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sabato 25 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-22

 


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Al mattino, mentre si recava al mercato civico di San Benedetto, per il suo  consueto shopping alimentare del sabato mattino,  era passato davanti a un negozio di fiori e aveva vinto i suoi dubbi e le sue ritrosie. Le aveva mandato quindici rose rosse (dodici erano pari e non andava bene, gli aveva detto il fioraio; e tredici non andavano bene a lui; ) con un invito per il matinèe al teatro dell’opera, dove andava in scena, il giorno dopo,  la Carmen di Bizet.

«Volevo ringraziarti anche per l’invito a Teatro che accetto ben volentieri!» aggiunse Luisa Levi, tornando al suo consueto tono di voce, squillante e professionale, che al commissario piaceva comunque tanto.

«Benissimo. Allora ci vediamo domani! Passo a prenderti  alle 17,30!»

«D’accordo. Ma se la giornata lo consente, sarebbe bello andare a piedi. Da casa mia è sufficiente attraversare il Parco della Musica e siamo subito a Teatro!»

«Va bene. Parcheggerò nei dintorni e poi andremo a piedi!»

«Trattandosi di un matinée non penso di mettermi in abito da sera…»

Il commissario rifletté solo un attimo. L’avvocato Levi non parlava mai soltanto per parlare.

«Tranquilla, non mi metterò lo smoking! Forse un abito beige, addirittura..»

«Buono a sapersi!» commentò Luisa Levi soddisfatta. E subito dopo aggiunse:

«Com’è andata la riunione del venerdì?»

«Bene! Domani ti dirò» rispose il commissario che non amava intrattenersi troppo al telefono, neanche con una persona speciale come lei.

«Anche io ho delle novità  in proposito…» disse lei a sua volta.

«Non vedo l’ora di sentirle e non vedo l’ora di vederti!» si sbilanciò il commissario, per farle capire, ma con il dovuto garbo, che avrebbe preferito parlarne di persona.

Lei capì al volo e dopo qualche altro convenevole di prammatica si salutarono.

Il commissario voleva godersi ancora un po’ il suo confortevole divano; si preparò un caffè, mise un disco della Carmen e dopo aver recuperato il libretto che venti anni prima aveva acquistato al teatro in occasione della regia che il grande Peter Brook aveva curato per quell’opera all’anfiteatro romano, ormai chiuso agli spettacoli da anni, si dedicò alla lettura del libretto. Gli serviva da ripasso, ma gli sarebbe stato utile qualora la sua accompagnatrice si fosse voluta confrontare con lui su quell’opera così densa di sentimento e di passione.

La sua accompagnatrice, all’indomani, si mostrò alquanto preparata. Si era vestita con una  gonna plissettata color ocra, al ginocchio e un maglioncino nero, a maniche corte, sui spiccava un filo di perle bianche. Una giacca in tinta con la gonna e una pochette rossa, a tracolla,  abbinata nel colore  alle scarpe tacco dieci,  completavano la sua mise elegante.

Il commissario ebbe da ridire sulla regia, che aveva ambientato la vicenda negli anni trenta del secolo ventesimo, invece di adeguarsi all’ambientazione originale, che retrodatava a oltre un secolo precedente. Luisa lodò come  apprezzabile  lo sforzo registico, definendolo un tentativo apprezzabile di svecchiare l’opera.

domenica 19 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-16

 


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Quando arrivò alla casa di via Giudicessa Adelasia lei era già lì che aspettava. Aveva ripreso le sue eleganti sembianze professionali, con il suo mezzo tacco nero, il tailleur sartoriale color amaranto, il suo preferito. I capelli raccolti in un elegante chignon e il trucco leggero, ma sapiente, donava ancora più luce ai suoi occhi e alla sua pelle.

Si salutarono affettuosamente, come due vecchi amici. Subito il commissario armeggiò con le chiavi che gli avevano dato in procura e che erano state sequestrate all’assistito dell’avvocato Levi, il presunto assassino con il coltello insanguinato in mano. Quando furono dentro casa l’avvocato provò le luci. La corrente c’era ancora, anche se non serviva. L’appartamento era luminoso e il sole illuminava ancora quella bella giornata di maggio. Il commissario sollevò le tapparelle del salottino della casa della vittima di quel brutale assassinio, ancora avvolto nel mistero, ancora senza un colpevole vero. Dalla finestra vide un volo di fenicotteri, come una squadra di aerei, sfilare verso la zona degli stagni.

