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lunedì 8 agosto 2022

La Squadra Omicidi di Cagliari in azione - 1

 


Ma la vera sorpresa arrivò a mezzogiorno, quando l’ispettore Zuddas e il sovrintendente Farci, i due più stretti collaboratori di Santiago De Candia nella squadra omicidi della questura di Cagliari, fecero capolino nel suo ufficio con un fax della procura!
«Appena giunto via fax dalla procura generale, commissario!» disse trafelato l’ispettore Zuddas, allungando un foglio di carta lucida.
«Che cos’è?» chiese il commissario prendendo il foglio ma guardando i suoi collaboratori in segno di saluto.
«È una convocazione per il conferimento della delega alle indagini per l’omicidio di via Giudicessa Adelasia!»
«O dell’assassino con il coltello in mano che dir si voglia!» intervenne il sovrintendente Farci in tono polemico.
«Caspita! Niente di meno!» esclamò Santiago De Candia, che tutto s’aspettava quella mattina, meno che l’arrivo di quella convocazione.
«Come al solito, dopo la gloria farlocca e i pasticci grandiosi, a chi spetta rimediare?» insisté il sovrintendente Farci, che ce l’aveva sempre con i colleghi della giudiziaria che lui chiamava di- spregiativamente gli scalda sedie del Palazzo.
«Beh, consolati pensando che evidentemente, lassù in procura, ci devono apprezzare parecchio!» disse sornione il commissario, che conosceva il carattere pessimista del suo valido collaboratore.
«Vabbè, se vogliamo dire per forza che il bicchiere è mezzo pieno…» concesse con scarsa convinzione il sovrintendente, che apprezzava tanto il suo superiore, quanto denigrava quelli del Palazzo. Tanto più se appartenenti ai rivali Carabinieri.
«Ad poenitendum properat, cito qui iudicat!» sentenziò pronto l’ispettore Zuddas, che aveva un vasto repertorio di massime latine, retaggio dei suoi studi classici, precocemente interrotti.
«Mio nonno diceva sempre che la gatta frettolosa fece i gattini ciechi!» disse il Santiago De Candia, che si divertiva un mondo per la reazione che suscitavano queste massime latine nel sovrintendente, che le detestava apertamente. Nondimeno cercava sempre, più che di tradurle, di trasmettere al sovrintendente il senso di quello che Zuddas intendesse dire, affinché Farci non si sentisse del tutto escluso.
Ma in realtà era un gioco delle parti, frutto della loro ordinaria interazione, quasi come due innamorati in cerca di un pretesto per litigare e potere poi fare pace.
«Ma perché non parli come mangi?» protestò infatti il sovrintendente Farci all’indirizzo del collega.
«Sarà meglio che vada subito in procura!» disse il commissario alzandosi, dopo aver dato uno sguardo al fax e averlo riposto in una cartella intestata alla sezione omicidi.
«Viene con noi al bar per un aperitivo, commissario?» chiese l’ispettore Zuddas.
«No grazie. Un’altra volta magari. Non vorrei che il procuratore, nel frattempo, lasciasse l’ufficio!»
«Di sicuro non andrà a farsi intervistare!» disse il sovrintendente Farci, riferendosi al fatto che il procuratore capo si faceva intervistare soltanto per annunciare la risoluzione di casi giudiziari di vasta eco mediatica che spesso, però, finivano nelle loro mani per una più attenta risoluzione investigativa.
Santiago De Candia interpose un sorriso di intesa e si avviò verso l’uscita.
«Et cave canem!» gli gridò dietro l’ispettore, prendendo a braccetto il collega per guidarlo verso il bar.
Il commissario si voltò e li salutò con un cenno della mano.
Come ogni giorno a Cagliari, dopo mezzogiorno, si era levata una brezza leggera dal mare. De Candia si coprì la bocca con la sua immancabile sciarpa rossa. Di seta leggera o di lana pesante, se ne privava soltanto per andare al mare o quando indossava la tuta da ginnastica. Si sistemò i baffi e i capelli, già spruzzati di grigio ma entrambi ancora folti e si diresse con passo deciso in direzione del Palazzo di giustizia.




martedì 2 agosto 2022

Omicidio a Cagliari - 8

 

Capitolo ottavo

Il sabato pomeriggio, verso le 16,30 il commissario Santiago fu svegliato dalla vibrazione del suo cellulare. Il suo rapporto con la tecnologia era stato da subito ambiguo, per non dire schizofrenico.

Finché aveva potuto,  aveva resistito con la sua macchina da scrivere Olivetti e senza cellulare. Poi, per amore di sua moglie, si era rassegnato a portare con sé un cellulare; e in ufficio era arrivata, obbligatoria e improrogabile, la nuova tecnologia informatica; e anche lui si era dovuto piegare all’uso del computer e degli altri strumenti informatici.

Erano  innegabili i vantaggi che la nuova frontiera tecnologica aveva portato con sé: la velocità della comunicazione via Internet, consentiva la trasmissione di documenti e messaggi scritti e vocali in tempo reale e in maniera diretta; la redazione dei documenti era agevolata dalla possibilità di correzioni multiple e contestuali, oltre che dalla eventualità di  redigere i nuovi documenti, partendo dai vecchi; e le informazioni viaggiavano alla velocità della luce da un capo all’altro del globo, comprese le informative tra le questure e tra queste e le direzioni generali del ministero; anche lo scambio di informazioni con le sezioni criminali estere (criminalpol, europol e quant’altro) era divenuto più diretto e immediato. Eppure, mentre si adeguava di buon grado a quella inarrestabile rivoluzione tecnologica, forse per un inconscio atteggiamento di autodifesa verso quei rinnovamenti troppo repentini e  incontrollabili, capaci di travolgere secoli, se non millenni, di abitudini acquisite, il commissario De Candia, si immergeva tuttavia,  in un mare di nostalgico romanticismo, dove il passato assumeva i contorni di una epopea di felicità ormai perduta.

