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lunedì 8 agosto 2022
La Squadra Omicidi di Cagliari in azione - 1
mercoledì 15 giugno 2022
Il commissario De Candia indaga-12
«Chissà dove teneva la chiave di quella cassaforte,
la povera signora Pirastu…» disse il commissario,
quasi tra sé e sé.
«Il mio assistito mi ha detto che la teneva
nel primo cassetto del comò, in camera da letto, tra la biancheria intima.»
«È uno dei primi posti dove ho cercato, ma non sono
riuscito a trovarla, né lì né altrove. Ma mi sa tanto che la settimana prossima
ci torno e cerco meglio» disse ancora il
commissario sempre con quel tono distante, come se parlasse per conto suo.
«Se vuoi ci torniamo insieme. E l’apriamo
con la chiave di Alessandro. Dammi soltanto il tempo di chiedergli di portamela
in studio al più presto possibile.»
«Davvero ne ha una copia il tuo assistito?
Caspita, questa sì che è una buona notizia! Mi evita un sacco di rogne di
autorizzazioni per chiamare un fabbro e per fare scardinare la cassaforte!»
«Il mio assistito godeva della massima
fiducia da parte della zia, al punto che la donna ultimamente aveva provveduto
a fargli una delega sul conto corrente bancario dove le accreditavano la
pensione e, spesso, lo incaricava di fare dei prelievi, per suo conto,
direttamente in banca oppure con la carta del bancomat.»
Intanto, mentre
parlavano, avevano lasciato la strada statale e si erano immessi in quella
provinciale per San Gavino. Da lì, arrivati a Guspini, non sarebbero stati
distanti da Gennas Serapis, altrimenti nota come Montevecchio, l’antico borgo
minerario, dove c’era una parte significativa delle radici più recenti di
Santiago De Candia.
E mentre procedevano
verso la loro meta, Luisa Levi apprese, senza quasi mai interromperlo, come il
nonno paterno del commissario, Nicola De Candia, giovane e brillante perito
minerario barese, assunto dalle Miniere di Montevecchio degli Eredi Sanna,
subito dopo la Grande Guerra si fosse insediato nel borgo minerario. E come,
poco tempo dopo, avesse conosciuto a Buggerru, dove si era recato per assistere
a uno spettacolo teatrale, una graziosa fanciulla, di nome Ines Orcel, che
scoprì essere la figlia di un suo collega francese che lavorava per la Societé
des mines de Malfidano, che a Buggerru aveva la sua sede operativa, e della
quale si era innamorato praticamente a prima vista. E in che modo riuscisse a
conquistarla, dopo serrata corte. Favorito in ciò da alcune conoscenze comuni
che gli consentirono di vincere la diffidenza che il padre di lei nutriva verso
i non francesi. E soprattutto aiutato dalla madre di lei, una donna spagnola
della Estremadura, che in quei paesaggi selvaggi della Sardegna e in quel
popolo chiuso e tenace, rivedeva probabilmente la sua terra d’origine e i suoi
stessi avi. In realtà, il nonno del commissario, Nicola De Candia, di sardo
aveva soltanto l’amore e la riconoscenza
verso la terra che lo aveva accolto, dandogli lavoro e rispettabilità.
giovedì 21 aprile 2022
Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-55
Il lunedì successivo il commissario Santiago De Candia
doveva recarsi in procura a richiedere l’emissione di un mandato di cattura per
Andrea Picciau.
Il quadro indiziario era stato composto dal suo team
nelle settimane precedenti.
Con l’aiuto dell’avvocato Levi anche gli ultimi
tasselli del mosaico erano andati al loro posto.
Se anche l’assassino di Via Giudicessa Adelasia fosse
partito per il continente le sue ore di libertà erano contate.
Adesso l’assassino col coltello in mano, già
condannato dai giornali, dai programmi televisivi e dai clienti del bar
Intilimani veniva scagionato in pieno.
Il commissario arrivò al bar di Tonio per la sua
consueta colazione.
Gli avventori del mattino avevano già sostituito le
ultime vicende di cronaca nera con la nuova impresa del
Cagliari, che era riuscito a pareggiare con la Juve, nei minuti di recupero,
con un gol di Zola, di testa.
Nelle pagine interne dell’”Opinione”, il giornale più
importante del sud Sardegna, nelle notizie di cronaca, un trafiletto attirò l’attenzione
del commissario, quando ormai aveva già finito il suo cappuccino e si accingeva
ad alzarsi per recarsi in ufficio.
La droga aveva falciato altre due giovani vite, a Olbia. Due giovani, una donna, appartenente a una famiglia molto in vista del capoluogo gallurese, e un uomo originario di Carbonia, erano stati trovati fulminati da un’overdose di una partita di eroina pura, arrivata recentemente in città.
Il commissario, una volta fuori, si accese una
sigaretta.
Se il procuratore capo gli avesse rilasciato il mandato
di cattura che gli aveva richiesto nelle settimane precedenti, forse Andrea
Picciau si sarebbe salvato.