L’avvocato aprì la borsetta e consegnò la chiave al commissario, che nel frattempo aveva staccato dalla parete il quadro che copriva la cassaforte a muro. 

Luisa gli stava di fianco e si sollevò sulla punta dei piedi per vedere meglio l’interno della piccola cassaforte. Ma non c’era niente. Il commissario passò la mano destra su entrambi i ripiani, per esserne ancora più certo. La cassaforte era davvero vuota.

I due si guardarono. La più incredula sembrava però proprio Luisa.

«Mi ha detto il mio assistito che oltre al testamento, la zia ci teneva dei buoni postali nominativi, diversi gioielli personali, alcuni documenti, tra cui la carta d’identità e il codice fiscale.»

«Senti, e la chiave della signora dove potrebbe essere? Ho visto delle chiavi nell’ingresso…»

«Vado a prenderle!» si offrì lei prontamente. «Anche se so che la chiave della cassaforte, la signora Emma, la teneva nel primo cassetto del comò, insieme alla carta del bancomat e a piccole somme in contanti.»

«Io vado a fare una ispezione più accurata rispetto a sabato scorso!» disse il commissario mentre lei andava a prendere le chiavi.

Quando tornò con diversi mazzi di chiavi, il commissario aveva svuotato quasi del tutto il primo cassetto, disponendo il contenuto che aveva estratto sul letto della povera vittima, più o meno nello stesso ordine in cui lo aveva trovato.

«Ecco tutte le chiavi appese nell’ingresso. La chiave della cassaforte non c’è.  Quindi deve essere per forza qui!»

Così dicendo si mise a esaminare ciò che Santiago aveva estratto dal cassetto.  Nel frattempo il commissario rovistò negli altri cassetti del comò.

«A meno che…» disse Luisa mano a mano che si rendeva conto che la sua cernita e quella del commissario non avrebbero sortito alcun risultato.

«A meno che non se la sia portata via l’assassino!» completò il commissario, anticipandola.

«Quello vero!» precisò l’avvocato. Nel suo viso, adesso, l’incredulità aveva lasciato il posto a una certa soddisfazione. Alla sua tesi stavano arrivando conferme, scagionando definitivamente, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il suo assistito anche agli occhi del commissario

«Per scrupolo io cercherei meglio. Magari la chiave è stata riposta dalla stessa vittima in un altro posto…magari anche nella tasca di una vestaglia. Che ne dici di rovistare insieme tutto l’appartamento?»

«Dico che va bene! Ma chissà perché io penso che non troveremo niente!»

Dopo un’ora abbondante la loro ricerca certosina non aveva dato alcun esito. L’intuito dell’avvocato aveva visto giusto. Qualcuno aveva preso la chiave della cassaforte, portando via anche tutto il contenuto, oltre la carta del bancomat e i soldi. E questo qualcuno poteva essere soltanto il fantomatico assassino senza volto.

«Ma come avrà fatto?» chiese Luisa come interrogando se stessa. «C’erano i Carabinieri, qui, in casa. Possibile che l’assassino avesse già svuotato la cassaforte quando sono arrivati i Carabinieri? E se aveva già svuotato la cassaforte cosa faceva lì in cucina, dove è stato trovato il corpo della signora Emma?»

«Vieni, andiamo su in mansarda. Io un’idea ce l’avrei!» disse il commissario avviandosi verso la ripida scala in legno che portava in mansarda.

venerdì 17 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-14

 

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Ripresero l’auto e a un certo punto della strada provinciale imboccarono una strada secondaria che portava, secondo le indicazioni stradali,  alle grotte de ‘Su Mannau’. Lì, in mezzo ai boschi, c’era il ristorante a cui si riferiva il commissario.

«Speriamo che sia aperto!» esclamò l’avvocato Levi appena l’auto fu parcheggiata all’ombra di alcuni possenti alberi.

Tutt’attorno, a vista d’occhio, non si vedevano altro che lecci, olivastri e macchia mediterranea.

«Tranquilla! Ho prenotato sin da ieri sera» disse il commissario.

In effetti erano attesi. Il titolare in persona li accompagnò a un tavolino già apparecchiato. Da lì potevano godere del paesaggio selvaggio che li circondava.

Scelsero un menù di mare, innaffiato con un ottimo vino bianco paglierino. Il commissario notò che Luisa non aveva perso il piacere di mangiare, né quello di accompagnare i suoi pasti con un buon bicchiere di vino. Non era frequente trovare in una donna entrambe le abitudini. O forse era lui che aveva conosciuto, soprattutto in casa sua, soltanto donne praticamente astemie e schifiltose nel mangiare, cui facevano da contrappunto uomini dalle buone forchette e dai gomiti snodati. Insomma era un piacere stare a tavola con quella donna, che in più era anche un’ottima conversatrice.  