Amava ripetere, al proposito, che per fortuna gli altri uomini erano diversi  da lui, altrimenti l’umanità


si troverebbe ancora a vivere nelle caverne o tutt’al più nelle palafitte, procacciandosi il cibo con arco e frecce; e magari  avrebbe trascorso le notti d’estate sotto il cielo stellato, trasmettendo oralmente   fantastiche storie di magiche avventure, custodendo i segreti della scienza e della medicina dentro templi di pietra e adorando improbabili dei sotto la luna splendente.

Si trattava evidentemente di una iperbole, provocatoriamente assurda e indifendibile, ma c’era un fondo di verità in quei discorsi, emblematici di una personalità conservatrice e  riservata, quasi votata a un  monachesimo profano o a un eremitismo romantico.

E il suo cellulare non aveva suoni ma solo vibrazioni; quasi una rivalsa verso un mezzo al quale non voleva concedere uno spazio di intervento troppo ampio.

A pranzo si era cucinato delle orecchiette alle alici marinate e due triglie di scoglio alla livornese; il vino bianco e fresco lo avevano predisposto alla migliore siesta che si potesse desiderare in un pomeriggio di maggio. Il suo udito superfino avvertì la vibrazione, mentre le spire di sogni confusi si diradavano fugacemente.

«Sì?»

«E’ il commissario De Candia?» chiese una voce femminile che non sembrava del tutto sconosciuta.

«Sì!»

«Non la sapevo amante dell’opera!»

Adesso che  il suo cervello aveva ripreso a funzionare a pieno regime, riconobbe subito quella voce

«Luisa! Ma che piacere! Come stai?»

«Grazie per le splendide rose, Santiago!» disse la voce all’altro capo del telefono. Adesso il tono era passato dalla celia di prima, a una frequenza intima e sottile che penetrò profondamente nell’animo del commissario. «Meno male!» pensò, poco prima di dire a voce alta:

«Contento che ti siano piaciute!»

«Sono stupende!»

Il commissario percepì ancora nelle corde più intime del suo cuore, il sentimento e le vibrazioni che emanavano da quella voce.

Al mattino, mentre si recava al mercato civico di San Benedetto, per il suo  consueto shopping alimentare del sabato mattino,  era passato davanti a un negozio di fiori e aveva vinto i suoi dubbi e le sue ritrosie. Le aveva mandato quindici rose rosse (dodici erano pari e non andava bene, gli aveva detto il fioraio; e tredici non andavano bene a lui; ) con un invito per il matinèe al teatro dell’opera, dove andava in scena, il giorno dopo,  la Carmen di Bizet.

«Volevo ringraziarti anche per l’invito a Teatro che accetto ben volentieri!» aggiunse Luisa Levi, tornando al suo consueto tono di voce, squillante e professionale, che al commissario piaceva comunque tanto.

«Benissimo. Allora ci vediamo domani! Passo a prenderti  alle 17,30!»

«D’accordo. Ma se la giornata lo consente, sarebbe bello andare a piedi. Da casa mia è sufficiente attraversare il Parco della Musica e siamo subito a Teatro!»

«Va bene. Parcheggerò nei dintorni e poi andremo a piedi!»

«Trattandosi di un matinée non penso di mettermi in abito da sera…»

Il commissario rifletté solo un attimo. L’avvocato Levi non parlava mai soltanto per parlare.

«Tranquilla, non mi metterò lo smoking! Forse un abito beige, addirittura..»

«Buono a sapersi!» commentò Luisa Levi soddisfatta. E subito dopo aggiunse:

«Com’è andata la riunione del venerdì?»

«Bene! Domani ti dirò» rispose il commissario che non amava intrattenersi troppo al telefono, neanche con una persona speciale come lei.

«Anche io ho delle novità  in proposito…» disse lei a sua volta.

«Non vedo l’ora di sentirle e non vedo l’ora di vederti!» si sbilanciò il commissario, per farle capire, ma con il dovuto garbo, che avrebbe preferito parlarne di persona.

Lei capì al volo e dopo qualche altro convenevole di prammatica si salutarono.

Il commissario voleva godersi ancora un po’ il suo confortevole divano; si preparò un caffè, mise un disco della Carmen e dopo aver recuperato il libretto che venti anni prima aveva acquistato al teatro in occasione della regia che il grande Peter Brook aveva curato per quell’opera all’anfiteatro romano, ormai chiuso agli spettacoli da anni, si dedicò alla lettura del libretto. Gli serviva da ripasso, ma gli sarebbe stato utile qualora la sua accompagnatrice si fosse voluta confrontare con lui su quell’opera così densa di sentimento e di passione.

La sua accompagnatrice, all’indomani, si mostrò alquanto preparata. Si era vestita con una  gonna plissettata color ocra, al ginocchio e un maglioncino nero, a maniche corte, sui spiccava un filo di perle bianche. Una giacca in tinta con la gonna e una pochette rossa, a tracolla,  abbinata nel colore  alle scarpe tacco dieci,  completavano la sua mise elegante.

Il commissario ebbe da ridire sulla regia, che aveva ambientato la vicenda negli anni trenta del secolo ventesimo, invece di adeguarsi all’ambientazione originale, che retrodatava a oltre un secolo precedente. Luisa lodò come  apprezzabile  lo sforzo registico, definendolo un tentativo apprezzabile di svecchiare l’opera.

In pizzeria riuscirono a parlare della vicenda di via Giudicessa Adelasia. L’avvocato Levi consegnò al commissario un elenco completo e una descrizione dettagliata dei gioielli che erano custoditi nella cassaforte, appartenuti alla povera signora Emma Pirastu. Quella donna non smetteva mai di sorprenderlo per l’intelligenza e il fascino che riusciva a dimostrare in eguale misura e in pari intensità. Lo informò inoltre che il suo assistito era andato in Banca e aveva scoperto che era stati effettuati due prelievi con il bancomat, in due giorni differenti: il giorno dell’omicidio e il giorno dopo. Poi la banca, letta la notizia sul giornale aveva provveduto a bloccare il conto corrente.

Alessandro Pirastu aveva precisato che, nonostante le sue raccomandazioni in senso contrario, sua zia si ostinava ad avvolgere la tessera bancomat in un foglio di carta ove aveva trascritto il codice segreto (che lui invece ricordava a memoria). Quindi il ladro omicida aveva avuto gioco facile a fare i prelievi.

