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lunedì 8 agosto 2022

La Squadra Omicidi di Cagliari in azione - 1

 


Ma la vera sorpresa arrivò a mezzogiorno, quando l’ispettore Zuddas e il sovrintendente Farci, i due più stretti collaboratori di Santiago De Candia nella squadra omicidi della questura di Cagliari, fecero capolino nel suo ufficio con un fax della procura!
«Appena giunto via fax dalla procura generale, commissario!» disse trafelato l’ispettore Zuddas, allungando un foglio di carta lucida.
«Che cos’è?» chiese il commissario prendendo il foglio ma guardando i suoi collaboratori in segno di saluto.
«È una convocazione per il conferimento della delega alle indagini per l’omicidio di via Giudicessa Adelasia!»
«O dell’assassino con il coltello in mano che dir si voglia!» intervenne il sovrintendente Farci in tono polemico.
«Caspita! Niente di meno!» esclamò Santiago De Candia, che tutto s’aspettava quella mattina, meno che l’arrivo di quella convocazione.
«Come al solito, dopo la gloria farlocca e i pasticci grandiosi, a chi spetta rimediare?» insisté il sovrintendente Farci, che ce l’aveva sempre con i colleghi della giudiziaria che lui chiamava di- spregiativamente gli scalda sedie del Palazzo.
«Beh, consolati pensando che evidentemente, lassù in procura, ci devono apprezzare parecchio!» disse sornione il commissario, che conosceva il carattere pessimista del suo valido collaboratore.
«Vabbè, se vogliamo dire per forza che il bicchiere è mezzo pieno…» concesse con scarsa convinzione il sovrintendente, che apprezzava tanto il suo superiore, quanto denigrava quelli del Palazzo. Tanto più se appartenenti ai rivali Carabinieri.
«Ad poenitendum properat, cito qui iudicat!» sentenziò pronto l’ispettore Zuddas, che aveva un vasto repertorio di massime latine, retaggio dei suoi studi classici, precocemente interrotti.
«Mio nonno diceva sempre che la gatta frettolosa fece i gattini ciechi!» disse il Santiago De Candia, che si divertiva un mondo per la reazione che suscitavano queste massime latine nel sovrintendente, che le detestava apertamente. Nondimeno cercava sempre, più che di tradurle, di trasmettere al sovrintendente il senso di quello che Zuddas intendesse dire, affinché Farci non si sentisse del tutto escluso.
Ma in realtà era un gioco delle parti, frutto della loro ordinaria interazione, quasi come due innamorati in cerca di un pretesto per litigare e potere poi fare pace.
«Ma perché non parli come mangi?» protestò infatti il sovrintendente Farci all’indirizzo del collega.
«Sarà meglio che vada subito in procura!» disse il commissario alzandosi, dopo aver dato uno sguardo al fax e averlo riposto in una cartella intestata alla sezione omicidi.
«Viene con noi al bar per un aperitivo, commissario?» chiese l’ispettore Zuddas.
«No grazie. Un’altra volta magari. Non vorrei che il procuratore, nel frattempo, lasciasse l’ufficio!»
«Di sicuro non andrà a farsi intervistare!» disse il sovrintendente Farci, riferendosi al fatto che il procuratore capo si faceva intervistare soltanto per annunciare la risoluzione di casi giudiziari di vasta eco mediatica che spesso, però, finivano nelle loro mani per una più attenta risoluzione investigativa.
Santiago De Candia interpose un sorriso di intesa e si avviò verso l’uscita.
«Et cave canem!» gli gridò dietro l’ispettore, prendendo a braccetto il collega per guidarlo verso il bar.
Il commissario si voltò e li salutò con un cenno della mano.
Come ogni giorno a Cagliari, dopo mezzogiorno, si era levata una brezza leggera dal mare. De Candia si coprì la bocca con la sua immancabile sciarpa rossa. Di seta leggera o di lana pesante, se ne privava soltanto per andare al mare o quando indossava la tuta da ginnastica. Si sistemò i baffi e i capelli, già spruzzati di grigio ma entrambi ancora folti e si diresse con passo deciso in direzione del Palazzo di giustizia.




domenica 24 aprile 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-2

 

Il suo ufficio era al primo piano, e le ampie finestre si affacciavano proprio su uno degli ingressi secondari del Palazzo di Giustizia. Sulla sinistra era visibile anche l’ingresso delle ex scuole magistrali, che adesso ospitavano il liceo socio-pedagogico, o qualcosa del genere.