Quando giunsero in vista di Buggerru era già pomeriggio inoltrato. Con il suo fuoristrada il commissario si inerpicò senza troppe difficoltà su un promontorio roccioso in cima al quale la loro vista dominava la baia di Cala Domestica.

Lì si fermarono a lungo e in silenzio, persi nei loro pensieri. E mentre Amàlia Rodrigues cantava i suoi strali di sofferenza, le loro anime si fusero in quella Saudade malinconica, pervase da quel languore fisico che solo il Fado, il Flamenco, il Blues e certe Canzoni Napoletane, nelle loro diverse e struggenti varianti, sanno dare. E quel silenzio li unì più di  tutte le storie che si erano raccontati dalla partenza, durante il viaggio nelle miniere, fino al ristorante, a ridosso delle antiche gallerie. Forse le loro storie incombevano e si calavano in quel silenzio e, attraverso i loro sensi, si proiettavano nel paesaggio circostante, frusciando tra cisti e ginepri, accarezzando olivastri e corbezzoli, appianando sino al mare della costa verde, dopo avere sfiorato i faraglioni, le falesie e le  torri spagnole che un tempo avevano difeso quelle coste dalle incursioni dei Saraceni.

Dopo che  il sole si fu  immerso nel mare, in cielo apparve una luce, quasi all’improvviso.

«Guarda com’è lucente e vicina!» disse Luisa Levi indicando quella luce sopra l’orizzonte.

«Dev’essere…»

«Venere!» concluse lei, precedendolo.

Lui si voltò a guardarla. Quella luce, quel nome, quella parola che lei aveva pronunciato, quasi leggendogli nel pensiero,  gli avevano  suscitato all’improvviso una trepidazione e un’emozione che ritrovò magicamente negli occhi di lei.

Rimasero così, a guardarsi negli occhi, per un lungo istante, stupiti di se stessi e della loro tenera trepidazione. Non dissero altro. Si baciarono a lungo. Poi i loro corpi si cercarono, con un’attrazione che gli spazi ridotti dell’auto sembrarono rendere perfino più forte e irresistibile.

Fu un’esplosione di passione, sotto la luce sempre più forte di Venere, mentre fuori il concerto dell’avi fauna e il frusciare del vento nella flora selvaggia,  accompagnava i loro sospiri e la danza dei loro corpi, fusi nel magico ripetersi di un atto, apparentemente sempre uguale, come il perpetuarsi della specie,  eppure  sempre diverso, come differenti sono le occasioni e le emozioni che culminano nell’amore.

 

 

lunedì 13 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-10

 

«Che tipo è questo nipote?» chiese invece all’avvocato.

«Mah! In questo frangente non saprei davvero definirlo bene. È molto spaventato, oltre che dispiaciuto per il brutale assassino di una persona alla quale era sinceramente legato, che gli voleva bene e che perfino lo sovvenzionava generosamente, in cambio dell’aiuto disinteressato che lui le prestava con entusiasmo e con sincero affetto.»

L’avvocato fece una breve pausa, ma si intuiva chiaramente il suo desiderio di  continuare a parlare, quantunque non sapesse bene cosa dire.

«Posso dirti una cosa strettamente riservata!»

Il commissario si sentì prudere il naso. Questo succedeva quando nell’aria c’era una notizia su cui esercitare la massima dell’attenzione. O perché era in vista un inganno, oppure perché stava per venire a conoscenza di qualcosa di importante. Era il suo naso da sbirro a suggerirglielo e il suo naso difficilmente sbagliava.

«Certo, parla liberamente!» la incoraggiò il commissario, continuando a guidare.

«Io te la dico, ma devi promettermi che non la userai mai contro il mio assistito, qualunque cosa accada!» ribadì ancora l’avvocato Levi.

Anche lei aveva un alto senso del segreto professionale e forse, in fondo si era già pentita di avere fatto l’offerta. Ma ormai sembrava tardi per tornare indietro.

