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martedì 5 luglio 2022

La polizia di Cagliari indaga-3

 

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Il sabato mattina, il commissario De Candia era solito recarsi al mercato di San Benedetto per acquistare pesce fresco. Era un’abitudine che aveva da quando era andato ad abitare in via Monteverdi con sua moglie. Vi si recava a piedi, percorrendo via Pergolesi e poi un tratto di via Cocco-Ortu, sino al più importante mercato cagliaritano di pesce, carne e generi alimentari al dettaglio.

Per non rinunciare alla sua consueta passeggiata decise che sarebbe arrivato sino a via Giudicessa Adelasia per il sopralluogo che si era ripromesso di fare nell’appartamento dove era avvenuto l’ultimo omicidio a lui assegnato dalla Procura. Da lì, risalendo su via Baccaredda, si sarebbe facilmente ricongiunto al mercato di San Benedetto, dove si vendeva il pesce più fresco e più vario del capoluogo regionale sardo.

Il sopralluogo gli aveva fatto balenare alcuni spunti, sicuramente utili per le indagini sull’omicidio della povera Emma Pirastu. Come d’abitudine aveva redatto un pro-memoria su un foglietto volante. Più che altro delle annotazioni con dei punti esclamativi oppure interrogativi, a seconda che fossero dei punti fermi, oppure rappresentassero dei dubbi, o magari entrambe le interpunzioni qualora non fosse ancora convinto della loro natura. Tutto materiale grezzo che avrebbe dovuto rielaborare nell’intimità del suo ufficio, dopo averci pensato e riflettuto per un po’ di tempo.  Camminava assorto e ripensava ai punti cruciali di quello strano omicidio, cercando di ricomporre mentalmente un mosaico ancora confuso, e stava quasi per andare a sbattere contro l’ultima persona che mai avrebbe immaginato di incontrare quella mattina. Anche perché quella voce conosciuta lo richiamò alla realtà in maniera formale e giocosa nello stesso tempo.

«Commissario De Candia? Come mai da queste parti?»

L’avvocato Luisa Levi lo guardava, nel suo elegante tailleur in tinta unita, quasi canzonandolo, forse per mascherare la stessa emozione che in quel momento l’aveva pervasa all’improvviso.

«Luisa! Sei proprio tu?» riuscì appena a dire il commissario.

«Certamente. Non mi riconosci? Sono cambiata così tanto, in così poco tempo? Cosa fai da queste parti?» disse quasi a raffica il brillante avvocato. I due si guardarono negli occhi per un lungo, interminabile istante. Il commissario non la ricordava così tanto alta da poterlo quasi guardare diritto all’altezza degli occhi. Forse indossava dei tacchi. O magari era lui che credeva di essere più alto del suo modesto metro e settanta.

Lo sbirro che era in lui lo aiutò a vincere l’emozione e a riacquistare il suo sangue freddo.

«Sono qui per motivi professionali» rispose senza sbilanciarsi.

«Davvero?» chiese ancora l’avvocato squadrandolo sospettosa. «Oggi però è sabato, non dovresti essere al mercato di San Benedetto?» aggiunse ben conoscendo le abitudini del commissario.

«Infatti mi stavo recando proprio lì quando mi sono sentito chiamare. Tu piuttosto? Chi non muore si rivede.» Non voleva sicuramente essere un rimprovero, anche se la donna sembrò interpretarlo come tale.

«Hai ragione. Penso di doverti delle spiegazioni» disse cambiando tono e atteggiamento.

«No, nessuna spiegazione, davvero» si schermì il commissario. «Il piacere di averti incontrato è così grande che non vorrei sciuparlo con delle spiegazioni!» le disse con trasporto Santiago De Candia. Con quella donna, su un piano strettamente personale, non voleva indossare alcuna maschera di finzione.

L’avvocato sembrò colpita da quelle parole. Al commissario parve quasi che arrossisse.

domenica 19 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-16

 


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Quando arrivò alla casa di via Giudicessa Adelasia lei era già lì che aspettava. Aveva ripreso le sue eleganti sembianze professionali, con il suo mezzo tacco nero, il tailleur sartoriale color amaranto, il suo preferito. I capelli raccolti in un elegante chignon e il trucco leggero, ma sapiente, donava ancora più luce ai suoi occhi e alla sua pelle.

Si salutarono affettuosamente, come due vecchi amici. Subito il commissario armeggiò con le chiavi che gli avevano dato in procura e che erano state sequestrate all’assistito dell’avvocato Levi, il presunto assassino con il coltello insanguinato in mano. Quando furono dentro casa l’avvocato provò le luci. La corrente c’era ancora, anche se non serviva. L’appartamento era luminoso e il sole illuminava ancora quella bella giornata di maggio. Il commissario sollevò le tapparelle del salottino della casa della vittima di quel brutale assassinio, ancora avvolto nel mistero, ancora senza un colpevole vero. Dalla finestra vide un volo di fenicotteri, come una squadra di aerei, sfilare verso la zona degli stagni.

