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lunedì 8 agosto 2022
La Squadra Omicidi di Cagliari in azione - 1
martedì 2 agosto 2022
Omicidio a Cagliari - 8
Capitolo ottavo
Il sabato pomeriggio,
verso le 16,30 il commissario Santiago fu svegliato dalla vibrazione del suo
cellulare. Il suo rapporto con la tecnologia era stato da subito ambiguo, per
non dire schizofrenico.
Finché aveva potuto, aveva resistito con la sua macchina da
scrivere Olivetti e senza cellulare. Poi, per amore di sua moglie, si era
rassegnato a portare con sé un cellulare; e in ufficio era arrivata,
obbligatoria e improrogabile, la nuova tecnologia informatica; e anche lui si
era dovuto piegare all’uso del computer e degli altri strumenti informatici.
Erano innegabili i vantaggi che la nuova frontiera
tecnologica aveva portato con sé: la velocità della comunicazione via Internet,
consentiva la trasmissione di documenti e messaggi scritti e vocali in tempo
reale e in maniera diretta; la redazione dei documenti era agevolata dalla
possibilità di correzioni multiple e contestuali, oltre che dalla eventualità
di redigere i nuovi documenti, partendo
dai vecchi; e le informazioni viaggiavano alla velocità della luce da un capo
all’altro del globo, comprese le informative tra le questure e tra queste e le
direzioni generali del ministero; anche lo scambio di informazioni con le
sezioni criminali estere (criminalpol, europol e quant’altro) era divenuto più
diretto e immediato. Eppure, mentre si adeguava di buon grado a quella
inarrestabile rivoluzione tecnologica, forse per un inconscio atteggiamento di
autodifesa verso quei rinnovamenti troppo repentini e incontrollabili, capaci di travolgere secoli,
se non millenni, di abitudini acquisite, il commissario De Candia, si immergeva
tuttavia, in un mare di nostalgico
romanticismo, dove il passato assumeva i contorni di una epopea di felicità
ormai perduta.
Amava ripetere, al proposito, che per fortuna gli altri uomini erano diversi da lui, altrimenti l’umanità
si troverebbe ancora a vivere nelle caverne o tutt’al più nelle palafitte, procacciandosi il cibo con arco e frecce; e magari avrebbe trascorso le notti d’estate sotto il cielo stellato, trasmettendo oralmente fantastiche storie di magiche avventure, custodendo i segreti della scienza e della medicina dentro templi di pietra e adorando improbabili dei sotto la luna splendente.
Si trattava evidentemente
di una iperbole, provocatoriamente assurda e indifendibile, ma c’era un fondo
di verità in quei discorsi, emblematici di una personalità conservatrice e riservata, quasi votata a un monachesimo profano o a un eremitismo
romantico.
E il suo cellulare non
aveva suoni ma solo vibrazioni; quasi una rivalsa verso un mezzo al quale non
voleva concedere uno spazio di intervento troppo ampio.
A pranzo si era cucinato
delle orecchiette alle alici marinate e due triglie di scoglio alla livornese;
il vino bianco e fresco lo avevano predisposto alla migliore siesta che si
potesse desiderare in un pomeriggio di maggio. Il suo udito superfino avvertì
la vibrazione, mentre le spire di sogni confusi si diradavano fugacemente.
«Sì?»
«E’ il commissario De Candia?» chiese
una voce femminile che non sembrava del tutto sconosciuta.
«Sì!»
«Non
la sapevo amante dell’opera!»
Adesso che il
suo cervello aveva ripreso a funzionare a pieno regime, riconobbe subito quella
voce
«Luisa! Ma che piacere! Come stai?»
«Grazie per le splendide rose, Santiago!»
disse la voce all’altro capo del telefono. Adesso il tono era passato dalla
celia di prima, a una frequenza intima e sottile che penetrò profondamente
nell’animo del commissario. «Meno male!»
pensò, poco prima di dire a voce alta:
«Contento che ti siano piaciute!»
«Sono stupende!»
Il commissario percepì ancora nelle corde più intime del
suo cuore, il sentimento e le vibrazioni che emanavano da quella voce.
Al mattino, mentre si recava al mercato civico di San
Benedetto, per il suo consueto shopping
alimentare del sabato mattino, era
passato davanti a un negozio di fiori e aveva vinto i suoi dubbi e le sue
ritrosie. Le aveva mandato quindici rose rosse (dodici erano pari e non andava
bene, gli aveva detto il fioraio; e tredici non andavano bene a lui; ) con un
invito per il matinèe al teatro dell’opera, dove andava in scena, il giorno
dopo, la Carmen di Bizet.
«Volevo ringraziarti anche per l’invito a
Teatro che accetto ben volentieri!»
aggiunse Luisa Levi, tornando al suo consueto tono di voce, squillante e
professionale, che al commissario piaceva comunque tanto.
«Benissimo. Allora ci vediamo domani! Passo
a prenderti alle 17,30!»
«D’accordo. Ma se la giornata lo consente,
sarebbe bello andare a piedi. Da casa mia è sufficiente attraversare il Parco
della Musica e siamo subito a Teatro!»
«Va bene. Parcheggerò nei dintorni e poi
andremo a piedi!»
«Trattandosi di un matinée non penso di
mettermi in abito da sera…»
Il commissario rifletté solo un attimo. L’avvocato
Levi non parlava mai soltanto per parlare.
«Tranquilla, non mi metterò lo smoking!
Forse un abito beige, addirittura..»
«Buono a sapersi!»
commentò Luisa Levi soddisfatta. E subito dopo aggiunse:
«Com’è andata la riunione del venerdì?»
«Bene! Domani ti dirò»
rispose il commissario che non amava intrattenersi troppo al telefono, neanche
con una persona speciale come lei.