Il commissario restò interdetto, tra dubbi e curiosità! L’informazione riservata lo incuriosiva, e poi poteva essere utile per le sue indagini. Come privarsene? D’altro canto, però, non sarebbe mai venuto meno ai suoi doveri di sbirro, su questo non aveva dubbi. Credeva nel suo lavoro sino in fondo e non lo avrebbe mai disatteso. Risolse pensando che quell’avvocato, quel diavolo in gonnella, non gli avrebbe mai rivelato un segreto che potesse danneggiare il suo assistito, che oltretutto, a parere suo, nonostante le osservazioni capziose dell’ispettore Zuddas, era completamente innocente.  Decise di fidarsi e dopo essersi passato una mano sul naso che gli prudeva rispose di sì, che non avrebbe mai usato quella confidenza contro il suo assistito.

«Promessa di sbirro?» ribadì ancora l’avvocato, a metà tra il serio e il faceto, sapendo bene come il commissario fosse fiero e orgoglioso di essere un poliziotto con una parola ferma e fidata.

«Parola di sbirro!» le confermò porgendole l’indice della mano destra per sigillare la promessa.

L’avvocato strinse forte l’indice con il suo.

«Il mio assistito mi ha confidato che la zia lo aveva nominato erede universale con un testamento!» aggiunse subito.

Questa sì che è una notizia bomba, pensò il commissario.

«Meno male che gli avventori del bar di Tonio non lo sanno! Altrimenti scoppierebbe una mezza rivoluzione!» celiò invece, cercando di sminuire l’effetto che aveva prodotto su di lui quella notizia.

«Chi sono questi avventori e che cos’è questa storia della rivoluzione?» chiese l’avvocato divertita, ma con un tono lievemente preoccupato.

domenica 5 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-6

 

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«C’è un’altra cosa che dobbiamo considerare, prima di escludere ovvero prendere in considerazione l’eventualità della presenza di un complice» si affrettò a dire il commissario per scongiurare le proteste del sovrintendente, che sbuffava regolarmente a ogni frase in latino del loro collega. «Secondo il medico che ha effettuato l’autopsia l’assassino ha sferrato tre colpi, dal basso verso l’alto. E i fendenti sono stati inferti da un destrimane, mentre l’indiziato, come precisa il verbale, impugnava il coltello nella sinistra e, per giunta, è anche mancino.»

«Beh, questo non esclude la presenza di un complice. Anzi, sembrerebbe confermarlo…» disse ancora l’ispettore, ma meno convinto di prima.

«Certamente. Ma a questo punto, perché non pensare che il vero assassino abbia agito indipendentemente dall’indiziato? Comunque domani, senza trascurare neppure questa pista, voglio verificare da dove possa essere entrata questa terza persona, la cui presenza sembra farsi strada sempre più a rigor di logica. Anche alla luce del fatto che l’indagato ha dichiarato di essere entrato con le chiavi. Quindi, o il vero assassino si è infilato dall’esterno, oppure la porta gli è stata aperta dalla stessa vittima.»

«In effetti ci sono diversi punti oscuri. La vittima conosceva l’assassino? Io propenderei per il sì. Chi si fiderebbe oggi ad aprire a uno sconosciuto?» puntualizzò l’ispettore.

«Purtroppo sappiamo per esperienza che molti anziani lo fanno. Per leggerezza o perché vengono ingannati. Ovviamente, dopo il sopralluogo, saremo in grado di valutare meglio le diverse ipotesi.»

«Vuole che veniamo con lei, commissario?» si offrì il sovrintendente.

«No, grazie, state con le vostre famiglie. Domani è sabato. Se avrò dei dubbi in proposito ci faremo un salto insieme la settimana prossima» disse il commissario con un tono da cui traspariva il suo apprezzamento per l’offerta generosa.

«E le altre due piste quali sono?» chiese l’ispettore Zuddas, contento che le sue osservazioni, apparentemente assurde e fuori luogo, avessero invece colpito l’immaginazione di un investigatore del calibro del commissario.

«Una è quella di un furto finito in tragedia. Il ladro, scoperto con le mani nel sacco, ha perso la testa e ha ucciso la vittima che si è messa a urlare appena l’ha visto!»

«Oppure appena ha visto l’assassino afferrare il coltello» aggiunse l’ispettore.

«Già!» assentì il commissario. «Poi è scappato buttando il coltello per terra. E lì lo ha trovato lo sfortunato nipote sopraggiunto poco dopo.»

«Uno di noi potrebbe verificare se qualche nostro informatore, nell’ambiente dei topi d’appartamento, abbia sentito qualcosa. Di solito queste informazioni circolano nell’ambiente…» propose il sovrintendente Farci.