Ripose, come al solito,  i giornali in un cassetto della scrivania e si accomodò nella sua poltrona.

Ma sei nuovi fascicoli con altrettanti casi di omicidio, recenti e ancora da risolvere, lo aspettavano all’interno dell’armadio di sicurezza. Li prelevò e li ripose sul ripiano della scrivania. I due fratelli trovati morti nelle campagne di Settimo San Pietro. La prostituta strangolata sul litorale di Giorgino. Un corpo privo di arti e mutilato dalla voracità dei pesci restituito dal mare. Il matricidio, probabilmente per colpa di un tossico esasperato dall’astinenza e dalla mancanza di soldi per acquistare la dose, il quale  però si era dileguato chissà dove. Due ennesimi femminicidi, presumibilmente già chiusi. Uno con il suicidio del marito colpevole, l’altro con la costituzione dell’autore che si era autoaccusato dell’omicidio.

Nella consueta riunione settimanale del venerdì si era deciso con i suoi collaboratori,  l’ispettore Zuddas e il sovrintendente Farci, di cominciare a svolgere delle indagini raccogliendo a verbale delle informazioni e altre possibili prove, per ricomporre le vicende criminose in un quadro investigativo coerente e comprensibile.

Prima del vertice con il Questore, a cui partecipavano tutti i capi sezione, che si teneva a fine mattinata ogni ultimo lunedì del mese, aveva a disposizione un po’ di tempo per riprendere in mano tutti e sei i fascicoli ‘caldi’. Li definivano in questo modo, per distinguerli da quelli che ormai avevano superato i sei mesi che la legge assegnava agli inquirenti per svolgere le indagini. Il termine era prorogabile per altri sei mesi. Dopo, il fascicolo ‘si raffreddava’, e inevitabilmente finiva in una sorta di limbo, con buona pace della sete di giustizia delle povere vittime e anche dei colpevoli.

Munito di fogli protocollo a righe prendeva appunti, per ogni fascicolo, che costituivano allo stesso  tempo punto di partenza e approdo, tra un venerdì e l’altro, dello stato di svolgimento delle indagini. Strada facendo, i faldoni si sarebbero arricchiti, non solo delle sue riflessioni, ma degli apporti delle indagini svolte sul campo dai suoi due più stretti collaboratori.

Tutto ciò, naturalmente, se non ci fossero state interruzioni e contrattempi.

Dopo il vertice con il questore e gli altri capi sezione prese la via del ritorno. Restava in sede di pomeriggio soltanto il martedì e il giovedì, quando aveva il cosiddetto ‘rientro’.

A fine pasto, quando lo consumava in casa, era solito fare una siesta. Al risveglio, come ogni  lunedì, si sarebbe recato a Iglesias, a Casa Elvira, dove sua mamma aveva scelto di trascorrere la vecchiaia.

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lunedì 11 aprile 2022

Un'indagine al di là di ogni apparente evidenza-46

 

 


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Capitolo Tredicesimo 

Il lunedì successivo, verso le undici, il centralinista passò una telefonata al commissario De Candia. Una signora  aveva chiamato per parlare con qualcuno  della   sezione omicidi.

«Chi parla?» chiese il commissario in tono gentile.

«Sono Maria Grazia Picciau» disse una voce che mostrava una certa emozione «Si ricorda? Ci siamo incontrati   mercoledì scorso!»

«No. Credo che lei abbia incontrato  uno dei miei collaboratori, l’ispettore Zuddas. Io sono il commissario De Candia»

«Ah, sì, mi pare che si sia presentato proprio con quel nome…» la voce si arrestò di colpo, come se fosse stata in punto di dire qualcosa di imbarazzante.

«Lei è la nipote di Emma Pirastu, se non sbaglio» disse il commissario cercando di mostrarsi  affidabile e informato sui fatti.