«Anche io ho delle novità in proposito…»
disse lei a sua volta.
«Non vedo l’ora di sentirle e non vedo
l’ora di vederti!» si sbilanciò il
commissario, per farle capire, ma con il dovuto garbo, che avrebbe preferito
parlarne di persona.
Lei capì al volo e dopo qualche altro convenevole di
prammatica si salutarono.
Il commissario voleva godersi ancora un po’ il suo
confortevole divano; si preparò un caffè, mise un disco della Carmen e dopo
aver recuperato il libretto che venti anni prima aveva acquistato al teatro in
occasione della regia che il grande Peter Brook aveva curato per quell’opera
all’anfiteatro romano, ormai chiuso agli spettacoli da anni, si dedicò alla
lettura del libretto. Gli serviva da ripasso, ma gli sarebbe stato utile
qualora la sua accompagnatrice si fosse voluta confrontare con lui su
quell’opera così densa di sentimento e di passione.
La sua accompagnatrice, all’indomani, si mostrò
alquanto preparata. Si era vestita con una
gonna plissettata color ocra, al ginocchio e un maglioncino nero, a
maniche corte, sui spiccava un filo di perle bianche. Una giacca in tinta con
la gonna e una pochette rossa, a tracolla,
abbinata nel colore alle scarpe
tacco dieci, completavano la sua mise
elegante.
Il commissario ebbe da ridire sulla regia, che aveva
ambientato la vicenda negli anni trenta del secolo ventesimo, invece di
adeguarsi all’ambientazione originale, che retrodatava a oltre un secolo
precedente. Luisa lodò come
apprezzabile lo sforzo registico,
definendolo un tentativo apprezzabile di svecchiare l’opera.
In pizzeria riuscirono a parlare della vicenda di via
Giudicessa Adelasia. L’avvocato Levi consegnò al commissario un elenco completo
e una descrizione dettagliata dei gioielli che erano custoditi nella
cassaforte, appartenuti alla povera signora Emma Pirastu. Quella donna non
smetteva mai di sorprenderlo per l’intelligenza e il fascino che riusciva a
dimostrare in eguale misura e in pari intensità. Lo informò inoltre che il suo
assistito era andato in Banca e aveva scoperto che era stati effettuati due
prelievi con il bancomat, in due giorni differenti: il giorno dell’omicidio e
il giorno dopo. Poi la banca, letta la notizia sul giornale aveva provveduto a
bloccare il conto corrente.
Alessandro Pirastu aveva precisato che, nonostante le
sue raccomandazioni in senso contrario, sua zia si ostinava ad avvolgere la
tessera bancomat in un foglio di carta ove aveva trascritto il codice segreto
(che lui invece ricordava a memoria). Quindi il ladro omicida aveva avuto gioco
facile a fare i prelievi.
Per quanto
riguarda il libretto postale le cose erano un po’ più complicate. Era stato emesso dalle Poste Centrali di
Piazza del Carmine ma i prelievi, con appropriati documenti di identità, si potevano fare
prelievi in tutti gli uffici d’Italia, nel limite, pare, di seicento euro al
mese. Col libretto erano spariti anche la carta di identità della vittima. Il
suo assistito si sarebbe recato alle Poste per vedere di bloccare il libretto,
pur se non ne ricordava a memoria gli estremi. Ad ogni buon conto, lei, l’avvocato,
avrebbe provveduto a mandare una diffida alla sede legale di Torino per
bloccare comunque i prelievi da ogni titolo cartaceo, materiale o
immateriale, intestato alla defunta Emma
Pirastu.
Insomma per il commissario non era rimasto un granché
da fare, almeno con riguardo alla Banca e alle Poste.
Si salutarono in via Giudicessa Vera, una parallela
della via Torbeno e della stessa via Giudicessa Adelasia dove il commissario De
Candia aveva parcheggiato la sua auto.
Luisa gli diede un bacio fugace sulle labbra,
stringendosi a lui con trasporto e ringraziandolo ancora per le rose rosse e
per la serata trascorsa insieme.
Vedendola andar via, il commissario si chiese se
l’avesse potuta ancora stringere tra le braccia. Era la cosa che avrebbe voluto
di più, in assoluto.
mercoledì 27 luglio 2022
Omicidio a Cagliari - 6
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Capitolo Sesto
Il
mercoledì successivo, mentre rientrava a casa dalla passeggiata nel Parco di
Monte Urpinu, il commissario De Candia ricevette una telefonata. La voce di Luisa, sempre calda e piacevole, gli
comunicò di essere finalmente in possesso della chiave della cassaforte a muro
della casa dell’omicidio, quella di quel ragazzo con il coltello insanguinato
in mano.
«Luisa, pensi che ci sia ancora la corrente
elettrica in funzione?»
«Non
lo so se qualcuno ha chiesto l’interruzione dell’energia elettrica. Io sono
ancora a studio.»
«Allora
rimandiamo a domani. Anche se io ho il rientro pomeridiano fino alle 18:00, ma
a quell’ora c’è ancora luce e volendo potrei uscire anche un po’ prima.»
«Beh,
io posso chiudere lo studio verso le 17:00 visto che non ho appuntamenti
fissati dopo quell’ora.»
Si
diedero appuntamento direttamente in via Giudicessa Adelasia per le 18:30, dopo
i convenevoli di routine.
Santiago De Candia si chiese se un simile sopralluogo, effettuato con l’avvocato difensore dell’unico indiziato, fosse corretto da un punto di vista professionale. L’esame di procedura penale lo aveva sostenuto, all’università, parecchi anni prima e non ricordava, in quel momento, quale fosse l’esatto iter procedurale da rispettare. Considerò tra sé e sé che, per prima cosa, l’indiziato era stato comunque rimesso in libertà dal Tribunale. Poi, l’avvocato si era offerta di dare una mano per identificare il vero colpevole. E infine, per evitare complicazioni, non avrebbe mai fatto figurare ufficialmente quel
sopralluogo. ‘Quod non est in actis, non est in mundo’, avrebbe detto il suo valido collaboratore, l’ispettore Zuddas. Dopo tutto, in coscienza, lui sapeva di non compromettere le sue indagini. Anzi, l’aiuto dell’avvocato Levi sembrava costituire persino un valore aggiunto per la soluzione del caso.