L’avvocato aprì la borsetta e consegnò la chiave al commissario, che nel frattempo aveva staccato dalla parete il quadro che copriva la cassaforte a muro. 

Luisa gli stava di fianco e si sollevò sulla punta dei piedi per vedere meglio l’interno della piccola cassaforte. Ma non c’era niente. Il commissario passò la mano destra su entrambi i ripiani, per esserne ancora più certo. La cassaforte era davvero vuota.

I due si guardarono. La più incredula sembrava però proprio Luisa.

«Mi ha detto il mio assistito che oltre al testamento, la zia ci teneva dei buoni postali nominativi, diversi gioielli personali, alcuni documenti, tra cui la carta d’identità e il codice fiscale.»

«Senti, e la chiave della signora dove potrebbe essere? Ho visto delle chiavi nell’ingresso…»

«Vado a prenderle!» si offrì lei prontamente. «Anche se so che la chiave della cassaforte, la signora Emma, la teneva nel primo cassetto del comò, insieme alla carta del bancomat e a piccole somme in contanti.»

«Io vado a fare una ispezione più accurata rispetto a sabato scorso!» disse il commissario mentre lei andava a prendere le chiavi.

Quando tornò con diversi mazzi di chiavi, il commissario aveva svuotato quasi del tutto il primo cassetto, disponendo il contenuto che aveva estratto sul letto della povera vittima, più o meno nello stesso ordine in cui lo aveva trovato.

«Ecco tutte le chiavi appese nell’ingresso. La chiave della cassaforte non c’è.  Quindi deve essere per forza qui!»

Così dicendo si mise a esaminare ciò che Santiago aveva estratto dal cassetto.  Nel frattempo il commissario rovistò negli altri cassetti del comò.

«A meno che…» disse Luisa mano a mano che si rendeva conto che la sua cernita e quella del commissario non avrebbero sortito alcun risultato.

«A meno che non se la sia portata via l’assassino!» completò il commissario, anticipandola.

«Quello vero!» precisò l’avvocato. Nel suo viso, adesso, l’incredulità aveva lasciato il posto a una certa soddisfazione. Alla sua tesi stavano arrivando conferme, scagionando definitivamente, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il suo assistito anche agli occhi del commissario

«Per scrupolo io cercherei meglio. Magari la chiave è stata riposta dalla stessa vittima in un altro posto…magari anche nella tasca di una vestaglia. Che ne dici di rovistare insieme tutto l’appartamento?»

«Dico che va bene! Ma chissà perché io penso che non troveremo niente!»

Dopo un’ora abbondante la loro ricerca certosina non aveva dato alcun esito. L’intuito dell’avvocato aveva visto giusto. Qualcuno aveva preso la chiave della cassaforte, portando via anche tutto il contenuto, oltre la carta del bancomat e i soldi. E questo qualcuno poteva essere soltanto il fantomatico assassino senza volto.

«Ma come avrà fatto?» chiese Luisa come interrogando se stessa. «C’erano i Carabinieri, qui, in casa. Possibile che l’assassino avesse già svuotato la cassaforte quando sono arrivati i Carabinieri? E se aveva già svuotato la cassaforte cosa faceva lì in cucina, dove è stato trovato il corpo della signora Emma?»

«Vieni, andiamo su in mansarda. Io un’idea ce l’avrei!» disse il commissario avviandosi verso la ripida scala in legno che portava in mansarda.

domenica 12 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-9

 


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Capitolo Quinto

Alle nove e mezza in punto il fuoristrada del commissario De Candia si fermò in via Torbeno, all’altezza corrispondente al numero civico che figurava nel bigliettino che la sua amica gli aveva dato il giorno prima. L’avvocato Levi comparve subito davanti all’ingresso. Indossava dei pantaloni neri e un comodo giubbotto in pelle ben sagomato, chiuso in alto da un foulard dai colori vivaci. Ai piedi calzava scarpe con il tacco basso. Una capiente borsa e un capello a larghe falde completavano il suo abbigliamento. Santiago la vide più che mai affascinante, ma si limitò a un saluto affettuoso e compassato.

Quando furono sulla strada statale 131, la storica arteria che ancora collega Cagliari e Sassari, denominata Carlo Felice, in onore del monarca sabaudo che per primo volle collegare le due principali città del suo regno, Luisa Levi, dopo i convenevoli di rito, chiese come fosse andato il sopralluogo del giorno prima in via Giudicessa Adelasia.

