero e prosecuzione) non sarà stato il prosieguo dei moti del 1848? Ci sarà un filo comune che lega le ribellioni di ogni tempo contro il potere costituito, contro ogni forma di oppressione, contro chi si arroga il diritto di tenere per sé tutta la ricchezza che si produce, prima nelle terre e nelle miniere, poi nelle industrie e nelle fabbriche?
Forse la vita è soltanto un susseguirsi di sopraffazioni cui fanno seguito delle illusioni, dei sogni, delle ribellioni, delle piccole, provvisorie conquiste; e poi, inevitabile, subentra nuovamente la repressione che si riprende, con gli interessi e la vendetta, quello che ha dovuto cedere obtorto collo!!!
Mi sembra di averlo letto, forse nei libri di storia; o in qualche romanzo; o forse nei giornali. O magari l'ho inventato io! Però mi sembra che sia proprio così!
E a pensarci bene, certi misteri e certi intrecci italiani non li ho capiti neppure oggi che negli -anta ci sono da molti decenni!
A giugno arrivò un'altra promozione diretta. Promosso alla quarta classe, diceva la pagella! Potrà sembrare buffo ma leggendo quella pagella io mi chiesi se sarei stato all'altezza di quella promozione! Sarei stato capace di organizzare gli scioperi, di condurre dei dibattiti, di affrontare il preside e i professori con il piglio che esercitavano quei fratelli maggiori che andavano diplomandosi?
Dicono che per maturare, ciascuno di noi debba percorrere i suoi sentieri; e dicono anche che questi sentieri siano sempre costellati di errori, ingenuità e fraintendimenti, frutto della nostra inesperienza, della nostra spavalderia, del nostro carattere, più o meno forte, più o meno profondo, più o meno riflessivo; frutto della nostra cifra intellettiva, ma anche di ciò che abbiamo vissuto, del latte cha abbiamo succhiato, dell'aria che abbiamo respirato, della cultura di cui siamo stati imbevuti sin dai nostri primi passi sulla terra. Frutti del mistero chiamato uomo.
Io amavo ascoltare la canzone  "Un fiume amaro", nella traduzione dal greco proposta dalla voce di Iva Zanicchi. E mi crogiolavo così, in quella età incerta che chiamano adolescenza, dove non si è ancora uomini e non si è più ragazzi. E si vorrebbe essere un altra persona, da un'altra parte della terra, in un luogo ideale, quello dei sogni che non  si avverano mai, ma senza dei quali non possiamo vivere.
Tra i brani stranieri preferivo  "My sweet Lord!" di George  Harrison, e mi chiedevo chi fosse mai quel Dio cantato dal più mistico dei Beatles; sicuramente era un Dio, pensavo io nella mia ignoranza, diverso da quello dei papi del nepotismo rinascimentale, grandi predicatori e voluttuosi razzolatori, un dio diverso da quello che risiedeva nel Vaticano dei mille misteri e dei ricchi cardinali; delle chiese e delle prediche così distanti da noi poveri giovani, in cerca di libertà e piacere a basso e pronto consumo. Forse era un Dio permissivo e generoso, che riusciva a parlare e a ispirare i musicisti del movimento rock; un dio giovane e moderno, non un vecchio barbone semiaddormentato nei cieli che non riusciva a vedere le storture e le ingiustizie del mondo; che non riusciva a fermare le sempiterne guerre dell'uomo, le sue avidità, la sua prepotenza, la sua violenza.
Beata presunzione della prima età! Come se i peccati dell'uomo non fossero un frutto dell'uomo stesso,  ma fossero da addebitare a un'entità esterna e responsabile delle nefandezze umane!
Ma in fondo  la canzone che ascoltavo con maggiore coinvolgimento emotivo, in assoluto, era "Samba pa ti" di Carlos Santana (un altro mistico che cercava Dio). Con le sue note vibrava il mio stesso corpo al contatto con altri corpi, nei balli che riuscivo a strappare nelle balere di provincia, dove la domenica cercavo di dimenticare i miei  enigmi esistenziali.
Al compimento del ventunesimo anno, come ho già detto,  mio fratello Pietro Marino, in aperto dissenso con la strategia di espansione aziendale che nostro padre aveva perseguito per anni, se n’era  andato via di casa per tentare, in solitario, la sua fortuna commerciale.