Il
commissario aveva ripensato molto alla giornata di domenica. Da quando era
morta la moglie, più di cinque prima, non aveva avuto storie particolarmente
coinvolgenti. Soltanto Luisa lo aveva in qualche modo conquistato. Non era
soltanto un’attrazione fisica, anche se l’avvocato Levi aveva un corpo sodo
accompagnato da una intelligenza vivace come piaceva a lui. In realtà quella
donna esercitava su di lui un fascino indefinibile. Da un lato, materno con
quella sua avvolgente sicurezza femminile e quel suo seno florido e prosperoso.
Però, sentiva che quella professionista abile e caparbia fosse alla ricerca,
come tante donne, di un punto di riferimento o di un centro di stabilità. La
sua sicurezza e la sua grinta erano autentiche, solide e profonde ma, non di
meno, egli intuiva che la sua femminilità avesse bisogno di un elemento di
completamento che non sconfinasse e non collidesse con la rivalità
professionale e il confronto quotidiano e continuo. D’altronde, non era forse
uguale per gli uomini? Non cercavano anch’essi una figura femminile che li
completasse, dando loro stabilità, protezione, affetto?
Sin
da lunedì era stato incerto se mandarle
un mazzo di rose rosse, come soleva fare, seppure in occasione di ricorrenze,
con sua moglie. Il suo sarebbe stato un gesto per manifestarle la sua
ammirazione, il suo ringraziamento per la bella giornata trascorsa insieme. Un
gesto per dichiarare apertamente la passione che provava per lei.
Poi
aveva scelto di non inviarle perché tra
loro non c’era stata una vera e propria spiegazione in occasione del loro
casuale incontro del sabato precedente. Anzi lui aveva capito che il silenzio
di lei nei mesi precedenti era da attribuirsi, non tanto alla sua paura di
innamorarsi, quanto piuttosto al timore che dall’innamoramento passionale si
potesse passare a una relazione piatta e ordinaria, fatta di abitudine e
routine.
Aveva
deciso così di darle tutto il tempo di cui lei avesse avuto bisogno. Neanche
lui, in fondo, era in cerca di una relazione standardizzata sull’ordinario,
priva di emozioni e fatta di abitudini e convenzioni. Santiago si era, alla
fine, adeguato a quella che sembrava essere la scelta di lei. Un rapporto senza
vincoli, ricco di sincerità, ma anche di libertà. Amore e indipendenza e con
una travolgente passione da vivere alla giornata.
Quando
arrivò alla casa di via Giudicessa Adelasia lei era già lì che aspettava. Aveva
ripreso le sue eleganti sembianze professionali, con il suo mezzo tacco nero,
il tailleur sartoriale color amaranto, il suo preferito. I capelli raccolti in
un elegante chignon e il trucco leggero, ma sapiente, donava ancora più luce ai
suoi occhi e alla sua pelle.
Si
salutarono affettuosamente, come due vecchi amici. Subito il commissario
armeggiò con le chiavi che gli avevano dato in procura e che erano state
sequestrate all’assistito dell’avvocato Levi, il presunto assassino con il
coltello insanguinato in mano. Quando furono dentro casa l’avvocato provò le luci.
La corrente c’era ancora, anche se non serviva. L’appartamento era luminoso e
il sole illuminava ancora quella bella giornata di maggio. Il commissario
sollevò le tapparelle del salottino della casa della vittima di quel brutale
assassinio, ancora avvolto nel mistero, ancora senza un colpevole vero. Dalla
finestra vide un volo di fenicotteri, come una squadra di aerei, sfilare verso
la zona degli stagni.
L’avvocato
aprì la borsetta e consegnò la chiave al commissario, che nel frattempo aveva staccato
dalla parete il quadro che copriva la cassaforte a muro.
Luisa
gli stava di fianco e si sollevò sulla punta dei piedi per vedere meglio
l’interno della piccola cassaforte. Ma non c’era niente. Il commissario passò
la mano destra su entrambi i ripiani, per esserne ancora più certo. La
cassaforte era davvero vuota.
I
due si guardarono. La più incredula sembrava però proprio Luisa.
«Mi
ha detto il mio assistito che oltre al testamento, la zia ci teneva dei buoni
postali nominativi, diversi gioielli personali, alcuni documenti, tra cui la
carta d’identità e il codice fiscale.»
«Senti,
e la chiave della signora dove potrebbe essere? Ho visto delle chiavi
nell’ingresso…»
«Vado
a prenderle!» si offrì lei prontamente. «Anche
se so che la chiave della cassaforte, la signora Emma, la teneva nel primo
cassetto del comò, insieme alla carta del bancomat e a piccole somme in
contanti.»
«Io
vado a fare una ispezione più accurata rispetto a sabato scorso!»
disse il commissario mentre lei andava a prendere le chiavi.
Quando
tornò con diversi mazzi di chiavi, il commissario aveva svuotato quasi del
tutto il primo cassetto, disponendo il contenuto che aveva estratto sul letto
della povera vittima, più o meno nello stesso ordine in cui lo aveva trovato.
«Ecco
tutte le chiavi appese nell’ingresso. La chiave della cassaforte non c’è. Quindi deve essere per forza qui!»
Così
dicendo si mise a esaminare ciò che Santiago aveva estratto dal cassetto. Nel frattempo il commissario rovistò negli
altri cassetti del comò.