 Per quanto riguarda il libretto postale le cose erano un po’ più complicate.  Era stato emesso dalle Poste Centrali di Piazza del Carmine ma i prelievi, con appropriati  documenti di identità, si potevano fare prelievi in tutti gli uffici d’Italia, nel limite, pare, di seicento euro al mese. Col libretto erano spariti anche la carta di identità della vittima. Il suo assistito si sarebbe recato alle Poste per vedere di bloccare il libretto, pur se non ne ricordava a memoria gli estremi. Ad ogni buon conto, lei, l’avvocato, avrebbe provveduto a mandare una diffida alla sede legale di Torino per bloccare comunque i prelievi da ogni titolo cartaceo, materiale o immateriale,  intestato alla defunta Emma Pirastu.

Insomma per il commissario non era rimasto un granché da fare, almeno con riguardo alla Banca e alle Poste.

Si salutarono in via Giudicessa Vera, una parallela della via Torbeno e della stessa via Giudicessa Adelasia dove il commissario De Candia aveva parcheggiato la sua auto.

Luisa gli diede un bacio fugace sulle labbra, stringendosi a lui con trasporto e ringraziandolo ancora per le rose rosse e per la serata trascorsa insieme.

Vedendola andar via, il commissario si chiese se l’avesse potuta ancora stringere tra le braccia. Era la cosa che avrebbe voluto di più,  in assoluto.

mercoledì 27 luglio 2022

Omicidio a Cagliari - 6

 

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Capitolo Sesto 

Il mercoledì successivo, mentre rientrava a casa dalla passeggiata nel Parco di Monte Urpinu, il commissario De Candia ricevette una telefonata.  La voce di Luisa, sempre calda e piacevole, gli comunicò di essere finalmente in possesso della chiave della cassaforte a muro della casa dell’omicidio, quella di quel ragazzo con il coltello insanguinato in mano.

 «Luisa, pensi che ci sia ancora la corrente elettrica in funzione?»

«Non lo so se qualcuno ha chiesto l’interruzione dell’energia elettrica. Io sono ancora a studio.»

«Allora rimandiamo a domani. Anche se io ho il rientro pomeridiano fino alle 18:00, ma a quell’ora c’è ancora luce e volendo potrei uscire anche un po’ prima.»

«Beh, io posso chiudere lo studio verso le 17:00 visto che non ho appuntamenti fissati dopo quell’ora.»

Si diedero appuntamento direttamente in via Giudicessa Adelasia per le 18:30, dopo i convenevoli di routine.

Santiago De Candia si chiese se un simile sopralluogo, effettuato con l’avvocato difensore dell’unico indiziato, fosse corretto da un punto di vista professionale. L’esame di procedura penale lo aveva sostenuto, all’università, parecchi anni prima e non ricordava, in quel momento, quale fosse l’esatto iter procedurale da rispettare. Considerò tra sé e sé che, per prima cosa, l’indiziato era stato comunque rimesso in libertà dal Tribunale. Poi, l’avvocato si era offerta di dare una mano per identificare il vero colpevole. E infine, per evitare complicazioni, non avrebbe mai fatto figurare ufficialmente quel


sopralluogo. ‘Quod non est in actis, non est in mundo’, avrebbe detto il suo valido collaboratore, l’ispettore Zuddas. Dopo tutto, in coscienza, lui sapeva di non compromettere le sue indagini. Anzi, l’aiuto dell’avvocato Levi sembrava costituire persino un valore aggiunto per la soluzione del caso.

Il commissario aveva ripensato molto alla giornata di domenica. Da quando era morta la moglie, più di cinque prima, non aveva avuto storie particolarmente coinvolgenti. Soltanto Luisa lo aveva in qualche modo conquistato. Non era soltanto un’attrazione fisica, anche se l’avvocato Levi aveva un corpo sodo accompagnato da una intelligenza vivace come piaceva a lui. In realtà quella donna esercitava su di lui un fascino indefinibile. Da un lato, materno con quella sua avvolgente sicurezza femminile e quel suo seno florido e prosperoso. Però, sentiva che quella professionista abile e caparbia fosse alla ricerca, come tante donne, di un punto di riferimento o di un centro di stabilità. La sua sicurezza e la sua grinta erano autentiche, solide e profonde ma, non di meno, egli intuiva che la sua femminilità avesse bisogno di un elemento di completamento che non sconfinasse e non collidesse con la rivalità professionale e il confronto quotidiano e continuo. D’altronde, non era forse uguale per gli uomini? Non cercavano anch’essi una figura femminile che li completasse, dando loro stabilità, protezione, affetto?

Sin da lunedì era stato  incerto se mandarle un mazzo di rose rosse, come soleva fare, seppure in occasione di ricorrenze, con sua moglie. Il suo sarebbe stato un gesto per manifestarle la sua ammirazione, il suo ringraziamento per la bella giornata trascorsa insieme. Un gesto per dichiarare apertamente la passione che provava per lei.

Poi aveva scelto  di non inviarle perché tra loro non c’era stata una vera e propria spiegazione in occasione del loro casuale incontro del sabato precedente. Anzi lui aveva capito che il silenzio di lei nei mesi precedenti era da attribuirsi, non tanto alla sua paura di innamorarsi, quanto piuttosto al timore che dall’innamoramento passionale si potesse passare a una relazione piatta e ordinaria, fatta di abitudine e routine.

Aveva deciso così di darle tutto il tempo di cui lei avesse avuto bisogno. Neanche lui, in fondo, era in cerca di una relazione standardizzata sull’ordinario, priva di emozioni e fatta di abitudini e convenzioni. Santiago si era, alla fine, adeguato a quella che sembrava essere la scelta di lei. Un rapporto senza vincoli, ricco di sincerità, ma anche di libertà. Amore e indipendenza e con una travolgente passione da vivere alla giornata.