«Sì, certo. Il suo collaboratore  mi aveva chiesto notizie di mio fratello Andrea…» aggiunse ancora la voce. Sembrava esitante; il commissario si sentì prudere il naso; aveva stabilito che questo gli succedeva sempre quando nell’aria c’era qualcosa di importante, nel bene o nel male. Il commissario attese ancora un po’ al telefono, poi chiese:

«Ha avuto notizie di suo fratello?» Cercò di modulare la voce su toni di paziente attesa.

«No, sono molto preoccupata. Venerdì pomeriggio sono andato a prenderlo in comunità, come sempre, e ho scoperto che si era assentato da un paio di giorni. Ma nessuno mi ha detto niente. Il direttore mi ha detto che un funzionario della questura di Cagliari  era stato da lui lo stesso giorno di mercoledì, ma a me era sembrato che non sapesse niente dell’assenza di mio fratello. Ho pensato che forse non si era trattato dello stesso funzionario»

Il commissario capì che stava parlando con una persona attenta e sensibile, probabilmente in preda a qualche sentimento di contraddizione, come se fosse combattuta. Cercò di procedere con metodo. Per esperienza sapeva che in certe situazioni le persone tendevano a chiudersi o ad aprirsi a seconda di come l’interlocutore agiva sul loro stato d’animo.

«A volte noi poliziotti, per rispetto del protocollo che ci impone la riservatezza, tendiamo a non dire ciò che sappiamo…»

«Ma qui si tratta di mio fratello. E’ scomparso e io l’ho saputo soltanto perché sono andata a prenderlo in comunità!»

Adesso il commissario sentì tutta l’angoscia, frammista a una buona dose di risentimento, nella voce della donna.

«Ha ragione, signorina. Lei aveva il diritto di sapere. Sappia però che noi della Polizia, e io in prima persona, siamo sempre dalla parte dei familiari, soprattutto in caso di persone scomparse. La nostra azione a volte abbisogna della collaborazione dei parenti…se lei sa qualcosa è nell’interesse di suo fratello che io ne venga a conoscenza!»

Il discorso sembrò sbloccare la voce all’altro capo del telefono

«Questo fine settimana l’ho passato in giro per la città, presso amici e conoscenti, a chiedere informazioni su Andrea, senza ottenere alcun risultato. Ieri sera, nella speranza di trovare qualcosa che mi aiutasse a ritrovarlo, mi sono messa a frugare nella  stanza che occupa nei fine settimana quando viene a stare da me…»

Il naso del commissario prese a prudere più forte. La voce smise di parlare. Il commissario sentì il respiro affannoso nella cornetta.

«Ha trovato qualcosa che possa aiutare anche noi nelle ricerche?» cercò di incoraggiarla il commissario.

«Non vorrei che quello che ho trovato si ritorca a suo danno…»

«Signorina, al punto in cui siamo, con suo fratello che è scomparso nel nulla, il posto più sicuro per lui sarebbe proprio qui, con noi della Polizia. A fianco alla legge non si sbaglia mai…»

Al commissario sembrò di sentire la voce singhiozzare. Ma fu soltanto un attimo.

«Ho trovato una busta, in un’intercapedine di un vecchio armadio che usavamo come nascondiglio segreto nei nostri giochi di bambini…»

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domenica 10 aprile 2022

Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-45

 


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Il commissario De Candia amava molto il teatro; sicuramente più del cinema; suo padre era stato abbonato per una decina d’anni,  alla rivista ‘Il Dramma’, il quindicinale che Lucio Ridenti, alias Ernesto Scialpi, aveva diretto sino alla fine degli anni sessanta; su quella rivista, sin da ragazzo, si era fatto una certa conoscenza del  teatro di prosa italiano in auge negli anni a cavallo tra il cinquanta e il sessanta, familiarizzandosi con i grandi interpreti di quegli anni: Gino Cervi, Ernesto Calindri, Paolo Stoppa, Andreina Pagnani, Paola Borbone, Emma e Irma Gramati, lo stesso Vittorio Gassman (poi transitato con successo al cinema);  successivamente l'opera,  grazie alla moglie, melomane competente e appassionata,   aveva preso il sopravvento sulle altre forme di spettacolo e il teatro era rimasto relegato nei ricordi in bianco e nero della televisione e in quelle riviste quindicinali.