«A
meno che…» disse Luisa mano a mano che si rendeva
conto che la sua cernita e quella del commissario non avrebbero sortito alcun
risultato.
«A
meno che non se la sia portata via l’assassino!»
completò il commissario, anticipandola.
«Quello
vero!»
precisò l’avvocato. Nel suo viso, adesso, l’incredulità aveva lasciato il posto
a una certa soddisfazione. Alla sua tesi stavano arrivando conferme,
scagionando definitivamente, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il suo
assistito anche agli occhi del commissario
«Per
scrupolo io cercherei meglio. Magari la chiave è stata riposta dalla stessa
vittima in un altro posto…magari anche nella tasca di una vestaglia. Che ne
dici di rovistare insieme tutto l’appartamento?»
«Dico
che va bene! Ma chissà perché io penso che non troveremo niente!»
Dopo
un’ora abbondante la loro ricerca certosina non aveva dato alcun esito.
L’intuito dell’avvocato aveva visto giusto. Qualcuno aveva preso la chiave
della cassaforte, portando via anche tutto il contenuto, oltre la carta del
bancomat e i soldi. E questo qualcuno poteva essere soltanto il fantomatico
assassino senza volto.
«Ma
come avrà fatto?» chiese Luisa come
interrogando se stessa. «C’erano i Carabinieri,
qui, in casa. Possibile che l’assassino avesse già svuotato la cassaforte quando
sono arrivati i Carabinieri? E se aveva già svuotato la cassaforte cosa faceva
lì in cucina, dove è stato trovato il corpo della signora Emma?»
«Vieni,
andiamo su in mansarda. Io un’idea ce l’avrei!»
disse il commissario avviandosi verso la ripida scala in legno che portava in
mansarda.
De
Candia la precedette e appena in cima si voltò e le tese la mano per aiutarla a
completare l’ultimo tratto di gradini. La mansarda era scarsamente arredata con
un lettino, un comodino, una sedia, un armadio in legno e una scala a libretto,
aperta sotto uno dei due lucernari, proprio come l’aveva lasciata lui dopo il
sopralluogo precedente.
«Secondo
me i fatti sono avvenuti in questo modo! L’assassino è stato scoperto dalla
vittima mentre rovistava in cucina, tralasciamo per adesso che cosa cercasse in
cucina e perché si trovasse proprio lì. La vittima si è messa a urlare, magari
perché il ladro era a viso coperto, o magari perché si è semplicemente
spaventata. Allora il ladro ha afferrato un coltello e l’ha uccisa per farla
tacere. Poi, forse, si è spaventato. Ha pensato di fuggire dalla porta ma deve
avere sentito il rumore del nipote che stava arrivando e così ha cercato di
nascondersi qui, nel piccolo bagno per gli ospiti, di sotto. Oppure, più
verosimilmente, ha pensato di fuggire dalla stessa via da cui era penetrato in
casa. Anche questo dettaglio andrà chiarito. Mi segui nel mio ragionamento?»
chiese il commissario all’avvocato che si era seduta su un lettino che stava
proprio sotto uno dei due lucernari che davano luce e aria alla mansarda.
«Ti
seguo. Vai avanti» rispose la donna,
guardandosi in giro.
«Quando
ha sentito il trambusto che sicuramente hanno fatto i Carabinieri, arrivando
come minimo a sirene spiegate, deve essere salito qui in mansarda per guadagnare
una via di fuga. Però qualcosa lo ha fermato. Forse si è acquattato qua fuori,
in questo anfratto esterno, proprio a ridosso della finestra, vieni a vedere!»
Santiago,
non senza difficoltà, a causa della sua robusta corporatura, si era affacciato
fuori dal lucernario. Scese però con insospettata agilità dalla scaletta in
legno per consentire all’avvocato di salire a sua volta. Luisa Levi annuì dopo
essere ridiscesa, invitando il commissario a continuare.
«Be’,
magari per non rischiare di essere visto, avrà aspettato in cima alla scaletta,
pronto a squagliarsela se soltanto avesse sentito qualcuno salire su per le
scale.»
«Ma
i Carabinieri, convinti di aver preso il vero e unico assassino non hanno
neppure pensato di salire quassù a controllare!»
lo anticipò con convinzione l’avvocato che ormai aveva capito dove volesse
andare a parare l’arguto commissario, dando a intendere che condivideva la sua
ricostruzione.
«Esattamente!»
esclamò lui, contento che la sua amica lo seguisse e fosse d’accordo con la sua
ipotesi. «Quando finalmente si sono calmate le acque
è ridisceso e ha finito l’operazione per cui probabilmente era venuto.
Svaligiare la casa della vittima.»
«Un
topo d’appartamento. Certamente un ladruncolo dotato di sangue freddo!»
commentò Luisa riflettendo.
«Ancora
non sappiamo con certezza se sia davvero entrato con l’idea di rubare o di fare
altro…»
disse in maniera sibillina il commissario.
«Al
di là di questo, la tua ricostruzione mi
sembra abbastanza plausibile» convenne Luisa. «Vieni,
rimettiamo tutto a posto e andiamocene!»
Fecero
a ritroso la strada verso il basso e, rimessa ogni cosa al proprio posto,
uscirono.
Il
sole, adesso, era sulla via del tramonto. Le rondini continuavano a garrire
festose, mentre un’altra colonia di fenicotteri, più numerosi di prima, si dirigevano
in direzione degli stagni di Molentargius. O forse ancora più in là, verso
Quartu Sant’Elena.
«Che
fai ora?»
«Vado
a casa a farmi una bella doccia!»
rispose il commissario senza pensare. «È da stamattina che sono in giro!»
«Perché
non te la fai a casa mia la doccia?»
disse con un sorriso malizioso Luisa Levi.