La sua ribellione, che in realtà aveva serpeggiato sotto traccia sin da quando mio padre lo aveva ritirato dalla scuola pubblica per avviarlo alla sua scuola di orologiaio,  era esplosa apertamente, per una magica e strana coincidenza, proprio  nel 1968. In quell’anno infatti il mio fratello maggiore aveva compiuto i 21 anni (che all’epoca segnavano per legge il compimento della maggiore età). A parte quella coincidenza, mio fratello Marino al movimento rivoluzionario ’68 non sembrava attribuire  troppa importanza, se non per criticarlo e addirittura esecrarlo per i suoi eccessi .
La sua ribellione non era infatti contro una società  che, spinta da quelle forze misteriose che l’uomo ha imparato a etichettare come rivoluzioni e progresso, la sottopongono a continui e perenni trasformazioni, ma bensì contro l’autoritarismo paternalistico di nostro padre. Che poi, se vogliamo, a ben vedere, era un modo pragmatico e  personale di fare il ‘ 68. Che altro non fu quel movimento, se non una ribellione contro l’autoritarismo e  il potere costituito a favore di una maggiore libertà e di una più autentica democrazia?
Pur tuttavia mio fratello a parole e nei fatti aborriva la protesta giovanile; denigrava i capelloni, propugnava sonore legnate per gli studenti e i lavoratori scansafatiche e per i sindacalisti che li appoggiavano nei continui e rumorosi scioperi; rifuggiva dalle mode che tentavano e di fatto omologavano tutto e tutti, quasi imponendo comportamenti consumistici di massa; odiava la sinistra extraparlamentare  e i comunisti ortodossi allo stesso modo; detestava le femministe, per non parlare delle droghe  e di ogni altra forma di evasione che andasse fuori dai binari tradizionali.
E non di meno, gli slogan della sua lotta contro l’autorità paterna,  erano stati  ”Viviamo in un regime di libertà!” “Il sabato e la domenica li voglio liberi!” “Il ventennio è finito da un pezzo!” e così via protestando.
Nell’estate  del ’71 mio fratello  Marino aveva abbandonato il vecchio locale di via Cagliari, dove  io, in un recente passato,  gli avevo fatto compagnia e si era trasferito in via Roma.
Il cambio di negozio non giovò soltanto agli affari (che subirono un notevole incremento) ma anche e soprattutto all’umore e alla salute di mio fratello che parvero rifiorire da quelle lande di depressione e malessere in cui sembravano essere scivolate dopo la sua grande ed eclatante rivolta contro i disegni egemonici di mio padre.
I clienti entravano ed uscivano in continuazione, soprattutto la sera. Mio fratello vendeva con discrete capacità ed io lo affiancavo per vedere che qualche mariuola dalle mani svelte, approfittando magari di un suo momento di distrazione, facesse sparire qualche oggetto d’oro.
-”Stai attento soprattutto se vedi qualche avvenente ragazza che mette in mostra le tette!” – soleva ripetere mio fratello per darmi la carica.
Quando vi era più di un cliente anche io ero autorizzato a servire al banco, sia per la vendita di oggettistica minuta,  sia per sostituire un cinturino o altre facili operazioni.
Il periodo più calmo era a fine mattinata. Il negozio chiudeva alle 13,00 ma alle 11,30 in giro non si vedeva molta gente. Anche a Samassi, come in tutti i paesi a vocazione agricola della zona, il pranzo è rigorosamente previsto alle 12,00.
Mio fratello ne approfittava per fare le riparazioni.
Si accomodava di buona lena al  moderno banchetto da lavoro in legno, che aveva  una serie  di cassetti laterali di diverso spessore, un ripiano centrale, con rientranza a mezzaluna,  illuminato da una  lampada alogena e  con un reparto a scomparsa, sottostante,  che conteneva l’attrezzeria mobile di uso comune: l’apricassa, un paio di  cacciaviti, le pinze a becchi tondi, la lente d’ingrandimento, l’estrattore per vetri, lo stantuffo, la spazzola; le pinzette finissime, gli oleatori, le boccette degli acidi, del grasso e dell’olio stavano sul ripiano rigido oppure protetti nei cassetti, comunque sempre chiusi dalle apposite protezioni. E naturalmente vi era tutto il necessario per le sostituzioni e i ricambi di routine per gli orologi meccanici di allora: corone,  alberi e molle di carica; vetri infrangibili; assortimento di assi per bilancieri di orologi; un vasto assortimento di cinturini, sfere delle ore, dei minuti e dei secondi e una infinità di ansette, viti, ingranaggi, rocchetti, perni e mollette a volte quasi invisibili a occhio nudo.