Schnitzler lo conosceva di fama e aveva persino letto qualcosa di suo, in passato. Non era tra gli autori che conosceva meglio, questo è certo. Senza ombra di dubbio lo considerava un grande autore, ma troppo introspettivo e cerebrale; troppo attento a scavare dentro la psiche dei suoi personaggi,  mettendo in luce insieme alle loro fragilità, anche le debolezze di una società fondata sulla finzione, sull’ipocrisia e sulla menzogna. Qualcuno sosteneva addirittura che l’autore fosse l’alter ego di Sigmund Freud, tutto teso com’era, nella sua produzione drammaturgica, a scavare dentro i personaggi, alla ricerca delle pulsioni nascoste, delle libido sommerse nel sub conscio, dei segreti della psiche.

Ma se la sua amica Luisa Levi amava molto quell’autore (come a lui era sembrato di intuire dall’entusiasmo con cui, poco prima, gli aveva comunicato l’evento) lui era pronto a rivalutarlo e anche ad esaltarlo, se necessario. Non di meno, egli preferiva spettacoli meno impegnativi; era portato a divertirsi e, possibilmente anche a ridere, quando andava a teatro.

Forse era un suo limite, una sua autodifesa, non vedere quelle debolezze, quelle maschere, quelle finzioni del mondo reale che i grandi drammaturghi riuscivano a mettere in scena.

Del resto, lui, di maschere ne vedeva abbastanza nel suo ambiente, tra diseredati e ricercati, colleghi, superiori e magistrati. E forse l’aver perso la sua compagna prematuramente, dopo appena dieci di matrimonio, gli aveva impedito di vedere la loro unione degradare  negli abissi dell’abitudine e dell’ipocrisia che sembravano emergere da certi capolavori della drammaturgia del secolo ventesimo appena scorso.

Prima di addormentarsi, mentre già il tomo che stava consultando gli incominciava a ballare davanti agli occhi semichiusi, gli venne in mente quella spiegazione che l’avvocato aveva abbozzato, per giustificare la sua sparizione improvvisa, dopo che la loro storia sembrava essersi invece avviata verso un percorso di consolidamento.

Luisa Levi aveva avuto forse paura che la loro unione potesse scivolare su un crinale di noia e di abitudine, spegnendo quella loro  attrazione, fisica che era  anche mentale, psicologica e intellettuale?  Quell’attrazione che si era concretizzata, in più di un’occasione, in amplessi appassionati  che li avevano visti fusi in una congiunzione quasi magica, come due corpi celesti attratti da una forza misteriosa, costante ed eterna come la forza gravitazionale che tiene uniti gli astri e le galassie  nell’universo infinito!

Quando si svegliò il commissario ripose il libro che gli era caduto dalle mani e si preparò per la sua passeggiata a Monte Urpinu, dove andava tutte le volte che poteva, a camminare, più che a correre, e a respirare in piena libertà tra i pini, i carrubi, gli olivastri  e le querce dell’immenso parco, un tempo periferia della città di Cagliari dove avevano regnato le volpi e gli scoiattoli e che oggi risultava inglobato nel centro abitato, pur continuando a costituire un polmone fondamentale per i cagliaritani e per chiunque desiderasse immergersi nella natura, lasciandosi alle spalle inquinamenti e rumori.

E lui, al dilettevole, univa anche l’esigenza di mantenersi in forma, preservando dall’incipiente sedentarietà, gli addominali che aveva coltivato nei decenni precedenti e la forma fisica alla quale teneva ancora così tanto.

Ed era grazie a quelle sue ricorrenti passeggiate che era riuscito a tenere a bada il suo peso e la pinguedine incipiente, che aspetta gli uomini al varco della cinquantina; anche se il commissario, tuttavia, aveva ancora qualche anno prima di raggiungere il fatidico traguardo del mezzo secolo di vita.