Al
commissario passò di colpo la stanchezza che aveva accumulato in quella
giornata piena di lavoro.
«Se non disturbo…»
disse così, tanto per dire, e per nascondere l’emozione e la contentezza che
quell’invito insperato gli avevano suscitato.
«E chi dovresti
disturbare? Ti sei dimenticato che mio figlio è in gita scolastica, a
Barcellona?»
«Bene. Accetto volentieri,
allora.»
Quella sera, il commissario si fece una
doccia memorabile, di quelle che rimangono scolpite nei ricordi. Finirono
insieme sotto la doccia, come due adolescenti, a insaponarsi a vicenda, e a
spruzzarsi l’acqua negli occhi. O più semplicemente come due amanti
appassionati. Lui le baciò tutto il corpo, ancora bagnato, mentre l’acqua
scendeva sopra di loro, come una pioggia benedetta, calda e confortevole.
Cenarono insieme e Santiago scoprì così
che lei aveva già cucinato per entrambi.
A notte fonda il commissario si ritrovò
per strada, talmente lieto e sereno, che decise di fare a piedi la strada per
rientrare a casa. Gli sarebbe piaciuto fermarsi a dormire, ma si ricordò che si
era ripromesso di non essere troppo invadente e di lasciare che il loro
rapporto crescesse piano, piano. Poco per volta, alla giornata, come voleva lei.
E come forse voleva anche lui.
Quando arrivò a casa era
davvero stanco. Quella notte non riuscì a comporre le tessere del suo mosaico.
Il sonno arrivò subito. Ma il commissario non fu dispiaciuto, anzi!
martedì 26 luglio 2022
Omicidio a Cagliari - 5
Capitolo
Quinto
Alle nove e mezza in
punto il fuoristrada del commissario De Candia si fermò in via Torbeno,
all’altezza corrispondente al numero civico che figurava nel bigliettino che la
sua amica gli aveva dato il giorno prima. L’avvocato Levi comparve subito
davanti all’ingresso. Indossava dei pantaloni neri e un comodo giubbotto in
pelle ben sagomato, chiuso in alto da un foulard dai colori vivaci. Ai piedi
calzava scarpe con il tacco basso. Una capiente borsa e un capello a larghe
falde completavano il suo abbigliamento. Santiago la vide più che mai
affascinante, ma si limitò a un saluto affettuoso e compassato.
Quando furono sulla
strada statale 131, la storica arteria che ancora collega Cagliari e Sassari,
denominata Carlo Felice, in onore del monarca sabaudo che per primo volle
collegare le due principali città del suo regno, Luisa Levi, dopo i convenevoli
di rito, chiese come fosse andato il sopralluogo del giorno prima in via
Giudicessa Adelasia.
Il commissario Santiago
ci aveva pensato prima di addormentarsi e ne approfittò per esprimere a voce
alta alcuni dei dubbi che gli erano sorti. Di solito non parlava mai con
nessuno, al di fuori della Questura, delle indagini che erano in corso. Al
riguardo la sua riservatezza era pressoché totale. Ma con l’avvocato era
diverso. In qualche modo le ricordava sua moglie. Aveva imparato a fidarsi di
lei e in nessun modo sentiva di venir meno al suo dovere di mantenere il dovuto
riserbo professionale. Anzi, il suo istinto di sbirro lo induceva a ritenere
che un confronto con quella donna potesse essere utile allo sviluppo delle sue
indagini.
«Mi chiedevo da dove possa essere entrato l’assassino» disse affrontando uno dei dilemmi che lo avevano tenuto occupato la sera precedente, prima di addormentarsi. «A parte la possibilità che sia stata la vittima ad aprirgli la porta per ingenuità o per conoscenza del suo assassino, non so proprio che dire.
Ispezionando la casa ho pensato che una via di accesso clandestino possa essere stato dalla mansarda. Infatti, lì ci sono due lucernari, con apertura a ribalta. Entrambi li ho trovati aperti. Ma mentre uno era fissato con l’apertura per la ventilazione, che consiste nell’appoggio del telaio a una levetta a scomparsa, estraibile ad angolo retto per il fissaggio, l’altra era semplicemente appoggiata al telaio, come se qualcuno l’avesse aperta per entrare, o magari anche per uscire, e non l’avesse risistemata. E questo secondo lucernario, per combinazione, è proprio quello che consente l’immissione nei tetti circostanti, mentre l’altro guarda nel vuoto, esattamente dalla parte opposta!
«Mmm»
fece l’avvocato riflettendo. «Io purtroppo non ho
potuto ispezionare la casa, che come tu sai bene è ancora sotto sequestro. Però
il mio assistito, quando ho affrontato lo stesso problema con lui, mi ha
descritto questa mansarda, confermandomi che su incarico della zia, era stato
lui, all’inizio della primavera, ad aprire in modalità ventilazione i due
lucernari, altrimenti chiusi durante la stagione delle piogge. Io purtroppo non
ho avuto neppure l’accesso agli atti di indagine, ancora secretati, ma mi
chiedevo se i Carabinieri che hanno proceduto all’arresto abbiano fatto un
sopralluogo nella casa prima di mettere i sigilli»
«Purtroppo
dai verbali non risulta alcun sopralluogo ai locali della mansarda!»
«Eh
già!»
interloquì l’avvocato in maniera polemica. «Erano
talmente sicuri di aver chiuso il caso che non hanno pensato altro che ad arrestare
il povero nipote della signora Emma e a farsi intervistare e fotografare a
destra e a manca!»
Il commissario sorrise,
pensando che questa battuta sarebbe piaciuta molto a uno dei suoi
collaboratori, che non perdeva occasione per criticare l’ossessione mediatica e
la superficialità di certi settori della polizia giudiziaria.