«Quella zona è appannaggio della banda del buco, quella capeggiata dai famigerati fratelli Chiodi, i fratelli Tore e Beppe Cannas, mi pare di ricordare» suggerì l’ispettore Zuddas, che in passato aveva prestato servizio nella sezione dei reati contro il patrimonio, prima di essere aggregato alla squadra omicidi.

«L’altra pista sulla quale concentrerei le nostre indagini è quella dell’interesse. Chi ha tratto vantaggio dalla morte della signora Emma Pirastu? Ci sono altri parenti o beneficiari testamentari, oltre all’attuale indiziato?»

«Cui prodest scelus, is fecit» esclamò l’ispettore illuminandosi, contento di poter sfoggiare un altro dei suoi adagi latini.

«Proviamo a verificare l’esistenza di altri parenti o comunque di eventuali interessati diretti»

«Lascerei questa indagine al collega Zuddas, signor commissario e io mi occuperei dell’indagine nel mondo dei topi di appartamento e dei ladruncoli. In certi ambienti della malavita cagliaritana non apprezzano molto quelli che parlano in latino!» propose il sovrintendente Farci in segno di protesta contro l’ennesimo sfoggio di cultura latina dell’ispettore.

«D’accordo. E per dimostrarvi che non mi sono offeso vi offro l’aperitivo!» disse l’ispettore.

«Sì, ma questa volta pago io! Del resto l’ultima volta mi sembra che hai pagato tu!» rispose il sovrintendente, tanto per protestare.

«Facciamo che oggi pago io!» propose Santiago De Candia  per tagliare la testa al toro.

«Fra i due litiganti il terzo gode!» aggiunse sorridendo il sovrintendente, contento che il commissario, per una volta, si unisse a loro anche nella consueta capatina al bar, con cui ponevano fine alle loro schermaglie.

«E io cosa ho detto? Inter duos litigantes, tertius gaudet!» esclamò l’ispettore in tono provocatorio!

«Ma vaffancupola!» lo contestò il sovrintendente spingendolo con una manata, mentre quell’altro rideva a crepapelle.

Anche il commissario rise, ma sotto i baffi, senza farsene accorgere.

mercoledì 1 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga - 1

 


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Al di là delle evidenti apparenze

Romanzo giallo di Ignazio Salvatore Basile

Capitolo primo

Come ogni mattina, anche quel lunedì, il commissario Santiago De Candia fece una breve sosta all’edicola di Largo Gennari, che da casa sua, in via Monteverdi, lo conduceva in Questura.

Checco gli allungò subito i due soliti quotidiani, piegati in due. La Stampa e L’Opinione.

Come tanti cagliaritani, Checco chiamava il quotidiano cittadino ‘l’Opignone’. Il commissario, nonostante fosse nato in Sardegna, non aveva ancora capito se si trattasse di un difetto di pronuncia oppure di un vezzo.

La seconda sosta, più lunga, era quella al Bar di Tonio, il Caffè Intilimani, come recitava l’insegna. Era stato coniato un unico vocabolo composto dal nome di un famoso gruppo musicale cileno degli anni ’70 da cui, verosimilmente, il fondatore del locale aveva preso ispirazione.

Il commissario De Candia salutò con un cenno il barista. Era sufficiente. Il barista sarebbe subito arrivato con la sua colazione. Ci teneva a servirlo personalmente.

Seduto al solito tavolino, in fondo al locale, mentre aspettava il suo cappuccino e il suo croissant alla crema, aveva aperto l’Opinione. A prescindere dal nome, il quotidiano regionale si faceva apprezzare soltanto per la cronaca. Per le altre notizie,  lui preferiva la Stampa di Torino, sulla quale si era orientato dopo tanti anni passati a formarsi su La Repubblica.

«Ha letto dell’assassino preso con il coltello in mano?» gli disse Tonio poggiando il vassoio. «I miei clienti non parlano d’altro oggi!» riprese con un tono di rassegnazione di chi  non si aspettasse alcuna risposta.

Il commissario De Candia non amava molto le chiacchiere. Dopo anni che frequentava il suo bar, Tonio aveva imparato a rispettare la  riservatezza di quell’uomo che comunicava l’essenziale con gli occhi e che evitava ogni parola superflua.

L’articolo di spalla rimandava la notizia alle pagine interne della cronaca dove ampio spazio era dedicato all’assassino con il coltello in mano, come il giornale aveva definito l’omicidio che il barista gli aveva segnalato.

C’era una foto della vittima. Una certa Emma Pirastu, di anni ottantaquattro. Una bella signora, osservò De Candia. Distinta, dal viso intelligente, forse un’insegnante in pensione oppure un’impiegata.