 

Quando arrivò alla casa di via Giudicessa Adelasia lei era già lì che aspettava. Aveva ripreso le sue eleganti sembianze professionali, con il suo mezzo tacco nero, il tailleur sartoriale color amaranto, il suo preferito. I capelli raccolti in un elegante chignon e il trucco leggero, ma sapiente, donava ancora più luce ai suoi occhi e alla sua pelle.

Si salutarono affettuosamente, come due vecchi amici. Subito il commissario armeggiò con le chiavi che gli avevano dato in procura e che erano state sequestrate all’assistito dell’avvocato Levi, il presunto assassino con il coltello insanguinato in mano. Quando furono dentro casa l’avvocato provò le luci. La corrente c’era ancora, anche se non serviva. L’appartamento era luminoso e il sole illuminava ancora quella bella giornata di maggio. Il commissario sollevò le tapparelle del salottino della casa della vittima di quel brutale assassinio, ancora avvolto nel mistero, ancora senza un colpevole vero. Dalla finestra vide un volo di fenicotteri, come una squadra di aerei, sfilare verso la zona degli stagni.

L’avvocato aprì la borsetta e consegnò la chiave al commissario, che nel frattempo aveva staccato dalla parete il quadro che copriva la cassaforte a muro. 

Luisa gli stava di fianco e si sollevò sulla punta dei piedi per vedere meglio l’interno della piccola cassaforte. Ma non c’era niente. Il commissario passò la mano destra su entrambi i ripiani, per esserne ancora più certo. La cassaforte era davvero vuota.

I due si guardarono. La più incredula sembrava però proprio Luisa.

«Mi ha detto il mio assistito che oltre al testamento, la zia ci teneva dei buoni postali nominativi, diversi gioielli personali, alcuni documenti, tra cui la carta d’identità e il codice fiscale.»

«Senti, e la chiave della signora dove potrebbe essere? Ho visto delle chiavi nell’ingresso…»

«Vado a prenderle!» si offrì lei prontamente. «Anche se so che la chiave della cassaforte, la signora Emma, la teneva nel primo cassetto del comò, insieme alla carta del bancomat e a piccole somme in contanti.»

«Io vado a fare una ispezione più accurata rispetto a sabato scorso!» disse il commissario mentre lei andava a prendere le chiavi.

Quando tornò con diversi mazzi di chiavi, il commissario aveva svuotato quasi del tutto il primo cassetto, disponendo il contenuto che aveva estratto sul letto della povera vittima, più o meno nello stesso ordine in cui lo aveva trovato.

«Ecco tutte le chiavi appese nell’ingresso. La chiave della cassaforte non c’è.  Quindi deve essere per forza qui!»

Così dicendo si mise a esaminare ciò che Santiago aveva estratto dal cassetto.  Nel frattempo il commissario rovistò negli altri cassetti del comò.

«A meno che…» disse Luisa mano a mano che si rendeva conto che la sua cernita e quella del commissario non avrebbero sortito alcun risultato.

«A meno che non se la sia portata via l’assassino!» completò il commissario, anticipandola.

«Quello vero!» precisò l’avvocato. Nel suo viso, adesso, l’incredulità aveva lasciato il posto a una certa soddisfazione. Alla sua tesi stavano arrivando conferme, scagionando definitivamente, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il suo assistito anche agli occhi del commissario

«Per scrupolo io cercherei meglio. Magari la chiave è stata riposta dalla stessa vittima in un altro posto…magari anche nella tasca di una vestaglia. Che ne dici di rovistare insieme tutto l’appartamento?»

«Dico che va bene! Ma chissà perché io penso che non troveremo niente!»

Dopo un’ora abbondante la loro ricerca certosina non aveva dato alcun esito. L’intuito dell’avvocato aveva visto giusto. Qualcuno aveva preso la chiave della cassaforte, portando via anche tutto il contenuto, oltre la carta del bancomat e i soldi. E questo qualcuno poteva essere soltanto il fantomatico assassino senza volto.

«Ma come avrà fatto?» chiese Luisa come interrogando se stessa. «C’erano i Carabinieri, qui, in casa. Possibile che l’assassino avesse già svuotato la cassaforte quando sono arrivati i Carabinieri? E se aveva già svuotato la cassaforte cosa faceva lì in cucina, dove è stato trovato il corpo della signora Emma?»

«Vieni, andiamo su in mansarda. Io un’idea ce l’avrei!» disse il commissario avviandosi verso la ripida scala in legno che portava in mansarda.

De Candia la precedette e appena in cima si voltò e le tese la mano per aiutarla a completare l’ultimo tratto di gradini. La mansarda era scarsamente arredata con un lettino, un comodino, una sedia, un armadio in legno e una scala a libretto, aperta sotto uno dei due lucernari, proprio come l’aveva lasciata lui dopo il sopralluogo precedente.

«Secondo me i fatti sono avvenuti in questo modo! L’assassino è stato scoperto dalla vittima mentre rovistava in cucina, tralasciamo per adesso che cosa cercasse in cucina e perché si trovasse proprio lì. La vittima si è messa a urlare, magari perché il ladro era a viso coperto, o magari perché si è semplicemente spaventata. Allora il ladro ha afferrato un coltello e l’ha uccisa per farla tacere. Poi, forse, si è spaventato. Ha pensato di fuggire dalla porta ma deve avere sentito il rumore del nipote che stava arrivando e così ha cercato di nascondersi qui, nel piccolo bagno per gli ospiti, di sotto. Oppure, più verosimilmente, ha pensato di fuggire dalla stessa via da cui era penetrato in casa. Anche questo dettaglio andrà chiarito. Mi segui nel mio ragionamento?» chiese il commissario all’avvocato che si era seduta su un lettino che stava proprio sotto uno dei due lucernari che davano luce e aria alla mansarda.

«Ti seguo. Vai avanti» rispose la donna, guardandosi in giro.

«Quando ha sentito il trambusto che sicuramente hanno fatto i Carabinieri, arrivando come minimo a sirene spiegate, deve essere salito qui in mansarda per guadagnare una via di fuga. Però qualcosa lo ha fermato. Forse si è acquattato qua fuori, in questo anfratto esterno, proprio a ridosso della finestra, vieni a vedere!»