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domenica 3 aprile 2022

Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-39

 

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Decise di andare a parlare con la sorella di Andrea Picciau, Maria Grazia, che lavorava al comune di Villamassargia. Non gli andava di aspettare sino alle 15,00, o ancora più tardi se quella avesse fatto il rientro,  e perciò si diresse con l’automobile in quella direzione . Poco più di  mezz’ora dopo stava già parcheggiando in piazza municipio.

In Comune fu più fortunato. Maria Grazia Picciau non aveva fatto ancora la sua pausa e si fece sostituire, dicendosi disponibile a farsi una chiacchierata con l’ispettore che, con estrema discrezione ed eleganza si era presentato in ufficio. La giornata era luminosa, grazie al sole che splendeva in alto e riscaldava in basso. Non di meno, l’impiegata comunale lo guidò in un locale nei pressi del municipio, ma scelse un tavolino appartato, in fondo al locale.

Maria Grazia Picciau era una donna sui trentacinque anni, piccola e rotondetta; portava degli occhiali da miope con le lenti affumicate e vestiva in maniera decorosa ma poco vivace; emanava un non so che di triste e sorrideva di rado, forse perché la sua dentatura presentava qualche imperfezione.’Omni gaudio, decoris iunctim’ pensò l’ispettore Zuddas, ma si guardò bene da dirlo.

«Grazie per il suo tempo signorina Picciau. Io mi sono qualificato come un funzionario del ministero degli interni e le ho dato una mezza verità; l’altra mezza è che sono della squadra omicidi di Cagliari e voleva sentirla a proposito di suo fratello Andrea» disse l’ispettore una volta accomodati.

«E’ successo qualcosa di brutto a mio fratello?» sussultò impallidendo la giovane impiegata.

«No, no, stia tranquilla» si affrettò a dire l’ispettore. «L’omicidio per cui sto indagando è quello di sua zia Emma!»

«Ah!» fece quella un po’ sollevata. «Povera zia Emma, anche se i rapporti con noi si erano diradati, mi è dispiaciuto che abbia fatto quella brutta fine!»

«Anche suo fratello si sarà dispiaciuto!» disse l’ispettore sornione, ma con non curanza.

«Non più di tanto!”- rispose prontamente quella – “ Mia zia Emma non faceva niente per nascondere la sua contrarietà al modo di vivere di mio fratello; e mio fratello ricambiava la sua antipatia con l’indifferenza; anche se dentro di sé soffriva, soprattutto per il fatto che essendo mia zia molto ricca, lui si sarebbe aspettato una qualche forma di sostegno economico da parte sua.”

«Suo fratello aveva bisogno di soldi? Sta forse attraversando un periodo di crisi?» fece l’ispettore, sempre con quella sua aria da confessore disposto ad ascoltare con comprensione qualunque cosa.

«Periodo?» fece l’impiegata con quel suo sorriso triste e amaro «La crisi finanziaria di mio fratello dura praticamente da quando ha imparato a contare i soldi. Ma si è acuita dopo i vent’anni, quando ha lasciato l’università e si è messo con delle cattive amicizie…ma forse a lei non interessano queste cose così personali…»

«No, continui pure, signorina!» la incoraggiò l’ispettore.

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sabato 26 marzo 2022

Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-31

 


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«Be’, certa gente non sa aspettare il momento giusto e non vede l’ora di intascare l’eredità. Del resto era noto anche agli antichi che ‘ambulatoria est voluntas defuncti usque ad vitae supremum exitum’»

«E tu, Farci, che ne dici?»

«Al di là degli ambulatori e dei latinorum di Zuddas» rispose il sovrintendente che non amava quel vezzo di parlare per massime latine del suo collega, ma che lo apprezzava per il resto.«Io credo che qui ci troviamo davanti all’azione di un solo uomo. Il suo profilo sembrerebbe corrispondere a ‘Sa Mantininca’ o magari anche a quell’altro nipote della vittima, quello  che vive a Carbonia. Anche se  non escludo del tutto altre ipotesi, ma queste due mi sembrano le più verosimili!»