Io lo guardavo affascinato, come avevo fatto qualche anno prima al seguito di mio padre. Era preciso e delicato esattamente come il suo maestro. Solo che al contrario di lui, mio fratello amava chiacchierare durante il lavoro di riparazione al banco (a parte in quei rari momenti topici in cui il lavoro richiedeva un’applicazione particolare e massimo silenzio).
Se  era di malumore mi parlava della sua infanzia disgraziata, di quanto avrebbe voluto studiare invece di essere stato brutalmente messo a bottega; degli errori di   mio padre  che non era stato capace di costituire una vera società familiare a causa del suo carattere dispotico e poco comunicativo; dei suoi amici, tutti sfortunati e pieni di problemi; e di donne.
In  fatto di donne, mio fratello era un grande esperto;  si prodigava infatti in  un vero profluvio di pillole di saggezza sulla materia: a cominciare dal carattere delle donne e sulla loro psicologia instabile e umorale; e sulle loro apparenti virtù di castità e ritrosia; sulla inutilità di stabilire con loro relazioni stabili e sulla convenienza a farsi delle avventure, senza scrupoli e senza rispetto. Aveva in generale poca stima del sesso femminile; alcune categorie sociali erano da lui etichettate come poco di buono, da evitare come la peste: erano le parrucchiere e le infermiere, a suo dire, tutte ragazze di facili costumi, da non considerare per eventuale relazione stabile, tutt’al più, se fossero state “bone”, da inforcare e via. Mi raccomandava di non lasciar correre le numerose occasioni che, fortunato com’ero, lui non si sarebbe certo fatto sfuggire, nel mondo corrotto e libertino della scuola, dove le donne cercavano una cosa sola; e bisognava dargliela! Lui sì che avrebbe provveduto alla grande! E guai se io mi fossi tirato indietro.
Io avrei preferito dei consigli più pratici, magari su come corteggiare una donna, come conquistarla, su quale fosse stato l’approccio più corretto per entrare in quel mondo femminile così ricco, per me, di attrattiva, di fascino e di mistero; ma mio fratello era un fiume in piena e non sembrava attribuire alla psicologia un ruolo rilevante; le donne, secondo lui, erano delle bambole da conquistare, da trombare e da mollare.
Oggi capisco che quelle sue contumelie erano il risultato di tutte le delusioni che lui aveva avuto nei suoi rapporti con il gentil sesso.
Perché queste delusioni gli fossero occorse non so spiegare nel dettagli, perché lui non si confidava con nessuno sulle sue vicende private.
Posso però supporre che il mio caro e sfortunato fratello sia in qualche modo rimasto vittima della sindrome del bravo ragazzo di cui le donne sembrano essere, a loro volta,  vittime (qualcuno la chiama la sindrome della crocerossina; non so però se i due paradigmi affettivi coincidano davvero).
E’ noto  comunque che  le donne siano attratte più dalle simpatiche canaglie che dai bravi ragazzi. Mio fratello era sicuramente un bravo ragazzo, affidabile, con un’ottima posizione economica eppure con le donne non ebbe mai fortuna.
Guardandomi in giro ho visto spesso delle ragazze molto carine e pulite, accompagnarsi con dei ceffi dall’aspetto poco raccomandabile. Mio padre,  a tal proposito,  ripeteva spesso che se fosse nato donna,  sarebbe morto vergine, perché mai si sarebbe fatto toccare da certi elementi maschili, neppure con una canna di venti metri!
Io allora vedevo le donne come delle dee, da adorare e venerare; sicuramente da rispettare e da amare, ma mai da considerare come una merce di consumo, da pagare per delle prestazioni sessuali;  e neppure dei corpi di cui godere,  per poi scappare, in cerca di altro piacere, come sembravano suggerire le teorie di mio fratello ma anche di tanti altri uomini di mentalità maschilista.