Era stata uccisa, in un quartiere residenziale di Cagliari, dal nipote, un quasi trentenne, di cui si riportavano soltanto le iniziali.

L’assassino era stato colto in flagranza di reato con il coltello ancora in mano, grondante del sangue della zia, che giaceva esanime ai suoi piedi in cucina. I Carabinieri della Polizia Giudiziaria, coordinati dal procuratore capo Bartolomeo Gessa, intervenuti prontamente sul posto dietro segnalazione di una dirimpettaia, allarmata dalle urla disumane della povera vittima,  avevano  risolto a tempo di record il caso, assicurando l’assassino  alla giustizia, commentava la capo redattrice della cronaca nera, Maria Carla Coseno.

Il commissario si sentì prudere il naso. Aveva sempre sentito dire che il prurito al naso poteva significare due cose alternativamente, soldi in arrivo oppure colpi. Ma il suo era un naso da sbirro e spesso gli prudeva quando leggeva qualcosa che non quadrasse. Oppure quando stava per imbattersi in qualcosa di importante e di risolutivo. Gli succedeva talmente spesso che ormai non ci faceva quasi più caso. In quell’occasione poteva perfino trattarsi di un po’ di zucchero a velo, finito dal croissant sul suo naso. Ci strofinò sopra un tovagliolo, mentre si detergeva le labbra da eventuali segni della colazione e si alzò in piedi.

mercoledì 11 maggio 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-16

 

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E mentre procedevano verso la loro meta, Luisa Levi apprese, senza quasi mai interromperlo, come il nonno paterno del commissario, Nicola De Candia, giovane e brillante perito minerario barese, assunto dalle Miniere di Montevecchio degli Eredi Sanna, subito dopo la Grande Guerra si fosse insediato nel borgo minerario. E come, poco tempo dopo, avesse conosciuto a Buggerru, dove si era recato per assistere a uno spettacolo teatrale, una graziosa fanciulla, di nome Ines Orcel, che scoprì essere la figlia di un suo collega francese che lavorava per la Societé des mines de Malfidano, che a Buggerru aveva la sua sede operativa, e della quale si era innamorato praticamente a prima vista. E in che modo riuscisse a conquistarla, dopo serrata corte. Favorito in ciò da alcune conoscenze comuni che gli consentirono di vincere la diffidenza che il padre di lei nutriva verso i non francesi. E soprattutto aiutato dalla madre di lei, una donna spagnola della Estremadura, che in quei paesaggi selvaggi della Sardegna e in quel popolo chiuso e tenace, rivedeva probabilmente la sua terra d’origine e i suoi stessi avi. In realtà, il nonno del commissario, Nicola De Candia, di sardo aveva soltanto  l’amore e la riconoscenza verso la terra che lo aveva accolto, dandogli lavoro e rispettabilità.

Nella parte conclusiva del viaggio, proprio mentre il loro fuoristrada, lasciandosi Guspini alle spalle, cominciava a inerpicarsi sulla larga salita che conduce al vecchio borgo minerario, l’avvocato Luisa Levi inoltre  apprese  come dalla coppia fosse nato il papà del commissario, Salvatore De Candia. Il quale, dopo aver prestato il servizio militare, innamoratosi di una diciassettenne di nome Regina Serru, figlia di un guardiano minerario, già comandante della compagnia barraccellare guspinese, fosse passato nei ranghi della polizia di stato, trasmettendogli, congiuntamente al nonno materno, quella passione per l’ordine e la disciplina che Santiago aveva saputo rielaborare in quella sua maniera fantasiosa e originale che lo caratterizzava. Luisa aveva ascoltato la storia del commissario, come da piccola aveva imparato ad ascoltare le favole che il papà le raccontava prima di addormentarsi.

Erano da poco passate le undici quando il commissario parcheggiò la sua auto di fronte a un edificio che un tempo aveva ospitato il centro vitale dell’antico borgo minerario, con l’Ufficio Postale, la Caserma dei Carabinieri, lo Spaccio Aziendale e, poco più avanti anche il cinematografo. E dove adesso resisteva ancora un bar, in cui poterono rinfrescarsi prima di iniziare la passeggiata a piedi che Luisa accettò di fare con entusiasmo.

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martedì 10 maggio 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-15

 

«Che tipi sono questi due nipoti di Carbonia?» disse invece.