Santiago, non senza difficoltà, a causa della sua robusta corporatura, si era affacciato fuori dal lucernario. Scese però con insospettata agilità dalla scaletta in legno per consentire all’avvocato di salire a sua volta. Luisa Levi annuì dopo essere ridiscesa, invitando il commissario a continuare.

«Be’, magari per non rischiare di essere visto, avrà aspettato in cima alla scaletta, pronto a squagliarsela se soltanto avesse sentito qualcuno salire su per le scale.»

«Ma i Carabinieri, convinti di aver preso il vero e unico assassino non hanno neppure pensato di salire quassù a controllare!» lo anticipò con convinzione l’avvocato che ormai aveva capito dove volesse andare a parare l’arguto commissario, dando a intendere che condivideva la sua ricostruzione.

«Esattamente!» esclamò lui, contento che la sua amica lo seguisse e fosse d’accordo con la sua ipotesi. «Quando finalmente si sono calmate le acque è ridisceso e ha finito l’operazione per cui probabilmente era venuto. Svaligiare la casa della vittima.»

«Un topo d’appartamento. Certamente un ladruncolo dotato di sangue freddo!» commentò Luisa riflettendo.

«Ancora non sappiamo con certezza se sia davvero entrato con l’idea di rubare o di fare altro…» disse in maniera sibillina il commissario.

«Al di là di questo, la tua ricostruzione mi sembra abbastanza plausibile» convenne Luisa. «Vieni, rimettiamo tutto a posto e andiamocene!»

Fecero a ritroso la strada verso il basso e, rimessa ogni cosa al proprio posto, uscirono.

Il sole, adesso, era sulla via del tramonto. Le rondini continuavano a garrire festose, mentre un’altra colonia di fenicotteri, più numerosi di prima, si dirigevano in direzione degli stagni di Molentargius. O forse ancora più in là, verso Quartu Sant’Elena.

«Che fai ora?»

«Vado a casa a farmi una bella doccia!» rispose il commissario senza pensare. «È da stamattina che sono in giro!»

«Perché non te la fai a casa mia la doccia?» disse con un sorriso malizioso Luisa Levi.

Al commissario passò di colpo la stanchezza che aveva accumulato in quella giornata piena di lavoro.

«Se non disturbo…» disse così, tanto per dire, e per nascondere l’emozione e la contentezza che quell’invito insperato gli avevano suscitato.

«E chi dovresti disturbare? Ti sei dimenticato che mio figlio è in gita scolastica, a Barcellona?»

«Bene. Accetto volentieri, allora.»

Quella sera, il commissario si fece una doccia memorabile, di quelle che rimangono scolpite nei ricordi. Finirono insieme sotto la doccia, come due adolescenti, a insaponarsi a vicenda, e a spruzzarsi l’acqua negli occhi. O più semplicemente come due amanti appassionati. Lui le baciò tutto il corpo, ancora bagnato, mentre l’acqua scendeva sopra di loro, come una pioggia benedetta, calda e confortevole.

Cenarono insieme e Santiago scoprì così che lei aveva già cucinato per entrambi.

A notte fonda il commissario si ritrovò per strada, talmente lieto e sereno, che decise di fare a piedi la strada per rientrare a casa. Gli sarebbe piaciuto fermarsi a dormire, ma si ricordò che si era ripromesso di non essere troppo invadente e di lasciare che il loro rapporto crescesse piano, piano. Poco per volta, alla giornata, come voleva lei. E come forse voleva anche lui.

Quando arrivò a casa era davvero stanco. Quella notte non riuscì a comporre le tessere del suo mosaico. Il sonno arrivò subito. Ma il commissario non fu dispiaciuto, anzi!

martedì 26 luglio 2022

Omicidio a Cagliari - 5

 

Capitolo Quinto

Alle nove e mezza in punto il fuoristrada del commissario De Candia si fermò in via Torbeno, all’altezza corrispondente al numero civico che figurava nel bigliettino che la sua amica gli aveva dato il giorno prima. L’avvocato Levi comparve subito davanti all’ingresso. Indossava dei pantaloni neri e un comodo giubbotto in pelle ben sagomato, chiuso in alto da un foulard dai colori vivaci. Ai piedi calzava scarpe con il tacco basso. Una capiente borsa e un capello a larghe falde completavano il suo abbigliamento. Santiago la vide più che mai affascinante, ma si limitò a un saluto affettuoso e compassato.

Quando furono sulla strada statale 131, la storica arteria che ancora collega Cagliari e Sassari, denominata Carlo Felice, in onore del monarca sabaudo che per primo volle collegare le due principali città del suo regno, Luisa Levi, dopo i convenevoli di rito, chiese come fosse andato il sopralluogo del giorno prima in via Giudicessa Adelasia.

Il commissario Santiago ci aveva pensato prima di addormentarsi e ne approfittò per esprimere a voce alta alcuni dei dubbi che gli erano sorti. Di solito non parlava mai con nessuno, al di fuori della Questura, delle indagini che erano in corso. Al riguardo la sua riservatezza era pressoché totale. Ma con l’avvocato era diverso. In qualche modo le ricordava sua moglie. Aveva imparato a fidarsi di lei e in nessun modo sentiva di venir meno al suo dovere di mantenere il dovuto riserbo professionale. Anzi, il suo istinto di sbirro lo induceva a ritenere che un confronto con quella donna potesse essere utile allo sviluppo delle sue indagini.

«Mi chiedevo da dove possa essere entrato l’assassino» disse affrontando uno dei dilemmi che lo avevano tenuto occupato la sera precedente, prima di addormentarsi. «A parte la possibilità che sia stata la vittima ad aprirgli la porta per ingenuità o per conoscenza del suo assassino, non so proprio che dire.


Ispezionando la casa ho pensato che una via di accesso clandestino possa essere stato dalla mansarda. Infatti, lì ci sono due lucernari, con apertura a ribalta. Entrambi li ho trovati aperti. Ma mentre uno era fissato con l’apertura per la ventilazione, che consiste nell’appoggio del telaio a una levetta a scomparsa, estraibile ad angolo retto per il fissaggio, l’altra era semplicemente appoggiata al telaio, come se qualcuno l’avesse aperta per entrare, o magari anche per uscire, e non l’avesse risistemata. E questo secondo lucernario, per combinazione, è proprio quello che consente l’immissione nei tetti circostanti, mentre l’altro guarda nel vuoto, esattamente dalla parte opposta!