Ma era quello che avrebbe voluto davvero quel giovane
uomo?
Non era forse andato incontro al suo destino?
E sua sorella Maria Grazia? Avrebbe appreso la notizia
dal giornale? O l’avevano già chiamata le autorità competenti da Olbia,
acquisendo il suo nominativo dai documenti di identità trovati addosso a suo
fratello?
Lui l’avrebbe chiamata comunque per farle le
condoglianze.
Era suo dovere farlo.
E subito dopo avrebbe chiamato Luisa Levi.
Poi sarebbe andato in Procura. Spettava a loro
archiviare la pratica.
La morte aveva estinto tutto.
I ricordi, le speranze e gli affetti.
E anche i reati commessi in vita da Andrea Picciau.
domenica 3 aprile 2022
Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-40
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«I miei poveri genitori si sono spesi anche
quello che non avevano per stare appresso ai suoi vizi!»
sbottò lei con un tono che quasi sconfinava nel risentimento; ma fu solo un
attimo; subito il suo tono si adagiò su note pietistiche «Mio
fratello è un tossicodipendente; ci
aggiunga che ha sempre amato la bella vita e il quadro è completo!»
«Ma attualmente cosa sta facendo? Vive
nella casa dei genitori?» disse l’ispettore
spingendo il suo gioco sino in fondo.
«Non c’è più nessuna casa. Se la sono
portata via le banche a causa dell’ipoteca che i miei genitori avevano acceso
per ottenere altri soldi. Tutti per la droga, per i vizi e i lussi di mio
fratello!» questa volta la donna non seppe
trattenere le lacrime.
L’ispettore si sentì in colpa. Il suo lavoro di
sbirro, a volte, faceva schifo. Ma qualcuno lo doveva pur fare.
«Attualmente si trova in una comunità di
recupero, verso San Giovanni Suergiu. Io gli voglio bene, nonostante tutto;
siamo molto legati e ormai mi è rimasto solo lui. I fine settimana viene a casa
mia e gli presto la macchina. A volte mi sembra tornato quello di una volta;
senza la droga era tutto un’altra persona, mi creda!»
«E’ da molto che non lo vede?»
chiese ancora l’ispettore; ormai l’interrogatorio volgeva al termine.
«L’ho riaccompagnato avantieri, in
comunità, come sempre. Adesso lo andrò a prendere di nuovo venerdì pomeriggio,
come smonto dal lavoro»
«Ha notato qualcosa di diverso in lui, questo
fine settimana?» chiese l’ispettore a
bruciapelo. La donna parve sorpresa. Ci pensò su e poi disse:
«Non direi. Mi è sembrato forse un più
allegro del solito, ma da quando è in comunità ho notato, in linea generale,
dei cambiamenti in meglio.»
«Se lo vede gli dice di chiamarmi?»
gli disse l’ispettore alzandosi in piedi per accommiatarsi.
«Certo! Glielo dirò venerdì; e se lo sento
anche prima!» fece lei prendendo il bigliettino e
alzandosi per andare a pagare.
«Mi permetta di pagare anche la sua consumazione!»
disse l’ispettore precedendola alla cassa. «E
grazie ancora per il suo tempo!»
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lunedì 21 marzo 2022
Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-26
Dopo
un’ora abbondante la loro ricerca certosina non aveva dato alcun esito.
L’intuito dell’avvocato aveva visto giusto. Qualcuno aveva preso la chiave
della cassaforte, portando via anche tutto il contenuto, oltre la carta del
bancomat e i soldi. E questo qualcuno poteva essere soltanto il fantomatico
assassino senza volto.
«Ma
come avrà fatto?» chiese Luisa come
interrogando se stessa. «C’erano i Carabinieri,
qui, in casa. Possibile che l’assassino avesse già svuotato la cassaforte quando
sono arrivati i Carabinieri? E se aveva già svuotato la cassaforte cosa faceva
lì in cucina, dove è stato trovato il corpo della signora Emma?»
«Vieni,
andiamo su in mansarda. Io un’idea ce l’avrei!»
disse il commissario avviandosi verso la ripida scala in legno che portava in
mansarda.
De
Candia la precedette e appena in cima si voltò e le tese la mano per aiutarla a
completare l’ultimo tratto di gradini. La mansarda era scarsamente arredata con
un lettino, un comodino, una sedia, un armadio in legno e una scala a libretto,
aperta sotto uno dei due lucernari, proprio come l’aveva lasciata lui dopo il
sopralluogo precedente.
«Secondo
me i fatti sono avvenuti in questo modo! L’assassino è stato scoperto dalla
vittima mentre rovistava in cucina, tralasciamo per adesso che cosa cercasse in
cucina e perché si trovasse proprio lì. La vittima si è messa a urlare, magari
perché il ladro era a viso coperto, o magari perché si è semplicemente
spaventata. Allora il ladro ha afferrato un coltello e l’ha uccisa per farla
tacere. Poi, forse, si è spaventato. Ha pensato di fuggire dalla porta ma deve
avere sentito il rumore del nipote che stava arrivando e così ha cercato di
nascondersi qui, nel piccolo bagno per gli ospiti, di sotto. Oppure, più
verosimilmente, ha pensato di fuggire dalla stessa via da cui era penetrato in
casa. Anche questo dettaglio andrà chiarito. Mi segui nel mio ragionamento?»
chiese il commissario all’avvocato che si era seduta su un lettino che stava
proprio sotto uno dei due lucernari che davano luce e aria alla mansarda.