«Che tipo è questo nipote?»
chiese invece all’avvocato.
«Mah! In questo frangente non saprei
davvero definirlo bene. È molto spaventato, oltre che dispiaciuto per il
brutale assassino di una persona alla quale era sinceramente legato, che gli
voleva bene e che perfino lo sovvenzionava generosamente, in cambio dell’aiuto
disinteressato che lui le prestava con entusiasmo e con sincero affetto.»
L’avvocato fece una breve pausa, ma si intuiva chiaramente
il suo desiderio di continuare a
parlare, quantunque non sapesse bene cosa dire.
«Posso dirti una cosa strettamente
riservata!»
Il commissario si sentì prudere il naso. Questo
succedeva quando nell’aria c’era una notizia su cui esercitare la massima
dell’attenzione. O perché era in vista un inganno, oppure perché stava per
venire a conoscenza di qualcosa di importante. Era il suo naso da sbirro a
suggerirglielo e il suo naso difficilmente sbagliava.
«Certo, parla liberamente!»
la incoraggiò il commissario, continuando a guidare.
«Io te la dico, ma devi promettermi che non
la userai mai contro il mio assistito, qualunque cosa accada!»
ribadì ancora l’avvocato Levi.
Anche lei aveva un alto senso del segreto
professionale e forse, in fondo si era già pentita di avere fatto l’offerta. Ma
ormai sembrava tardi per tornare indietro.
Il commissario restò interdetto, tra dubbi e
curiosità! L’informazione riservata lo incuriosiva, e poi poteva essere utile
per le sue indagini. Come privarsene? D’altro canto, però, non sarebbe mai
venuto meno ai suoi doveri di sbirro, su questo non aveva dubbi. Credeva nel
suo lavoro sino in fondo e non lo avrebbe mai disatteso. Risolse pensando che
quell’avvocato, quel diavolo in gonnella, non gli avrebbe mai rivelato un segreto
che potesse danneggiare il suo assistito, che oltretutto, a parere suo,
nonostante le osservazioni capziose dell’ispettore Zuddas, era completamente
innocente. Decise di fidarsi e dopo
essersi passato una mano sul naso che gli prudeva rispose di sì, che non
avrebbe mai usato quella confidenza contro il suo assistito.
«Promessa di sbirro?»
ribadì ancora l’avvocato, a metà tra il serio e il faceto, sapendo bene come il
commissario fosse fiero e orgoglioso di essere un poliziotto con una parola
ferma e fidata.
«Parola di sbirro!»
le confermò porgendole l’indice della mano destra per sigillare la promessa.
L’avvocato strinse forte l’indice con il suo.
«Il mio assistito mi ha confidato che la
zia lo aveva nominato erede universale con un testamento!» aggiunse
subito.
Questa sì che è una notizia bomba, pensò il
commissario.
«Meno male che gli avventori del bar di
Tonio non lo sanno! Altrimenti scoppierebbe una mezza rivoluzione!»
celiò invece, cercando di sminuire l’effetto che aveva prodotto su di lui quella
notizia.
«Chi sono questi avventori e che cos’è
questa storia della rivoluzione?»
chiese l’avvocato divertita, ma con un tono lievemente preoccupato.
«Niente, niente!»
disse il commissario ancora ridendo. «Non
ti ho mai raccontato dei commenti che sento al bar dove faccio colazione al
mattino?»
«Sì! Ma sicuramente non con riferimento a
questo caso» disse l’avvocato, sempre in tono
semiserio.
«Niente di cui tu ti debba preoccupare,
cara Luisa, dico davvero!» la tranquillizzò il
commissario. «Piuttosto, sai per caso se quel testamento
è custodito in una cassaforte a muro, dietro un quadro della sacra famiglia,
nel salottino della casa della defunta signora Pirastu?»
«Diavolo d’uno sbirro! Come hai fatto a
indovinare?!» esclamò sorpresa l’avvocato, con un accento
di ammirazione nella voce!
«Be’, non ci voleva poi molto!»
si schermì il commissario, comunque lusingato dall’ammirazione della sua
compagna di viaggio.
«E sono anche certo che tu saprai indicarmi
quali altri parenti potrebbero essere interessati, quantomeno in linea teorica,
a questo testamento. O sbaglio?»
«No, non sbagli. La signora Emma era nubile
e senza figli. Lei aveva una sorella, più giovane, Anita, colpita da un tumore che l’ ha portata via anzitempo. Ha
lasciato due figli che vivono a Carbonia. Inoltre, aveva un fratello, Angelo
Pirastu, di cui Alessandro, il mio assistito è figlio unico. Anche se non ci
sono dei legittimari, senza il testamento, l’ingente patrimonio della defunta
andrebbe diviso tra il fratello Angelo e i due nipoti di Carbonia, che
subentrerebbero alla madre per rappresentazione. Invece, grazie al testamento
verrebbero esclusi, sia i due nipoti di Carbonia, sia il papà del mio
assistito, che però è semi paralitico, pur essendo più giovane della defunta
sorella.»
«Stai dicendo che gli unici sospettabili
sono in realtà i due nipoti di Carbonia?»
«Io non ho detto niente! Lo sbirro sei tu,
mica io!»
disse l’avvocato in maniera simpatica, ma mettendosi subito sulla difensiva.
«Beh, potrebbe trattarsi anche di un furto
finito male, nel senso che magari il ladro ha reagito d’impulso, dopo essere
stato scoperto.»
«Certamente. Ci ho pensato anche io, però
c’è una cosa che mi ha sorpreso. Come mai, mi sono chiesta, questo ipotetico
ladro ha sferrato ben tre colpi alla vittima? Perché accanirsi così tanto
brutalmente sulla vittima?» L’avvocato si fermò come
se volesse dare tempo all’uomo di rispondere, ma il commissario si limitò ad
annuire, chiedendole di continuare. «Oltre
l’efferatezza del gesto, per me sono le uniche due spiegazioni alle quali sono
pervenuta. Ma non saprei dire quale delle due sia la più probabile. Io so
soltanto che il mio assistito è super innocente! Di questo soltanto sono
sicura.»