Il commissario Santiago ci aveva pensato prima di addormentarsi e ne approfittò per esprimere a voce alta alcuni dei dubbi che gli erano sorti. Di solito non parlava mai con nessuno, al di fuori della Questura, delle indagini che erano in corso. Al riguardo la sua riservatezza era pressoché totale. Ma con l’avvocato era diverso. In qualche modo le ricordava sua moglie. Aveva imparato a fidarsi di lei e in nessun modo sentiva di venir meno al suo dovere di mantenere il dovuto riserbo professionale. Anzi, il suo istinto di sbirro lo induceva a ritenere che un confronto con quella donna potesse essere utile allo sviluppo delle sue indagini.

«Mi chiedevo da dove possa essere entrato l’assassino» disse affrontando uno dei dilemmi che lo avevano tenuto occupato la sera precedente, prima di addormentarsi. «A parte la possibilità che sia stata la vittima ad aprirgli la porta per ingenuità o per conoscenza del suo assassino, non so proprio che dire. Ispezionando la casa ho pensato che una via di accesso clandestino possa essere stato dalla mansarda. Infatti, lì ci sono due lucernari, con apertura a ribalta. Entrambi li ho trovati aperti. Ma mentre uno era fissato con l’apertura per la ventilazione, che consiste nell’appoggio del telaio a una levetta a scomparsa, estraibile ad angolo retto per il fissaggio, l’altra era semplicemente appoggiata al telaio, come se qualcuno l’avesse aperta per entrare, o magari anche per uscire, e non l’avesse risistemata. E questo secondo lucernario, per combinazione, è proprio quello che consente l’immissione nei tetti circostanti, mentre l’altro guarda nel vuoto, esattamente dalla parte opposta!

«Mmm» fece l’avvocato riflettendo. «Io purtroppo non ho potuto ispezionare la casa, che come tu sai bene è ancora sotto sequestro. Però il mio assistito, quando ho affrontato lo stesso problema con lui, mi ha descritto questa mansarda, confermandomi che su incarico della zia, era stato lui, all’inizio della primavera, ad aprire in modalità ventilazione i due lucernari, altrimenti chiusi durante la stagione delle piogge. Io purtroppo non ho avuto neppure l’accesso agli atti di indagine, ancora secretati, ma mi chiedevo se i Carabinieri che hanno proceduto all’arresto abbiano fatto un sopralluogo nella casa prima di mettere i sigilli»

«Purtroppo dai verbali non risulta alcun sopralluogo ai locali della mansarda!»

«Eh già!» interloquì l’avvocato in maniera polemica. «Erano talmente sicuri di aver chiuso il caso che non hanno pensato altro che ad arrestare il povero nipote della signora Emma e a farsi intervistare e fotografare a destra e a manca!»

Il commissario sorrise, pensando che questa battuta sarebbe piaciuta molto a uno dei suoi collaboratori, che non perdeva occasione per criticare l’ossessione mediatica e la superficialità di certi settori della polizia giudiziaria.

giovedì 2 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-2

 


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Mentre pagava alla cassa colse distintamente alcuni commenti dei clienti di Tonio.

-           “ Ma cosa aspettano a reintrodurre la pena di morte? 

Ancora senza vedere in viso chi parlava, udì i commenti che seguirono:

 - “Magari! Invece lo dovremo mantenere per chissà quanti anni in carcere, servito e riverito!”

-           “ Non ti preoccupare!” – disse una terza voce- “ Con un bravo avvocato, nel giro di cinque, massimo sette anni, sarà già fuori; pronto ad ammazzare qualcun altro!”

-           “ Non esageriamo!” – replicò la prima voce – “L’hanno preso con il coltello in mano! Non so se realizzi?”

-           - “ E’ come se l’avessero preso con la Colt fumante!” – lo appoggiò la seconda voce.

-           “ Sapete cosa vi dico?” – disse la terza voce che non sembrava voler retrocedere; anzi, intendeva spingersi ancora più avanti nella sua tesi. – “ Un bravo avvocato sarebbe perfino capace di farlo assolvere!”

-           “ Boom!”- esplose una quarta voce che forse apparteneva a un romano, o a un forestiero.

-           – “ Mo’ gli danno pure una medaglia a ‘st’assassino col coltello in mano!”

Grato che nessuno gli avesse chiesto un parere, il commissario, dopo aver pagato, uscì e si accese una sigaretta.

Non c’era niente di più stressante che un processo sommario, fatto fuori dalle aule di un tribunale, pensò il commissario avviandosi verso la sede della Questura. Come certi programmi televisivi che andavano di moda, infarciti di sedicenti  esperti e improvvisati criminologi, dove si ricostruivano i processi più eclatanti e recenti che, a prescindere dalla loro evidente e oggettiva complessità, non sembravano trattenere  il pubblico da giudizi tanto sommari e superficiali, quanto azzardati e fuori luogo.  

Neanche il tempo di finire la sigaretta e fu subito arrivato in Questura. L’edificio che la ospitava si trovava proprio dietro il Palazzo di Giustizia, come se i redattori del Piano urbanistico avessero voluto farne un presidio di protezione e retroguardia.