«Se siete d’accordo allora approfondirei, per il momento, queste due ipotesi. Restiamo pronti e aperti a ogni svolta. Del resto, se ci pensate bene, mentre sembra impossibile trovare un legame tra  l’indagato Alessandro Pirastu e quel topo d’appartamento, come lo chiamano? sa Mantininca, non sarebbe fuori contesto  un legame tra i due cugini.  Ma attenzione, qui c’è un gran però! Il cugino di Carbonia subentra nell’eredità in maniera diretta, per rappresentazione, dato che la madre, sorella della vittima, è già morta. Alessandro, l’altro cugino, senza testamento non becca l’ombra di un quattrino, perché prima di lui c’è il padre, collaterale di terzo grado, né più né meno, come la sorella defunta Anita, che però ha trasmesso il grado di parentela ai figli, Maria Grazia e Andrea»

«A questo non avevo pensato davvero, commissario!» esclamò Zuddas in tono di ammirazione «E anche un accordo tra una persona come Alessandro Pirastu e sa Mantininca mi parrebbe non plausibile. Resta pur sempre una remota possibilità che l’accordo possa magari esserci stato tra questo Mantininca e il cugino di Carbonia…»

«Ma infatti» convenne il commissario. «Non chiudiamo del tutto una simile eventualità. Se c’è un collegamento tra i due, vedrete che salterà fuori! Io sono sicuro di riuscire a procurarmi un elenco e una descrizione dei gioielli sin dai primi giorni della settimana prossima. Poi ne faccio una copia per ciascuno di voi e vediamo di scoprire che fine hanno fatto questi gioielli. Se da qualche ricettatore di Cagliari, oppure da qualcuno di Carbonia. Inoltre cerchiamo di scoprire dove si trovavano i due indiziati sullodati all’ora e nel giorno dell’omicidio. Verifichiamo i loro alibi. Io mi occupo delle indagini sul libretto postale e sulla carta del Bancomat che sono spariti insieme al testamento e agli altri documenti. E ci aggiorniamo alla settimana prossima!»

«Se vuole posso occuparmi io anche del libretto postale e della tessera bancomat!» disse il sovrintendente con la sua consueta disponibilità.

«Commissario, conti anche su di me!» confermò l’ispettore Zuddas.

Entrambi i collaboratori preferivano che il loro coordinatore si concentrasse sull’analisi dei fascicoli. Un po’ perché preferivano l’indagine sul campo e un po’ perché si rendevano conto di quanto De Candia volasse sempre una spanna più in alto di loro nell’analisi e nella verifica dei risultati delle varie indagini. E’ per questo che lo ammiravano incondizionatamente.

«No grazie, ragazzi. Penso di farcela ».

«Chi paga oggi l’aperitivo?» chiese Zuddas.

«Oggi pago io! Però devi promettermi che da qui al bar e anche al ritorno, non parlerai latino!»

«Videtur acceptum!» esclamò l’ispettore con tono provocatorio!

Il sovrintendente rispose per le rime! E spingendosi come due scolari, si avviarono tutti insieme al bar.

Il commissario si considerò fortunato ad averli tra i suoi collaboratori.

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lunedì 21 marzo 2022

Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-26

 


Dopo un’ora abbondante la loro ricerca certosina non aveva dato alcun esito. L’intuito dell’avvocato aveva visto giusto. Qualcuno aveva preso la chiave della cassaforte, portando via anche tutto il contenuto, oltre la carta del bancomat e i soldi. E questo qualcuno poteva essere soltanto il fantomatico assassino senza volto.

«Ma come avrà fatto?» chiese Luisa come interrogando se stessa. «C’erano i Carabinieri, qui, in casa. Possibile che l’assassino avesse già svuotato la cassaforte quando sono arrivati i Carabinieri? E se aveva già svuotato la cassaforte cosa faceva lì in cucina, dove è stato trovato il corpo della signora Emma?»

«Vieni, andiamo su in mansarda. Io un’idea ce l’avrei!» disse il commissario avviandosi verso la ripida scala in legno che portava in mansarda.

De Candia la precedette e appena in cima si voltò e le tese la mano per aiutarla a completare l’ultimo tratto di gradini. La mansarda era scarsamente arredata con un lettino, un comodino, una sedia, un armadio in legno e una scala a libretto, aperta sotto uno dei due lucernari, proprio come l’aveva lasciata lui dopo il sopralluogo precedente.