Il commissario non rispose. Sapeva bene che se anche,
per ipotesi, un cliente confessasse la sua colpevolezza, all’avvocato è
proibito di rivelarlo, pena la radiazione dall’albo.
«Che tipi sono questi due nipoti di
Carbonia?» disse invece.
«Il mio assistito, mi ha detto che la
cugina Maria Grazia Picciau è una tranquillona. Ha vinto il suo bel concorso
pubblico e lavora come impiegata comunale in un paese distante una ventina
chilometri da Carbonia. Andrea Picciau, suo fratello, che è più grande del mio
assistito di parecchi anni, ha avuto invece un passato da tossicodipendente, ma
adesso si è rimesso in carreggiata. È ospite di una comunità di recupero dove
ha imparato a lavorare la terra e a guadagnarsi il pane con il sudore della
fronte. E non mi ha saputo dire se conoscano o meno l’esistenza del testamento.
Anche se la vittima non aveva mai fatto mistero di detestare intensamente le
abitudini insane del nipote Andrea. E comunque nel parentado era nota la
predilezione della signora Emma nei confronti di Alessandro, il mio assistito.»
«Chissà dove teneva la chiave di quella cassaforte,
la povera signora Pirastu…» disse il commissario,
quasi tra sé e sé.
«Il mio assistito mi ha detto che la teneva
nel primo cassetto del comò, in camera da letto, tra la biancheria intima.»
«È uno dei primi posti dove ho cercato, ma non sono riuscito
a trovarla, né lì né altrove. Ma mi sa tanto che la settimana prossima ci torno
e cerco meglio» disse ancora il commissario sempre con
quel tono distante, come se parlasse per conto suo.
«Se vuoi ci torniamo insieme. E l’apriamo
con la chiave di Alessandro. Dammi soltanto il tempo di chiedergli di portamela
in studio al più presto possibile.»
«Davvero ne ha una copia il tuo assistito?
Caspita, questa sì che è una buona notizia! Mi evita un sacco di rogne di
autorizzazioni per chiamare un fabbro e per fare scardinare la cassaforte!»
«Il mio assistito godeva della massima
fiducia da parte della zia, al punto che la donna ultimamente aveva provveduto
a fargli una delega sul conto corrente bancario dove le accreditavano la
pensione e, spesso, lo incaricava di fare dei prelievi, per suo conto,
direttamente in banca oppure con la carta del bancomat.»
Intanto, mentre
parlavano, avevano lasciato la strada statale e si erano immessi in quella
provinciale per San Gavino. Da lì, arrivati a Guspini, non sarebbero stati
distanti da Gennas Serapis, altrimenti nota come Montevecchio, l’antico borgo
minerario, dove c’era una parte significativa delle radici più recenti di
Santiago De Candia.
E mentre procedevano
verso la loro meta, Luisa Levi apprese, senza quasi mai interromperlo, come il
nonno paterno del commissario, Nicola De Candia, giovane e brillante perito
minerario barese, assunto dalle Miniere di Montevecchio degli Eredi Sanna,
subito dopo la Grande Guerra si fosse insediato nel borgo minerario. E come,
poco tempo dopo, avesse conosciuto a Buggerru, dove si era recato per assistere
a uno spettacolo teatrale, una graziosa fanciulla, di nome Ines Orcel, che
scoprì essere la figlia di un suo collega francese che lavorava per la Societé
des mines de Malfidano, che a Buggerru aveva la sua sede operativa, e della
quale si era innamorato praticamente a prima vista. E in che modo riuscisse a
conquistarla, dopo serrata corte. Favorito in ciò da alcune conoscenze comuni
che gli consentirono di vincere la diffidenza che il padre di lei nutriva verso
i non francesi. E soprattutto aiutato dalla madre di lei, una donna spagnola
della Estremadura, che in quei paesaggi selvaggi della Sardegna e in quel
popolo chiuso e tenace, rivedeva probabilmente la sua terra d’origine e i suoi
stessi avi. In realtà, il nonno del commissario, Nicola De Candia, di sardo
aveva soltanto l’amore e la riconoscenza
verso la terra che lo aveva accolto, dandogli lavoro e rispettabilità.
Nella parte conclusiva
del viaggio, proprio mentre il loro fuoristrada, lasciandosi Guspini alle
spalle, cominciava a inerpicarsi sulla larga salita che conduce al vecchio
borgo minerario, l’avvocato Luisa Levi inoltre apprese come dalla coppia fosse nato il papà del
commissario, Salvatore De Candia. Il quale, dopo aver prestato il servizio
militare, innamoratosi di una diciassettenne di nome Regina Serru, figlia di un
guardiano minerario, già comandante della compagnia barraccellare guspinese,
fosse passato nei ranghi della polizia di stato, trasmettendogli, congiuntamente
al nonno materno, quella passione per l’ordine e la
disciplina che Santiago aveva saputo rielaborare in quella sua maniera
fantasiosa e originale che lo caratterizzava.
Luisa aveva ascoltato la storia del commissario, come da piccola aveva imparato
ad ascoltare le favole che il papà le raccontava prima di addormentarsi.
Erano da poco passate le
undici quando il commissario parcheggiò la sua auto di fronte a un edificio che
un tempo aveva ospitato il centro vitale dell’antico borgo minerario, con l’Ufficio
Postale, la Caserma dei Carabinieri, lo Spaccio Aziendale e, poco più avanti
anche il cinematografo. E dove adesso resisteva ancora un bar, in cui poterono
rinfrescarsi prima di iniziare la passeggiata a piedi che Luisa accettò di fare
con entusiasmo.