Il commissario spense la sigaretta sotto il piede prima di imboccare la scalinata in travertino che portava all’interno della Questura. 

Il piantone lo accolse accennando un saluto militare.

Il suo ufficio era al primo piano, e le ampie finestre si affacciavano proprio su uno degli ingressi secondari del Palazzo di Giustizia; sulla sinistra era visibile anche l’ingresso delle ex scuole magistrali, che adesso ospitavano il liceo socio-pedagogico, o qualcosa del genere.

Ripose i giornali in un cassetto della scrivania e si accomodò nella sua poltrona.

Sei nuovi  fascicoli con altrettanti casi di omicidio, recenti e ancora da risolvere,  lo aspettavano sul ripiano della scrivania: i due fratelli trovati morti nelle campagne di Settimo San Pietro; la prostituta strangolata sul litorale di Giorgino; un corpo privo di arti e mutilato dalla voracità dei pesci restituito dal mare; il matricidio, probabilmente ad opera  di un tossico esasperato dall’astinenza e dalla mancanza di soldi per acquietarla, che però si era dileguato chissà dove e due ennesimi  femminicidi, probabilmente già chiusi: uno con il suicidio del marito colpevole, l’altro con la costituzione dell’autore che si era autoaccusato dell’omicidio.

Nella consueta riunione settimanale del venerdì, si era deciso coi suoi collaboratori, l’ispettore Zuddas e il sovrintendente Farci, di cominciare a svolgere delle indagini, raccogliendo  un po’ di dichiarazioni a sommarie informazioni e altre prove per ricomporre le vicende criminose in un quadro investigativo coerente e comprensibile.

Prima del vertice con il Questore, a cui partecipavano tutti i capi sezione, che si teneva a fine mattinata, ogni ultimo lunedì del mese, aveva a disposizione un po’ di tempo per riprendere in mano tutti e sei i fascicoli “caldi” (li definivano in questo modo, per distinguerli da quelli che ormai avevano superato i sei mesi che la legge assegnava agli inquirenti per svolgere le indagini; il termine ra prorogabile per altri sei mesi: dopo il fascicolo si raffreddava, e inevitabilmente finiva in una sorta di limbo, con buona pace della sete di giustizia delle povere vittime e anche dei colpevoli). 

Per ogni fascicolo prendeva degli appunti su dei fogli protocollo a righe;  quegli appunti costituivano ad un tempo il punto di partenza e l’approdo, tra un venerdì e l’altro, dello stato di svolgimento delle indagini; e si sarebbero arricchiti, strada facendo, non solo delle sue riflessioni, ma degli apporti delle indagini svolte sul campo dai suoi due più stretti collaboratori.

Tutto ciò, naturalmente, se non ci fossero state interruzioni e contrattempi.

Dopo il vertice con il questore e gli altri capi sezione prese la via del ritorno. Al pomeriggio si fermava nei giorni di martedì e giovedì, quando aveva il cosiddetto “rientro”.

Dopo la sua consueta siesta, che seguiva sempre il pranzo, almeno quando lo consumava in casa, come ogni  lunedì, si sarebbe recato a Iglesias,  a Casa Elvira, dove sua mamma aveva scelto di trascorrere la vecchiaia. 

 

mercoledì 1 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga - 1

 


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Al di là delle evidenti apparenze

Romanzo giallo di Ignazio Salvatore Basile

Capitolo primo

Come ogni mattina, anche quel lunedì, il commissario Santiago De Candia fece una breve sosta all’edicola di Largo Gennari, che da casa sua, in via Monteverdi, lo conduceva in Questura.

Checco gli allungò subito i due soliti quotidiani, piegati in due. La Stampa e L’Opinione.

Come tanti cagliaritani, Checco chiamava il quotidiano cittadino ‘l’Opignone’. Il commissario, nonostante fosse nato in Sardegna, non aveva ancora capito se si trattasse di un difetto di pronuncia oppure di un vezzo.

La seconda sosta, più lunga, era quella al Bar di Tonio, il Caffè Intilimani, come recitava l’insegna. Era stato coniato un unico vocabolo composto dal nome di un famoso gruppo musicale cileno degli anni ’70 da cui, verosimilmente, il fondatore del locale aveva preso ispirazione.

Il commissario De Candia salutò con un cenno il barista. Era sufficiente. Il barista sarebbe subito arrivato con la sua colazione. Ci teneva a servirlo personalmente.

Seduto al solito tavolino, in fondo al locale, mentre aspettava il suo cappuccino e il suo croissant alla crema, aveva aperto l’Opinione. A prescindere dal nome, il quotidiano regionale si faceva apprezzare soltanto per la cronaca. Per le altre notizie,  lui preferiva la Stampa di Torino, sulla quale si era orientato dopo tanti anni passati a formarsi su La Repubblica.