«Mmm» fece l’avvocato riflettendo. «Io purtroppo non ho potuto ispezionare la casa, che come tu sai bene è ancora sotto sequestro. Però il mio assistito, quando ho affrontato lo stesso problema con lui, mi ha descritto questa mansarda, confermandomi che su incarico della zia, era stato lui, all’inizio della primavera, ad aprire in modalità ventilazione i due lucernari, altrimenti chiusi durante la stagione delle piogge. Io purtroppo non ho avuto neppure l’accesso agli atti di indagine, ancora secretati, ma mi chiedevo se i Carabinieri che hanno proceduto all’arresto abbiano fatto un sopralluogo nella casa prima di mettere i sigilli»

«Purtroppo dai verbali non risulta alcun sopralluogo ai locali della mansarda!»

«Eh già!» interloquì l’avvocato in maniera polemica. «Erano talmente sicuri di aver chiuso il caso che non hanno pensato altro che ad arrestare il povero nipote della signora Emma e a farsi intervistare e fotografare a destra e a manca!»

Il commissario sorrise, pensando che questa battuta sarebbe piaciuta molto a uno dei suoi collaboratori, che non perdeva occasione per criticare l’ossessione mediatica e la superficialità di certi settori della polizia giudiziaria.

«Che tipo è questo nipote?» chiese invece all’avvocato.

«Mah! In questo frangente non saprei davvero definirlo bene. È molto spaventato, oltre che dispiaciuto per il brutale assassino di una persona alla quale era sinceramente legato, che gli voleva bene e che perfino lo sovvenzionava generosamente, in cambio dell’aiuto disinteressato che lui le prestava con entusiasmo e con sincero affetto.»

L’avvocato fece una breve pausa, ma si intuiva chiaramente il suo desiderio di  continuare a parlare, quantunque non sapesse bene cosa dire.

«Posso dirti una cosa strettamente riservata!»

Il commissario si sentì prudere il naso. Questo succedeva quando nell’aria c’era una notizia su cui esercitare la massima dell’attenzione. O perché era in vista un inganno, oppure perché stava per venire a conoscenza di qualcosa di importante. Era il suo naso da sbirro a suggerirglielo e il suo naso difficilmente sbagliava.

«Certo, parla liberamente!» la incoraggiò il commissario, continuando a guidare.

«Io te la dico, ma devi promettermi che non la userai mai contro il mio assistito, qualunque cosa accada!» ribadì ancora l’avvocato Levi.

Anche lei aveva un alto senso del segreto professionale e forse, in fondo si era già pentita di avere fatto l’offerta. Ma ormai sembrava tardi per tornare indietro.

Il commissario restò interdetto, tra dubbi e curiosità! L’informazione riservata lo incuriosiva, e poi poteva essere utile per le sue indagini. Come privarsene? D’altro canto, però, non sarebbe mai venuto meno ai suoi doveri di sbirro, su questo non aveva dubbi. Credeva nel suo lavoro sino in fondo e non lo avrebbe mai disatteso. Risolse pensando che quell’avvocato, quel diavolo in gonnella, non gli avrebbe mai rivelato un segreto che potesse danneggiare il suo assistito, che oltretutto, a parere suo, nonostante le osservazioni capziose dell’ispettore Zuddas, era completamente innocente.  Decise di fidarsi e dopo essersi passato una mano sul naso che gli prudeva rispose di sì, che non avrebbe mai usato quella confidenza contro il suo assistito.

«Promessa di sbirro?» ribadì ancora l’avvocato, a metà tra il serio e il faceto, sapendo bene come il commissario fosse fiero e orgoglioso di essere un poliziotto con una parola ferma e fidata.

«Parola di sbirro!» le confermò porgendole l’indice della mano destra per sigillare la promessa.

L’avvocato strinse forte l’indice con il suo.

«Il mio assistito mi ha confidato che la zia lo aveva nominato erede universale con un testamento!» aggiunse subito.

Questa sì che è una notizia bomba, pensò il commissario.

«Meno male che gli avventori del bar di Tonio non lo sanno! Altrimenti scoppierebbe una mezza rivoluzione!» celiò invece, cercando di sminuire l’effetto che aveva prodotto su di lui quella notizia.

«Chi sono questi avventori e che cos’è questa storia della rivoluzione?» chiese l’avvocato divertita, ma con un tono lievemente preoccupato.

«Niente, niente!» disse il commissario ancora ridendo. «Non ti ho mai raccontato dei commenti che sento al bar dove faccio colazione al mattino?»

«Sì! Ma sicuramente non con riferimento a questo caso» disse l’avvocato, sempre in tono semiserio.

«Niente di cui tu ti debba preoccupare, cara Luisa, dico davvero!» la tranquillizzò il commissario. «Piuttosto, sai per caso se quel testamento è custodito in una cassaforte a muro, dietro un quadro della sacra famiglia, nel salottino della casa della defunta signora Pirastu?»

«Diavolo d’uno sbirro! Come hai fatto a indovinare?!» esclamò sorpresa l’avvocato, con un accento di ammirazione nella voce!

«Be’, non ci voleva poi molto!» si schermì il commissario, comunque lusingato dall’ammirazione della sua compagna di viaggio.

«E sono anche certo che tu saprai indicarmi quali altri parenti potrebbero essere interessati, quantomeno in linea teorica, a questo testamento. O sbaglio?»

«No, non sbagli. La signora Emma era nubile e senza figli. Lei aveva una sorella, più giovane,  Anita, colpita da  un tumore che l’ ha portata via anzitempo. Ha lasciato due figli che vivono a Carbonia. Inoltre, aveva un fratello, Angelo Pirastu, di cui Alessandro, il mio assistito è figlio unico. Anche se non ci sono dei legittimari, senza il testamento, l’ingente patrimonio della defunta andrebbe diviso tra il fratello Angelo e i due nipoti di Carbonia, che subentrerebbero alla madre per rappresentazione. Invece, grazie al testamento verrebbero esclusi, sia i due nipoti di Carbonia, sia il papà del mio assistito, che però è semi paralitico, pur essendo più giovane della defunta sorella.»