«Secondo me i fatti sono avvenuti in questo modo! L’assassino è stato scoperto dalla vittima mentre rovistava in cucina, tralasciamo per adesso che cosa cercasse in cucina e perché si trovasse proprio lì. La vittima si è messa a urlare, magari perché il ladro era a viso coperto, o magari perché si è semplicemente spaventata. Allora il ladro ha afferrato un coltello e l’ha uccisa per farla tacere. Poi, forse, si è spaventato. Ha pensato di fuggire dalla porta ma deve avere sentito il rumore del nipote che stava arrivando e così ha cercato di nascondersi qui, nel piccolo bagno per gli ospiti, di sotto. Oppure, più verosimilmente, ha pensato di fuggire dalla stessa via da cui era penetrato in casa. Anche questo dettaglio andrà chiarito. Mi segui nel mio ragionamento?» chiese il commissario all’avvocato che si era seduta su un lettino che stava proprio sotto uno dei due lucernari che davano luce e aria alla mansarda.

«Ti seguo. Vai avanti» rispose la donna, guardandosi in giro.

«Quando ha sentito il trambusto che sicuramente hanno fatto i Carabinieri, arrivando come minimo a sirene spiegate, deve essere salito qui in mansarda per guadagnare una via di fuga. Però qualcosa lo ha fermato. Forse si è acquattato qua fuori, in questo anfratto esterno, proprio a ridosso della finestra, vieni a vedere!»

Santiago, non senza difficoltà, a causa della sua robusta corporatura, si era affacciato fuori dal lucernario. Scese però con insospettata agilità dalla scaletta in legno per consentire all’avvocato di salire a sua volta. Luisa Levi annuì dopo essere ridiscesa, invitando il commissario a continuare.

«Be’, magari per non rischiare di essere visto, avrà aspettato in cima alla scaletta, pronto a squagliarsela se soltanto avesse sentito qualcuno salire su per le scale.»

«Ma i Carabinieri, convinti di aver preso il vero e unico assassino non hanno neppure pensato di salire quassù a controllare!» lo anticipò con convinzione l’avvocato che ormai aveva capito dove volesse andare a parare l’arguto commissario, dando a intendere che condivideva la sua ricostruzione.

«Esattamente!» esclamò lui, contento che la sua amica lo seguisse e fosse d’accordo con la sua ipotesi. «Quando finalmente si sono calmate le acque è ridisceso e ha finito l’operazione per cui probabilmente era venuto. Svaligiare la casa della vittima.»

«Un topo d’appartamento. Certamente un ladruncolo dotato di sangue freddo!» commentò Luisa riflettendo.

«Ancora non sappiamo con certezza se sia davvero entrato con l’idea di rubare o di fare altro…» disse in maniera sibillina il commissario.

«Al di là di questo, la tua ricostruzione mi sembra abbastanza plausibile» convenne Luisa. «Vieni, rimettiamo tutto a posto e andiamocene!»

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lunedì 21 febbraio 2022

Le indagini del commissario De Candia - 57

 

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«Non è che quella roba serviva per tagliare dell’eroina purissima che il Picciau magari voleva acquistare in seguito?» azzardò il sovrintendente rivolto al commissario.

«Che possa servire per tagliare la roba, ci può stare!» ammise il commissario che era il più esperto dei tre in materia di sostanze stupefacenti. «Ma non mi convince il fatto che un tossicodipendente possa somministrarsi della roba tagliata, anziché quella pura.»

«Già! Non ci avevo pensato…» ammise il sovrintendente, che di fronte al suo capo era sempre pronto a fare un passo indietro.

«Be’, pensiamoci un po’ tutti. Magari ci sentiamo lunedì, prima di andare a Palazzo, per un consulto volante» propose il commissario. «Se non c’è altro…» aggiunse poi in tono conclusivo.

«Che ne sarà stato del libretto postale e della tessera bancomat, commissario?» chiese l’ispettore Zuddas.