«Ha letto dell’assassino preso con il coltello in mano?» gli disse Tonio poggiando il vassoio. «I miei clienti non parlano d’altro oggi!» riprese con un tono di rassegnazione di chi  non si aspettasse alcuna risposta.

Il commissario De Candia non amava molto le chiacchiere. Dopo anni che frequentava il suo bar, Tonio aveva imparato a rispettare la  riservatezza di quell’uomo che comunicava l’essenziale con gli occhi e che evitava ogni parola superflua.

L’articolo di spalla rimandava la notizia alle pagine interne della cronaca dove ampio spazio era dedicato all’assassino con il coltello in mano, come il giornale aveva definito l’omicidio che il barista gli aveva segnalato.

C’era una foto della vittima. Una certa Emma Pirastu, di anni ottantaquattro. Una bella signora, osservò De Candia. Distinta, dal viso intelligente, forse un’insegnante in pensione oppure un’impiegata.

Era stata uccisa, in un quartiere residenziale di Cagliari, dal nipote, un quasi trentenne, di cui si riportavano soltanto le iniziali.

L’assassino era stato colto in flagranza di reato con il coltello ancora in mano, grondante del sangue della zia, che giaceva esanime ai suoi piedi in cucina. I Carabinieri della Polizia Giudiziaria, coordinati dal procuratore capo Bartolomeo Gessa, intervenuti prontamente sul posto dietro segnalazione di una dirimpettaia, allarmata dalle urla disumane della povera vittima,  avevano  risolto a tempo di record il caso, assicurando l’assassino  alla giustizia, commentava la capo redattrice della cronaca nera, Maria Carla Coseno.

Il commissario si sentì prudere il naso. Aveva sempre sentito dire che il prurito al naso poteva significare due cose alternativamente, soldi in arrivo oppure colpi. Ma il suo era un naso da sbirro e spesso gli prudeva quando leggeva qualcosa che non quadrasse. Oppure quando stava per imbattersi in qualcosa di importante e di risolutivo. Gli succedeva talmente spesso che ormai non ci faceva quasi più caso. In quell’occasione poteva perfino trattarsi di un po’ di zucchero a velo, finito dal croissant sul suo naso. Ci strofinò sopra un tovagliolo, mentre si detergeva le labbra da eventuali segni della colazione e si alzò in piedi.

sabato 14 maggio 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-19

 


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Capitolo Sesto

 

 

Il mercoledì successivo, mentre rientrava a casa dalla passeggiata nel Parco di Monte Urpinu, il commissario De Candia ricevette una telefonata.  La voce di Luisa, sempre calda e piacevole, gli comunicò di essere finalmente in possesso della chiave della cassaforte a muro della casa dell’omicidio, quella di quel ragazzo con il coltello insanguinato in mano.

 «Luisa, pensi che ci sia ancora la corrente elettrica in funzione?»

«Non lo so se qualcuno ha chiesto l’interruzione dell’energia elettrica. Io sono ancora a studio.»

«Allora rimandiamo a domani. Anche se io ho il rientro pomeridiano fino alle 18:00, ma a quell’ora c’è ancora luce e volendo potrei uscire anche un po’ prima.»

«Beh, io posso chiudere lo studio verso le 17:00 visto che non ho appuntamenti fissati dopo quell’ora.»

Si diedero appuntamento direttamente in via Giudicessa Adelasia per le 18:30, dopo i convenevoli di routine.

Santiago De Candia si chiese se un simile sopralluogo, effettuato con l’avvocato difensore dell’unico indiziato, fosse corretto da un punto di vista professionale. L’esame di procedura penale lo aveva sostenuto, all’università, parecchi anni prima e non ricordava, in quel momento, quale fosse l’esatto iter procedurale da rispettare. Considerò tra sé e sé che, per prima cosa, l’indiziato era stato comunque rimesso in libertà dal Tribunale. Poi, l’avvocato si era offerta di dare una mano per identificare il vero colpevole. E infine, per evitare complicazioni, non avrebbe mai fatto figurare ufficialmente quel sopralluogo. ‘Quod non est in actis, non est in mundo’, avrebbe detto il suo valido collaboratore, l’ispettore Zuddas. Dopo tutto, in coscienza, lui sapeva di non compromettere le sue indagini. Anzi, l’aiuto dell’avvocato Levi sembrava costituire persino un valore aggiunto per la soluzione del caso.