«Stai dicendo che gli unici sospettabili sono in realtà i due nipoti di Carbonia?»

«Io non ho detto niente! Lo sbirro sei tu, mica io!» disse l’avvocato in maniera simpatica, ma mettendosi subito sulla difensiva.

«Beh, potrebbe trattarsi anche di un furto finito male, nel senso che magari il ladro ha reagito d’impulso, dopo essere stato scoperto.»

«Certamente. Ci ho pensato anche io, però c’è una cosa che mi ha sorpreso. Come mai, mi sono chiesta, questo ipotetico ladro ha sferrato ben tre colpi alla vittima? Perché accanirsi così tanto brutalmente sulla vittima?» L’avvocato si fermò come se volesse dare tempo all’uomo di rispondere, ma il commissario si limitò ad annuire, chiedendole di continuare. «Oltre l’efferatezza del gesto, per me sono le uniche due spiegazioni alle quali sono pervenuta. Ma non saprei dire quale delle due sia la più probabile. Io so soltanto che il mio assistito è super innocente! Di questo soltanto sono sicura.»

Il commissario non rispose. Sapeva bene che se anche, per ipotesi, un cliente confessasse la sua colpevolezza, all’avvocato è proibito di rivelarlo, pena la radiazione dall’albo.

«Che tipi sono questi due nipoti di Carbonia?» disse invece.

«Il mio assistito, mi ha detto che la cugina Maria Grazia Picciau è una tranquillona. Ha vinto il suo bel concorso pubblico e lavora come impiegata comunale in un paese distante una ventina chilometri da Carbonia. Andrea Picciau, suo fratello, che è più grande del mio assistito di parecchi anni, ha avuto invece un passato da tossicodipendente, ma adesso si è rimesso in carreggiata. È ospite di una comunità di recupero dove ha imparato a lavorare la terra e a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte. E non mi ha saputo dire se conoscano o meno l’esistenza del testamento. Anche se la vittima non aveva mai fatto mistero di detestare intensamente le abitudini insane del nipote Andrea. E comunque nel parentado era nota la predilezione della signora Emma nei confronti di Alessandro, il mio assistito.»

«Chissà dove teneva la chiave di quella cassaforte, la povera signora Pirastu…» disse il commissario, quasi tra sé e sé.

«Il mio assistito mi ha detto che la teneva nel primo cassetto del comò, in camera da letto, tra la biancheria intima.»

«È uno dei primi posti dove ho cercato, ma non sono riuscito a trovarla, né lì né altrove. Ma mi sa tanto che la settimana prossima ci torno e cerco meglio» disse ancora il commissario sempre con quel tono distante, come se parlasse per conto suo.

«Se vuoi ci torniamo insieme. E l’apriamo con la chiave di Alessandro. Dammi soltanto il tempo di chiedergli di portamela in studio al più presto possibile.»

«Davvero ne ha una copia il tuo assistito? Caspita, questa sì che è una buona notizia! Mi evita un sacco di rogne di autorizzazioni per chiamare un fabbro e per fare scardinare la cassaforte!»

«Il mio assistito godeva della massima fiducia da parte della zia, al punto che la donna ultimamente aveva provveduto a fargli una delega sul conto corrente bancario dove le accreditavano la pensione e, spesso, lo incaricava di fare dei prelievi, per suo conto, direttamente in banca oppure con la carta del bancomat.»

Intanto, mentre parlavano, avevano lasciato la strada statale e si erano immessi in quella provinciale per San Gavino. Da lì, arrivati a Guspini, non sarebbero stati distanti da Gennas Serapis, altrimenti nota come Montevecchio, l’antico borgo minerario, dove c’era una parte significativa delle radici più recenti di Santiago De Candia.

E mentre procedevano verso la loro meta, Luisa Levi apprese, senza quasi mai interromperlo, come il nonno paterno del commissario, Nicola De Candia, giovane e brillante perito minerario barese, assunto dalle Miniere di Montevecchio degli Eredi Sanna, subito dopo la Grande Guerra si fosse insediato nel borgo minerario. E come, poco tempo dopo, avesse conosciuto a Buggerru, dove si era recato per assistere a uno spettacolo teatrale, una graziosa fanciulla, di nome Ines Orcel, che scoprì essere la figlia di un suo collega francese che lavorava per la Societé des mines de Malfidano, che a Buggerru aveva la sua sede operativa, e della quale si era innamorato praticamente a prima vista. E in che modo riuscisse a conquistarla, dopo serrata corte. Favorito in ciò da alcune conoscenze comuni che gli consentirono di vincere la diffidenza che il padre di lei nutriva verso i non francesi. E soprattutto aiutato dalla madre di lei, una donna spagnola della Estremadura, che in quei paesaggi selvaggi della Sardegna e in quel popolo chiuso e tenace, rivedeva probabilmente la sua terra d’origine e i suoi stessi avi. In realtà, il nonno del commissario, Nicola De Candia, di sardo aveva soltanto  l’amore e la riconoscenza verso la terra che lo aveva accolto, dandogli lavoro e rispettabilità.

Nella parte conclusiva del viaggio, proprio mentre il loro fuoristrada, lasciandosi Guspini alle spalle, cominciava a inerpicarsi sulla larga salita che conduce al vecchio borgo minerario, l’avvocato Luisa Levi inoltre  apprese  come dalla coppia fosse nato il papà del commissario, Salvatore De Candia. Il quale, dopo aver prestato il servizio militare, innamoratosi di una diciassettenne di nome Regina Serru, figlia di un guardiano minerario, già comandante della compagnia barraccellare guspinese, fosse passato nei ranghi della polizia di stato, trasmettendogli, congiuntamente al nonno materno, quella passione per l’ordine e la disciplina che Santiago aveva saputo rielaborare in quella sua maniera fantasiosa e originale che lo caratterizzava. Luisa aveva ascoltato la storia del commissario, come da piccola aveva imparato ad ascoltare le favole che il papà le raccontava prima di addormentarsi.