Il commissario le fece da
Cicerone, anche se in realtà a guidarlo non erano tanto le sue conoscenze
dirette di quei luoghi, ma più che altro i racconti che i suoi genitori, e sua madre in particolare, gli avevano fatto in gioventù. Prendendola
per mano affettuosamente il commissario la guidò nei diversi siti, ormai
ammantati di un’aura monumentale. La sede della direzione, con gli uffici a
piano terra, gli alloggi del direttore al primo e quelli dei dipendenti, tra
cui suo nonno paterno, al secondo piano. L’ospedale con la chiesetta dedicata a
Santa Barbara, protettrice dei minatori. La laveria, le officine per la
manutenzione degli impianti, la vecchia linea ferroviaria, a scartamento
ridotto, che trasportava piombo e zinco a San Gavino. E infine Telle, il villaggio
dov’era nata sua madre, ormai quasi
inghiottito dalla vegetazione, che si stava riprendendo lentamente tutti gli
spazi che gli uomini le avevano sottratto nei decenni precedenti.
«Sei stanca?»
le chiese a un certo punto il commissario, timoroso di averla fatta camminare a
lungo e per troppo tempo.
«No, per niente! Sei riuscito a farmi
dimenticare, per una buona parte della mattinata i miei problemi quotidiani!»
rispose con trasporto l’avvocato Levi.
«Meno male!»
commentò il commissario sentendosi risollevato da quella risposta entusiasta e
spontanea.«Adesso ti porto in un bel ristorante a
recuperare un po’ di energie, perché poi, se non hai niente in contrario, intendo arrivare sino a Buggerru!»
«Bene! Quest’arietta di montagna mi ha
fatto venire un po’ di appetito!»
Ripresero l’auto e a un certo punto della strada
provinciale imboccarono una strada secondaria che portava, secondo le
indicazioni stradali, alle grotte de ‘Su
Mannau’. Lì, in mezzo ai boschi, c’era il ristorante a cui si riferiva il
commissario.
«Speriamo che sia aperto!»
esclamò l’avvocato Levi appena l’auto fu parcheggiata all’ombra di alcuni
possenti alberi.
Tutt’attorno, a vista d’occhio, non si vedevano altro
che lecci, olivastri e macchia mediterranea.
«Tranquilla! Ho prenotato sin da ieri sera»
disse il commissario.
In effetti erano attesi. Il titolare in persona li
accompagnò a un tavolino già apparecchiato. Da lì potevano godere del paesaggio
selvaggio che li circondava.
Scelsero un menù di mare, innaffiato con un ottimo vino
bianco paglierino. Il commissario notò che Luisa non aveva perso il piacere di
mangiare, né quello di accompagnare i suoi pasti con un buon bicchiere di vino.
Non era frequente trovare in una donna entrambe le abitudini. O forse era lui
che aveva conosciuto, soprattutto in casa sua, soltanto donne praticamente
astemie e schifiltose nel mangiare, cui facevano da contrappunto uomini dalle
buone forchette e dai gomiti snodati. Insomma era un piacere stare a tavola con
quella donna, che in più era anche un’ottima conversatrice.
Quando giunsero in vista di Buggerru era già
pomeriggio inoltrato. Con il suo fuoristrada il commissario si inerpicò senza
troppe difficoltà su un promontorio roccioso in cima al quale la loro vista
dominava la baia di Cala Domestica.
Lì si fermarono a lungo e in silenzio, persi nei loro
pensieri. E mentre Amàlia Rodrigues cantava i suoi strali di sofferenza, le
loro anime si fusero in quella Saudade malinconica, pervase da quel languore fisico
che solo il Fado, il Flamenco, il Blues e certe Canzoni Napoletane, nelle loro
diverse e struggenti varianti, sanno dare. E quel silenzio li unì più di tutte le storie che si erano raccontati dalla
partenza, durante il viaggio nelle miniere, fino al ristorante, a ridosso delle
antiche gallerie. Forse le loro storie incombevano e si calavano in quel
silenzio e, attraverso i loro sensi, si proiettavano nel paesaggio circostante,
frusciando tra cisti e ginepri, accarezzando olivastri e corbezzoli, appianando
sino al mare della costa verde, dopo avere sfiorato i faraglioni, le falesie e
le torri spagnole che un tempo avevano
difeso quelle coste dalle incursioni dei Saraceni.
Dopo che il
sole si fu immerso nel mare, in cielo
apparve una luce, quasi all’improvviso.
«Guarda com’è lucente e vicina!»
disse Luisa Levi indicando quella luce sopra l’orizzonte.
«Dev’essere…»
«Venere!»
concluse lei, precedendolo.
Lui si voltò a guardarla. Quella luce, quel nome,
quella parola che lei aveva pronunciato, quasi leggendogli nel pensiero, gli avevano
suscitato all’improvviso una trepidazione e un’emozione che ritrovò
magicamente negli occhi di lei.
Rimasero così, a guardarsi negli occhi, per un lungo
istante, stupiti di se stessi e della loro tenera trepidazione. Non dissero
altro. Si baciarono a lungo. Poi i loro corpi si cercarono, con un’attrazione
che gli spazi ridotti dell’auto sembrarono rendere perfino più forte e
irresistibile.
Fu un’esplosione di passione, sotto la luce sempre più
forte di Venere, mentre fuori il concerto dell’avi fauna e il frusciare del
vento nella flora selvaggia,
accompagnava i loro sospiri e la danza dei loro corpi, fusi nel magico
ripetersi di un atto, apparentemente sempre uguale, come il perpetuarsi della
specie, eppure sempre diverso, come differenti sono le
occasioni e le emozioni che culminano nell’amore.