Il commissario aveva ripensato molto alla giornata di domenica. Da quando era morta la moglie, più di cinque prima, non aveva avuto storie particolarmente coinvolgenti. Soltanto Luisa lo aveva in qualche modo conquistato. Non era soltanto un’attrazione fisica, anche se l’avvocato Levi aveva un corpo sodo accompagnato da una intelligenza vivace come piaceva a lui. In realtà quella donna esercitava su di lui un fascino indefinibile. Da un lato, materno con quella sua avvolgente sicurezza femminile e quel suo seno florido e prosperoso. Però, sentiva che quella professionista abile e caparbia fosse alla ricerca, come tante donne, di un punto di riferimento o di un centro di stabilità. La sua sicurezza e la sua grinta erano autentiche, solide e profonde ma, non di meno, egli intuiva che la sua femminilità avesse bisogno di un elemento di completamento che non sconfinasse e non collidesse con la rivalità professionale e il confronto quotidiano e continuo. D’altronde, non era forse uguale per gli uomini? Non cercavano anch’essi una figura femminile che li completasse, dando loro stabilità, protezione, affetto?

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martedì 10 maggio 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-15

 

«Che tipi sono questi due nipoti di Carbonia?» disse invece.

«Il mio assistito, mi ha detto che la cugina Maria Grazia Picciau è una tranquillona. Ha vinto il suo bel concorso pubblico e lavora come impiegata comunale in un paese distante una ventina chilometri da Carbonia. Andrea Picciau, suo fratello, che è più grande del mio assistito di parecchi anni, ha avuto invece un passato da tossicodipendente, ma adesso si è rimesso in carreggiata. È ospite di una comunità di recupero dove ha imparato a lavorare la terra e a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte. E non mi ha saputo dire se conoscano o meno l’esistenza del testamento. Anche se la vittima non aveva mai fatto mistero di detestare intensamente le abitudini insane del nipote Andrea. E comunque nel parentado era nota la predilezione della signora Emma nei confronti di Alessandro, il mio assistito.»

«Chissà dove teneva la chiave di quella cassaforte, la povera signora Pirastu…» disse il commissario, quasi tra sé e sé.

«Il mio assistito mi ha detto che la teneva nel primo cassetto del comò, in camera da letto, tra la biancheria intima.»

«È uno dei primi posti dove ho cercato, ma non sono riuscito a trovarla, né lì né altrove. Ma mi sa tanto che la settimana prossima ci torno e cerco meglio» disse ancora il commissario sempre con quel tono distante, come se parlasse per conto suo.

«Se vuoi ci torniamo insieme. E l’apriamo con la chiave di Alessandro. Dammi soltanto il tempo di chiedergli di portamela in studio al più presto possibile.»

«Davvero ne ha una copia il tuo assistito? Caspita, questa sì che è una buona notizia! Mi evita un sacco di rogne di autorizzazioni per chiamare un fabbro e per fare scardinare la cassaforte!»

«Il mio assistito godeva della massima fiducia da parte della zia, al punto che la donna ultimamente aveva provveduto a fargli una delega sul conto corrente bancario dove le accreditavano la pensione e, spesso, lo incaricava di fare dei prelievi, per suo conto, direttamente in banca oppure con la carta del bancomat.»

Intanto, mentre parlavano, avevano lasciato la strada statale e si erano immessi in quella provinciale per San Gavino. Da lì, arrivati a Guspini, non sarebbero stati distanti da Gennas Serapis, altrimenti nota come Montevecchio, l’antico borgo minerario, dove c’era una parte significativa delle radici più recenti di Santiago De Candia.

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domenica 8 maggio 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-14

 

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-          - « Niente, niente!» – disse il commissario ancora ridendo. – «Non ti ho mai raccontato dei commenti che sento al bar dove faccio colazione al mattino?»

-          - « Forse sì!»- disse l’avvocato, sempre in tono semiserio –«ma sicuramente non con riferimento a questo caso»

-          - «Niente di cui tu ti debba preoccupare, cara Luisa; dico davvero!-» la tranquillizzò il commissario. – « Piuttosto, sai per caso se quel testamento è custodito in una cassaforte a muro, dietro un quadro della sacra famiglia, nel salottino  della casa della defunta signora Pirastu?»

-          -«Diavolo d’uno sbirro! Come hai fatto a indovinare?!» – esclamò sorpresa l’avvocato,  con un accento di ammirazione nella voce!

-          - « Be’, non ci voleva poi molto»– si schermì l’avvocato, comunque lusingato dall’ammirazione della sua compagna di viaggio.

-          «E sono anche certo che tu saprai indicarmi quali altri parenti potrebbero essere interessati, quantomeno in linea teorica, a questo testamento. O sbaglio?»

-          - “ No, non sbagli. La signora Emma era nubile e senza figli. Lei aveva una sorella, più giovane,  Anita, che un tumore si è portata via anzitempo;  ha lasciato due figli che vivono a Carbonia; aveva inoltre   un fratello, Angelo Pirastu, di cui Alessandro, il  mio assistito è figlio unico. Anche se non ci sono dei legittimari, senza il testamento,  l’ingente patrimonio della defunta andrebbe diviso tra il fratello Angelo e i due nipoti di Carbonia, che subentrerebbero alla madre per rappresentazione. Invece, grazie al testamento verrebbero esclusi, sia i due nipoti di Carbonia, sia il papà del mio assistito, che però è semi paralitico, pur essendo parecchio più  giovane  della defunta sorella.