«Il mio assistito, mi ha detto che la cugina Maria Grazia Picciau è una tranquillona. Ha vinto il suo bel concorso pubblico e lavora come impiegata comunale in un paese distante una ventina chilometri da Carbonia. Andrea Picciau, suo fratello, che è più grande del mio assistito di parecchi anni, ha avuto invece un passato da tossicodipendente, ma adesso si è rimesso in carreggiata. È ospite di una comunità di recupero dove ha imparato a lavorare la terra e a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte. E non mi ha saputo dire se conoscano o meno l’esistenza del testamento. Anche se la vittima non aveva mai fatto mistero di detestare intensamente le abitudini insane del nipote Andrea. E comunque nel parentado era nota la predilezione della signora Emma nei confronti di Alessandro, il mio assistito.»

«Chissà dove teneva la chiave di quella cassaforte, la povera signora Pirastu…» disse il commissario, quasi tra sé e sé.

«Il mio assistito mi ha detto che la teneva nel primo cassetto del comò, in camera da letto, tra la biancheria intima.»

«È uno dei primi posti dove ho cercato, ma non sono riuscito a trovarla, né lì né altrove. Ma mi sa tanto che la settimana prossima ci torno e cerco meglio» disse ancora il commissario sempre con quel tono distante, come se parlasse per conto suo.

«Se vuoi ci torniamo insieme. E l’apriamo con la chiave di Alessandro. Dammi soltanto il tempo di chiedergli di portamela in studio al più presto possibile.»

«Davvero ne ha una copia il tuo assistito? Caspita, questa sì che è una buona notizia! Mi evita un sacco di rogne di autorizzazioni per chiamare un fabbro e per fare scardinare la cassaforte!»

«Il mio assistito godeva della massima fiducia da parte della zia, al punto che la donna ultimamente aveva provveduto a fargli una delega sul conto corrente bancario dove le accreditavano la pensione e, spesso, lo incaricava di fare dei prelievi, per suo conto, direttamente in banca oppure con la carta del bancomat.»

Intanto, mentre parlavano, avevano lasciato la strada statale e si erano immessi in quella provinciale per San Gavino. Da lì, arrivati a Guspini, non sarebbero stati distanti da Gennas Serapis, altrimenti nota come Montevecchio, l’antico borgo minerario, dove c’era una parte significativa delle radici più recenti di Santiago De Candia.

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domenica 24 aprile 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-2

 

Il suo ufficio era al primo piano, e le ampie finestre si affacciavano proprio su uno degli ingressi secondari del Palazzo di Giustizia. Sulla sinistra era visibile anche l’ingresso delle ex scuole magistrali, che adesso ospitavano il liceo socio-pedagogico, o qualcosa del genere.

Ripose, come al solito,  i giornali in un cassetto della scrivania e si accomodò nella sua poltrona.

Ma sei nuovi fascicoli con altrettanti casi di omicidio, recenti e ancora da risolvere, lo aspettavano all’interno dell’armadio di sicurezza. Li prelevò e li ripose sul ripiano della scrivania. I due fratelli trovati morti nelle campagne di Settimo San Pietro. La prostituta strangolata sul litorale di Giorgino. Un corpo privo di arti e mutilato dalla voracità dei pesci restituito dal mare. Il matricidio, probabilmente per colpa di un tossico esasperato dall’astinenza e dalla mancanza di soldi per acquistare la dose, il quale  però si era dileguato chissà dove. Due ennesimi femminicidi, presumibilmente già chiusi. Uno con il suicidio del marito colpevole, l’altro con la costituzione dell’autore che si era autoaccusato dell’omicidio.

Nella consueta riunione settimanale del venerdì si era deciso con i suoi collaboratori,  l’ispettore Zuddas e il sovrintendente Farci, di cominciare a svolgere delle indagini raccogliendo a verbale delle informazioni e altre possibili prove, per ricomporre le vicende criminose in un quadro investigativo coerente e comprensibile.

Prima del vertice con il Questore, a cui partecipavano tutti i capi sezione, che si teneva a fine mattinata ogni ultimo lunedì del mese, aveva a disposizione un po’ di tempo per riprendere in mano tutti e sei i fascicoli ‘caldi’. Li definivano in questo modo, per distinguerli da quelli che ormai avevano superato i sei mesi che la legge assegnava agli inquirenti per svolgere le indagini. Il termine era prorogabile per altri sei mesi. Dopo, il fascicolo ‘si raffreddava’, e inevitabilmente finiva in una sorta di limbo, con buona pace della sete di giustizia delle povere vittime e anche dei colpevoli.