«Mi risultano bloccate» rispose il commissario «ma è probabile che il nostro uomo non lo sappia e ce l’abbia con sé, sperando di poterli utilizzare a suo vantaggio»

Nessuno ebbe altro da aggiungere e i tre colleghi del nucleo del Team della Sezione Omicidi si ritrovò al bar per l’aperitivo di rito. Si aggiornarono al lunedì successivo, augurandosi reciprocamente una buona fine settimana.

Il commissario De Candia pensò che il suo sarebbe stato meno malinconico e solitario delle altre volte e questo lo riempì di una gioia silenziosa che tenne per sé.

Il suo carattere riservato e il rispetto per la sua amica glielo imponevano. Né i suoi collaboratori avrebbero mai osato sconfinare nella sua vita privata,  che sapevano avvolta nel dolore per la grave



perdita che lo aveva colpito poco più di  cinque anni prima.

Anzi, proprio questo grave lutto, aveva talvolta spinto i suoi collaboratori ad avanzare degli inviti conviviali che il commissario De Candia aveva sempre garbatamente rifiutato.

E così avevano smesso di farli. Ma la  loro stima reciproca e il loro affetto non era per questo venuto meno. Anzi, forse proprio per questo era cresciuto e resisteva nel tempo.

Pensando a cosa avrebbe cucinato per la sua amica il giorno dopo il commissario, dopo essere tornato in ufficio a sistemare i fascicoli a riprendersi i giornali riposti nel cassetto della sua scrivania e dopo aver chiuso bene i fascicoli nell’armadio di sicurezza,  si avviò verso casa sua.

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giovedì 17 febbraio 2022

Le indagini del commissario De Candia - 53

 

Adesso la voce aveva assunto un tono meno guardingo, quasi dolce.

«Ce l’ha con lei questa busta adesso?» chiese il commissario, intuendo che in quella  busta si trovava forse una svolta per le sue indagini.

«E’ a casa mia. Io sto telefonando da un bar vicino all’ufficio…»

«A che ora posso venire a casa sua per visionare insieme il contenuto della busta?» chiese il commissario.

«Io smonto alle quattordici. Ci metto un’ora scarsa a rientrare. Venga quando vuole dopo le quindici» disse la voce, come scaricandosi di un peso.

Acquisito l’indirizzo dalla viva voce della ragazza il commissario, dopo essere rientrato a casa e aver consumato un pasto veloce,  si diresse verso Carbonia. A Iglesias, per la consueta visita a sua madre,  ci sarebbe andato dopo l’incontro con Maria Grazia Picciau.

La giovane impiegata  accolse il commissario con molto garbo. Lo fece accomodare nel salottino degli ospiti. Si assentò solo pochi minuti e tornò con una capace busta bianca a sacchetto, di formato grande, quelle chiamate A3 negli uffici.

Il commissario la aprì, estraendone il contenuto e poggiandolo sul tavolino posa riviste che aveva davanti, sotto gli occhi  attenti della ragazza.

Dentro c’era una chiave da cassaforte che il commissario già conosceva; un involucro contenente una polvere bianca; una siringa ipodermica non utilizzata, provvista di tappo; alcuni atti  notarili di compravendita, un passamontagna per travisamento, un paio di guanti di pelle chiara  e una busta beige, che un tempo doveva essere sigillata, con la scritta “Per Alessandro”.

«E’ tutto quello che c’era!» disse la ragazza. «Ho paura che mio fratello abbia ripreso a farsi… sembrava si fosse disintossicato…» aggiunse in tono triste, proprio mentre il commissario riapriva l’involucro con la polvere per osservarla meglio.

«La faremo analizzare dal nostro Servizio di Polizia Scientifica» disse in tono tranquillo il commissario, richiudendo l’involucro.

«Quella l’ho trovata già aperta!» si affrettò a dire mentre il commissario prendeva  in mano la busta beige. «C’è dentro un testamento olografo. Io credo che l’abbia aperta Andrea»

Il commissario estrasse un foglio uso bollo, redatto con una grafia molto chiara, elegante e leggibile. Nominava erede universale Alessandro Pirastu, ma c’era anche un legato a favore di Angelo Pirastu e di Maria Grazia Picciau. Niente che riguardasse Andrea, se non il fatto che il testamento lo escludeva completamente da ogni beneficio.

«E di suo fratello non ha avuto più notizie?»

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