-          “ Stai dicendo che gli unici sospettabili sono in realtà i due nipoti di Carbonia?

-   


       “ Io non ho detto niente! Lo sbirro sei tu, mica io!” – disse l’avvocato in maniera simpatica, ma mettendosi subito sulla difensiva.

-          “ Be’, potrebbe trattarsi anche di un furto finito male, nel senso che magari il ladro ha reagito d’impulso, dopo essere stato scoperto.”

-          - Certo, ci ho pensato anche io, però c’è una cosa che mi ha sorpreso: come mai,  mi sono chiesta,  questo ipotetico  ladro ha sferrato  ben tre colpi alla vittima? Perché accanirsi così sulla vittima?” – L’avvocato si fermò come se volesse dare il tempo al commissario di rispondere, ma il commissario si limitò ad annuire, chiedendole di continuare. “- al di là di questo, anche per me  sono le uniche due spiegazioni alle quali sono pervenuta; ma non saprei dire quale delle due sia la più probabile; io so soltanto che il mio assistito è super innocente! Di questo soltanto sono certa”.

-          Il commissario non rispose. Sapeva bene che se anche, per ipotesi, un cliente confessa la sua colpevolezza, all’avvocato è inibito di rivelarlo; pena la radiazione dall’albo degli avvocati.

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mercoledì 20 aprile 2022

Un'indagine al di là di ogni apparente evidenza-54

 


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La sua non era una domanda che pretendesse una risposta. Il commissario lo avvertì dal tono supplichevole di quella voce straziata dal dolore dei ricordi. Era piuttosto un grido rivolto al mondo, al destino, all’inspiegabile e all’imponderabile dei comportamenti umani; alla fragilità degli uomini e delle donne più sensibili e più votati all’azzardo e all’avventura; o forse soltanto meno fortunati.

Santiago De Candia, per motivi di lavoro, aveva conosciuto l’ambiente della tossicodipendenza, quella legata al consumo e allo spaccio, che dai gradini più bassi e abbietti della periferia delle grandi metropoli portava su, alla catena del comando, dove il traffico di stupefacenti era un affare multimilionario, gestito dalle mafie organizzate più potenti e dalle bande armate del mondo intero: dai terroristi afghani e colombiani, alle potenti mafie cinesi e italiane.

Si era fermato per paura di finire anche lui nel vortice dello sballo, in quel mondo immaginario dove la fantasia e la realtà si confondono, dove molti, troppi giovani si rifugiano, per fuggire dalle ipocrisie e dalle finzioni di un mondo percepito come ingiusto, crudele e falso. E si era accorto che gli Stati, anche quello in cui lui credeva e che suo padre aveva servito prima di lui, in realtà non volevano davvero combattere quelle organizzazioni criminali che ormai si erano infiltrate nei gangli vitali degli apparati  statali e in combutta con gli altri capi, quelli nascosti, offrivano all’opinione pubblica, impotente e attonita, la testa di qualche luogotenente ribelle, o di qualche altro vertice ormai scomodo e compromesso per la perpetuazione della gestione del potere.

Forse la risposta agli strali di dolore della sua amica Luisa Levi e delle altre donne  che avevano visto morire i loro figli e i loro fratelli, distrutti dall’illusione e dai sogni della droga, stava nella sconfitta del mostro al  potere che dominava il mondo; e finché quel mostro fosse rimasto lì, a divorare vite umane, la droga avrebbe continuato a costituire una malattia delle anime sole, alla ricerca disperata di verità nascoste ma inesistenti o fallaci.

Con un gesto  di tenerezza e protezione,  passò un braccio intorno alle spalle di quella donna che celava delle inattese paure e delle fragilità profonde; lei ripiegò dolcemente il capo sul suo petto; il commissario notò le lacrime che rigavano silenziose il suo volto.

Istintivamente prese ad asciugare quelle lacrime aspirandole con le sue labbra, con dei baci che niente avevano di morboso ma erano piuttosto un segno per partecipare del suo dolore in maniera viscerale e diretta, quasi volesse aspirare le sue sofferenze, facendole proprie, condividendole con lei, come si dovrebbe fare quando si ama veramente.

Lei alzò lo sguardo su di lui, sorpresa ed emozionata per quel gesto innocente e protettivo.

I loro occhi si persero gli uni negli altri. Lei gli offrì le sue labbra. Lui la baciò  per suggellare quel momento di fragilità in una emozione che le trasmettesse una nuova forza. E si amarono, con grande tenerezza e col trasporto degli amanti che si incontrano senza un calcolo, non per abitudine, ma per un’attrazione casuale e misteriosa, eppure solida e perfetta, come quella  che attrae due astri che si incontrino casualmente nello spazio infinito e decidano, spinti dalle forze innate delle leggi che governano l’universo e la natura, di condividere le loro orbite, fino alla fine del mondo.