Erano da poco passate le undici quando il commissario parcheggiò la sua auto di fronte a un edificio che un tempo aveva ospitato il centro vitale dell’antico borgo minerario, con l’Ufficio Postale, la Caserma dei Carabinieri, lo Spaccio Aziendale e, poco più avanti anche il cinematografo. E dove adesso resisteva ancora un bar, in cui poterono rinfrescarsi prima di iniziare la passeggiata a piedi che Luisa accettò di fare con entusiasmo.

Il commissario le fece da Cicerone, anche se in realtà a guidarlo non erano tanto le sue conoscenze dirette di quei luoghi, ma più che altro i racconti che  i suoi genitori, e sua madre in particolare,  gli avevano fatto in gioventù. Prendendola per mano affettuosamente il commissario la guidò nei diversi siti, ormai ammantati di un’aura monumentale. La sede della direzione, con gli uffici a piano terra, gli alloggi del direttore al primo e quelli dei dipendenti, tra cui suo nonno paterno, al secondo piano. L’ospedale con la chiesetta dedicata a Santa Barbara, protettrice dei minatori. La laveria, le officine per la manutenzione degli impianti, la vecchia linea ferroviaria, a scartamento ridotto, che trasportava piombo e zinco a San Gavino. E infine Telle, il villaggio dov’era nata sua madre,  ormai quasi inghiottito dalla vegetazione, che si stava riprendendo lentamente tutti gli spazi che gli uomini le avevano sottratto nei decenni precedenti.

«Sei stanca?» le chiese a un certo punto il commissario, timoroso di averla fatta camminare a lungo e per troppo tempo.

«No, per niente! Sei riuscito a farmi dimenticare, per una buona parte della mattinata i miei problemi quotidiani!» rispose con trasporto l’avvocato Levi.

«Meno male!» commentò il commissario sentendosi risollevato da quella risposta entusiasta e spontanea.«Adesso ti porto in un bel ristorante a recuperare un po’ di energie, perché poi, se non hai niente in contrario,  intendo arrivare sino a Buggerru!»

«Bene! Quest’arietta di montagna mi ha fatto venire un po’ di appetito!»

Ripresero l’auto e a un certo punto della strada provinciale imboccarono una strada secondaria che portava, secondo le indicazioni stradali,  alle grotte de ‘Su Mannau’. Lì, in mezzo ai boschi, c’era il ristorante a cui si riferiva il commissario.

«Speriamo che sia aperto!» esclamò l’avvocato Levi appena l’auto fu parcheggiata all’ombra di alcuni possenti alberi.

Tutt’attorno, a vista d’occhio, non si vedevano altro che lecci, olivastri e macchia mediterranea.

«Tranquilla! Ho prenotato sin da ieri sera» disse il commissario.

In effetti erano attesi. Il titolare in persona li accompagnò a un tavolino già apparecchiato. Da lì potevano godere del paesaggio selvaggio che li circondava.

Scelsero un menù di mare, innaffiato con un ottimo vino bianco paglierino. Il commissario notò che Luisa non aveva perso il piacere di mangiare, né quello di accompagnare i suoi pasti con un buon bicchiere di vino. Non era frequente trovare in una donna entrambe le abitudini. O forse era lui che aveva conosciuto, soprattutto in casa sua, soltanto donne praticamente astemie e schifiltose nel mangiare, cui facevano da contrappunto uomini dalle buone forchette e dai gomiti snodati. Insomma era un piacere stare a tavola con quella donna, che in più era anche un’ottima conversatrice.  

Quando giunsero in vista di Buggerru era già pomeriggio inoltrato. Con il suo fuoristrada il commissario si inerpicò senza troppe difficoltà su un promontorio roccioso in cima al quale la loro vista dominava la baia di Cala Domestica.

Lì si fermarono a lungo e in silenzio, persi nei loro pensieri. E mentre Amàlia Rodrigues cantava i suoi strali di sofferenza, le loro anime si fusero in quella Saudade malinconica, pervase da quel languore fisico che solo il Fado, il Flamenco, il Blues e certe Canzoni Napoletane, nelle loro diverse e struggenti varianti, sanno dare. E quel silenzio li unì più di  tutte le storie che si erano raccontati dalla partenza, durante il viaggio nelle miniere, fino al ristorante, a ridosso delle antiche gallerie. Forse le loro storie incombevano e si calavano in quel silenzio e, attraverso i loro sensi, si proiettavano nel paesaggio circostante, frusciando tra cisti e ginepri, accarezzando olivastri e corbezzoli, appianando sino al mare della costa verde, dopo avere sfiorato i faraglioni, le falesie e le  torri spagnole che un tempo avevano difeso quelle coste dalle incursioni dei Saraceni.

Dopo che  il sole si fu  immerso nel mare, in cielo apparve una luce, quasi all’improvviso.

«Guarda com’è lucente e vicina!» disse Luisa Levi indicando quella luce sopra l’orizzonte.

«Dev’essere…»

«Venere!» concluse lei, precedendolo.

Lui si voltò a guardarla. Quella luce, quel nome, quella parola che lei aveva pronunciato, quasi leggendogli nel pensiero,  gli avevano  suscitato all’improvviso una trepidazione e un’emozione che ritrovò magicamente negli occhi di lei.

Rimasero così, a guardarsi negli occhi, per un lungo istante, stupiti di se stessi e della loro tenera trepidazione. Non dissero altro. Si baciarono a lungo. Poi i loro corpi si cercarono, con un’attrazione che gli spazi ridotti dell’auto sembrarono rendere perfino più forte e irresistibile.

Fu un’esplosione di passione, sotto la luce sempre più forte di Venere, mentre fuori il concerto dell’avi fauna e il frusciare del vento nella flora selvaggia,  accompagnava i loro sospiri e la danza dei loro corpi, fusi nel magico ripetersi di un atto, apparentemente sempre uguale, come il perpetuarsi della specie,  eppure  sempre diverso, come differenti sono le occasioni e le emozioni che culminano nell’amore.