Eppure questa attrattiva che i cattivi esercitavano sulle donne; questa loro attitudine a legarsi sentimentalmente con dei caratteri arroganti, con degli spavaldi, quando anche non perfino delinquenti e malvagi,  per me rimane un mistero irrisolto e, forse, irrisolvibile.
Può darsi che sia soltanto un problema di sicurezza interiore. Ho avuto modo, in periodi diversi della mia vita, di appurare che le donne sono attratte da un carattere stabile, fermo e sicuro; magari per contrasto con il loro carattere, in fondo volubile e, se non altro,  fisicamente più fragile. E a volte, ai loro occhi, un bravo ragazzo è soltanto un carattere insicuro e fragile (e si sa che i simili si respingono);mentre gli opposti si attraggono; ed ecco spiegata la loro attrazione per i supermachos motorizzati, che vivono ai margini della legge e che non hanno altre sicurezze nella vita che il loro ego smisurato e la loro boria.
Eppure i femminicidi che si susseguono oggi a ritmo impressionante, mostrano al contrario una grande fragilità psicologica nei maschi e allo stesso tempo sembrano dar ragione però a una certa attitudine all’autodistruzione ed ai guai che le donne hanno sempre mostrato di avere, sin nella scelta dei loro uomini.
Così passò anche quell’estate del 1971, tra grandi discorsi, inestricabili misteri e canzonette facili che mio fratello metteva alla radio in sottofondo, quando non ascoltava chiamate Roma 3131 o altri programmi radiofonici pseudo-culturali.
Tra le canzoni che più ho amato, in quell’anno, oltre a quelle già menzionate nei capitoli precedenti, mi piace ricordare “Ed io tra di voi” e “L’istrione” di Charles Aznavour; “Donna felicità” dei Nuovi Angeli; “Pensieri e parole” del grande Lucio Battisti (e di Mogol Giulio Rapetti).
Quando tornammo a Cagliari, preludio all’inizio dell’anno scolastico, imparai da un amico quattro accordi alla chitarra ( Do,  La minore, Re minore e Sol). Davvero ben poca cosa se si pensa che in questo stesso anno i Led Zeppelin pubblicano “Stairway to Heaven”, David Bowie “Ziggy Stardust” e i Rolling Stones “Brown Sugar”.
Ma io li avrei conosciuti soltanto qualche anno più tardi. Quell’anno conobbi “Jimi Hendrix” ed il suo meraviglioso “Electric Ladyland” grazie a uno scambio che feci con un amico che nel darmi la cassetta di Hendrix in cambio di una che io avevo di Orietta Berti (non ne ricordo il titolo, né come l’avessi avuta, perché in realtà non l’avevo mai neppure ascoltata) mi disse di pensarci bene, perché stavo facendo il peggiore affare della mia vita e che lui era disposto a darmela senza niente in cambio, perché comunque lui ne avrebbe guadagnato qualcosa già  nel liberarsene.
Io ascoltai per anni, in estasi, quelle meravigliose composizioni musicali, quella magica chitarra, quella voce che sembrava arrivare da un altro mondo. Solo più tardi scoprii che dietro quelle composizioni musicali, così come per quelle dei Led Zeppelin, dei Rolling Stones, di David Bowie e di tanti altri artisti della musica rock c’era davvero un altro mondo, fatto di esperienze vissute attraverso il consumo di sostanze stupefacenti, dalle più leggere e forse innocue, a quelle più pesanti e micidiali. Tanto ciò è vero che molti di questi artisti sono morti per l’abuso di queste sostanza stupefacenti. Ma all’epoca io ero davvero all’oscuro di queste esperienze,  che feci soltanto  più tardi negli anni, quando mi recai  a Londra, in cerca neppure io saprei dire di cosa. E anche di questo avrò  modo di parlare in seguito al paziente ed affezionato lettore, se vorrà continuarmi a seguire.
Io però, all’epoca,  non vedevo l’ora di tornare a scuola. Lì, più che in casa mia, trovavo la mia dimensione ideale.
E poi adesso mi aspettava la quarta. Stavo diventando grande, anche se non me ne accorgevo.


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