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sabato 9 aprile 2022

Un'indagine al di là di ogni apparente evidenza - 44

 

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Capitolo dodicesimo

 

L’indomani mattina, il commissario De Candia, proprio mentre si accingeva a cucinare, ricevette la telefonata di Luisa  Levi. Il giorno prima si erano incrociati casualmente al terzo piano del  Palazzo, mentre lui si recava dal procuratore capo e lei nella segreteria di un sostituto procuratore per depositare una nomina e consultare dei documenti. Si erano dati appuntamento telefonico per il giorno dopo.

«Com’è andato l’incontro col grande capo?» chiese l’avvocato dopo i convenevoli di prammatica.

«Come immaginavo non ha ritenuto maturi i tempi per l’emissione di un mandato di arresto! Pensa che ha avuto il coraggio di dirmi che occorre stare attenti, perché la stampa è sempre pronta a criticarci, in caso di errore!»

«Da quale pulpito!» esclamò l’avvocato!

«Eh già!» disse semplicemente il commissario che, per il suo carattere, aveva già parlato troppo sull’argomento. L’avvocato afferrò subito il concetto.

«In realtà ti telefonavo per sapere se domani sera ti va di andare a teatro. Ho due biglietti per il Massimo!»

«Davvero?» disse con entusiasmo il commissario. «E cosa si va a vedere di bello?»

«C’è ‘Girotondo di Arthur Schnitzler!’» rispose con entusiasmo l’avvocato Levi.

«Domani a che ora?» chiese il commissario.

«Alle 21,00» rispose lei. «Come va per il resto?» aggiunse poi convergendo su argomenti più generici!

«Bene!» Stava aspettando quella telefonata per invitarla a pranzo. Il commissario decise di tentare, senza sbilanciarsi. «Mi spiace che tu non possa essere a pranzo qui da me! Mi accingo a preparare la ‘pasta coi fagiolini alla pugliese’!»

«Peccato davvero!» disse l’avvocato «Ma ho già promesso a mio figlio che sarei andata a prenderlo a scuola e devo anche preparare qualcosa per pranzo!»

«Sarà per un’altra volta!» disse il commissario con una nota di delusione nella voce.

«La prossima volta potrebbe essere sabato prossimo! Mio figlio andrà con gli amici a Calasetta, dove i genitori di uno di loro hanno una seconda casa!»

«Benissimo! Ti precetto per sabato prossimo allora!» rispose cogliendo la palla al balzo il commissario.

«Certamente ! Dopo che accompagno mio figlio a Calasetta sarò lieta di assaggiare le tue specialità gastronomiche!»

«Comincio già a pensare al menù! Preferisci carne o pesce?» chiese il commissario.

«Fai tu! Per me vanno bene entrambi!» rispose l’avvocato.

«Bene! Siamo d’accordo!  Buon sabato allora! Per domani va bene se passo a prenderti alle 19,30?»

«Domani alle 19,30 va benissimo. Buon sabato anche a te!»

 

Il commissario, reso ancor più lieto dalla telefonata, si accinse a cucinare.

Sbucciò mezza cipolla, tagliandola a tocchi grossi e la mise a soffriggere in un filo d’olio d’oliva. Aggiunse quindi la polpa di pomodoro e un bicchiere d’acqua con un pizzico di sale. Nel frattempo che il soffritto procedeva mise a bollire una pentola d’acqua e si mise a pulire in fretta i fagiolini, privandoli delle estremità e levandoli sotto l’acqua corrente.

Salò l’acqua che aveva preso a bollire e ci mise dentro i fagiolini. Dopo  cinque minuti li scolò con un mestolo bucato e li mise nella padella del sugo e ve li lasciò quindici minuti buoni.

Nell’acqua dei fagiolini, riportata al bollore, mise duecento grammi di pasta integrale: una metà l’avrebbe consumata subito e l’altra metà l’avrebbe lasciata a domani. Completò il pranzo con un assaggio di formaggi, un’insalata verde e un buon bicchiere di vino rosso Cannonau.

Dopo il caffè andò a ripescare il quarto volume della sua Storia del Teatro della Garzanti e, sdraiato sul divano, si concentrò su Arthur Schnitzler.

Scoprì che l’ultimo  film di Kubrick, un regista che aveva apprezzato molto in gioventù, e che avevano da poco ripassato in prima assoluta TV, era stato tratto da un romanzo dell’autore viennese ‘Doppio sogno’; lo stesso commediografo della ‘Giovane Vienna’ che a suo tempo scandalizzò i benpensanti suoi contemporanei con ‘Girotondo’, il dramma in programmazione al Teatro Massimo, che la sua amica Luisa Levi lo aveva invitato a vedere all’indomani.

continua...

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