Munito di fogli protocollo a righe prendeva appunti, per ogni fascicolo, che costituivano allo stesso  tempo punto di partenza e approdo, tra un venerdì e l’altro, dello stato di svolgimento delle indagini. Strada facendo, i faldoni si sarebbero arricchiti, non solo delle sue riflessioni, ma degli apporti delle indagini svolte sul campo dai suoi due più stretti collaboratori.

Tutto ciò, naturalmente, se non ci fossero state interruzioni e contrattempi.

Dopo il vertice con il questore e gli altri capi sezione prese la via del ritorno. Restava in sede di pomeriggio soltanto il martedì e il giovedì, quando aveva il cosiddetto ‘rientro’.

A fine pasto, quando lo consumava in casa, era solito fare una siesta. Al risveglio, come ogni  lunedì, si sarebbe recato a Iglesias, a Casa Elvira, dove sua mamma aveva scelto di trascorrere la vecchiaia.

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mercoledì 20 aprile 2022

Un'indagine al di là di ogni apparente evidenza-54

 


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La sua non era una domanda che pretendesse una risposta. Il commissario lo avvertì dal tono supplichevole di quella voce straziata dal dolore dei ricordi. Era piuttosto un grido rivolto al mondo, al destino, all’inspiegabile e all’imponderabile dei comportamenti umani; alla fragilità degli uomini e delle donne più sensibili e più votati all’azzardo e all’avventura; o forse soltanto meno fortunati.

Santiago De Candia, per motivi di lavoro, aveva conosciuto l’ambiente della tossicodipendenza, quella legata al consumo e allo spaccio, che dai gradini più bassi e abbietti della periferia delle grandi metropoli portava su, alla catena del comando, dove il traffico di stupefacenti era un affare multimilionario, gestito dalle mafie organizzate più potenti e dalle bande armate del mondo intero: dai terroristi afghani e colombiani, alle potenti mafie cinesi e italiane.

Si era fermato per paura di finire anche lui nel vortice dello sballo, in quel mondo immaginario dove la fantasia e la realtà si confondono, dove molti, troppi giovani si rifugiano, per fuggire dalle ipocrisie e dalle finzioni di un mondo percepito come ingiusto, crudele e falso. E si era accorto che gli Stati, anche quello in cui lui credeva e che suo padre aveva servito prima di lui, in realtà non volevano davvero combattere quelle organizzazioni criminali che ormai si erano infiltrate nei gangli vitali degli apparati  statali e in combutta con gli altri capi, quelli nascosti, offrivano all’opinione pubblica, impotente e attonita, la testa di qualche luogotenente ribelle, o di qualche altro vertice ormai scomodo e compromesso per la perpetuazione della gestione del potere.

Forse la risposta agli strali di dolore della sua amica Luisa Levi e delle altre donne  che avevano visto morire i loro figli e i loro fratelli, distrutti dall’illusione e dai sogni della droga, stava nella sconfitta del mostro al  potere che dominava il mondo; e finché quel mostro fosse rimasto lì, a divorare vite umane, la droga avrebbe continuato a costituire una malattia delle anime sole, alla ricerca disperata di verità nascoste ma inesistenti o fallaci.

Con un gesto  di tenerezza e protezione,  passò un braccio intorno alle spalle di quella donna che celava delle inattese paure e delle fragilità profonde; lei ripiegò dolcemente il capo sul suo petto; il commissario notò le lacrime che rigavano silenziose il suo volto.

Istintivamente prese ad asciugare quelle lacrime aspirandole con le sue labbra, con dei baci che niente avevano di morboso ma erano piuttosto un segno per partecipare del suo dolore in maniera viscerale e diretta, quasi volesse aspirare le sue sofferenze, facendole proprie, condividendole con lei, come si dovrebbe fare quando si ama veramente.

Lei alzò lo sguardo su di lui, sorpresa ed emozionata per quel gesto innocente e protettivo.

I loro occhi si persero gli uni negli altri. Lei gli offrì le sue labbra. Lui la baciò  per suggellare quel momento di fragilità in una emozione che le trasmettesse una nuova forza. E si amarono, con grande tenerezza e col trasporto degli amanti che si incontrano senza un calcolo, non per abitudine, ma per un’attrazione casuale e misteriosa, eppure solida e perfetta, come quella  che attrae due astri che si incontrino casualmente nello spazio infinito e decidano, spinti dalle forze innate delle leggi che governano l’universo e la natura, di condividere le loro orbite, fino alla fine del mondo.

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