«Ti
seguo. Vai avanti» rispose la donna,
guardandosi in giro.
«Quando
ha sentito il trambusto che sicuramente hanno fatto i Carabinieri, arrivando
come minimo a sirene spiegate, deve essere salito qui in mansarda per
guadagnare una via di fuga. Però qualcosa lo ha fermato. Forse si è acquattato
qua fuori, in questo anfratto esterno, proprio a ridosso della finestra, vieni
a vedere!»
Santiago,
non senza difficoltà, a causa della sua robusta corporatura, si era affacciato
fuori dal lucernario. Scese però con insospettata agilità dalla scaletta in
legno per consentire all’avvocato di salire a sua volta. Luisa Levi annuì dopo
essere ridiscesa, invitando il commissario a continuare.
«Be’,
magari per non rischiare di essere visto, avrà aspettato in cima alla scaletta,
pronto a squagliarsela se soltanto avesse sentito qualcuno salire su per le
scale.»
«Ma
i Carabinieri, convinti di aver preso il vero e unico assassino non hanno
neppure pensato di salire quassù a controllare!»
lo anticipò con convinzione l’avvocato che ormai aveva capito dove volesse
andare a parare l’arguto commissario, dando a intendere che condivideva la sua
ricostruzione.
«Esattamente!»
esclamò lui, contento che la sua amica lo seguisse e fosse d’accordo con la sua
ipotesi. «Quando finalmente si sono calmate le acque
è ridisceso e ha finito l’operazione per cui probabilmente era venuto.
Svaligiare la casa della vittima.»
«Un
topo d’appartamento. Certamente un ladruncolo dotato di sangue freddo!»
commentò Luisa riflettendo.
«Ancora
non sappiamo con certezza se sia davvero entrato con l’idea di rubare o di fare
altro…»
disse in maniera sibillina il commissario.
«Al
di là di questo, la tua ricostruzione mi
sembra abbastanza plausibile» convenne Luisa. «Vieni,
rimettiamo tutto a posto e andiamocene!»
giovedì 10 marzo 2022
Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-16
«Mah! In questo frangente non saprei
davvero definirlo bene. È molto spaventato, oltre che dispiaciuto per il
brutale assassino di una persona alla quale era sinceramente legato, che gli
voleva bene e che perfino lo sovvenzionava generosamente, in cambio dell’aiuto
disinteressato che lui le prestava con entusiasmo e con sincero affetto.»
L’avvocato fece una breve pausa, ma si intuiva chiaramente
il suo desiderio di continuare a
parlare, quantunque non sapesse bene cosa dire.
«Posso dirti una cosa strettamente
riservata!»
Il commissario si sentì prudere il naso. Questo
succedeva quando nell’aria c’era una notizia su cui esercitare la massima
dell’attenzione. O perché era in vista un inganno, oppure perché stava per
venire a conoscenza di qualcosa di importante. Era il suo naso da sbirro a
suggerirglielo e il suo naso difficilmente sbagliava.
«Certo, parla liberamente!»
la incoraggiò il commissario, continuando a guidare.
«Io te la dico, ma devi promettermi che non
la userai mai contro il mio assistito, qualunque cosa accada!»
ribadì ancora l’avvocato Levi.
Anche lei aveva un alto senso del segreto
professionale e forse, in fondo si era già pentita di avere fatto l’offerta. Ma
ormai sembrava tardi per tornare indietro.
giovedì 17 febbraio 2022
Le indagini del commissario De Candia - 53
Adesso la voce aveva assunto un tono meno guardingo,
quasi dolce.
«Ce l’ha con lei questa busta adesso?»
chiese il commissario, intuendo che in quella
busta si trovava forse una svolta per le sue indagini.
«E’ a casa mia. Io sto telefonando da un
bar vicino all’ufficio…»
«A che ora posso venire a casa sua per
visionare insieme il contenuto della busta?»
chiese il commissario.
«Io smonto alle quattordici. Ci metto
un’ora scarsa a rientrare. Venga quando vuole dopo le quindici»
disse la voce, come scaricandosi di un peso.
Acquisito l’indirizzo dalla viva voce della ragazza il
commissario, dopo essere rientrato a casa e aver consumato un pasto
veloce, si diresse verso Carbonia. A
Iglesias, per la consueta visita a sua madre,
ci sarebbe andato dopo l’incontro con Maria Grazia Picciau.
La giovane impiegata
accolse il commissario con molto garbo. Lo fece accomodare nel salottino
degli ospiti. Si assentò solo pochi minuti e tornò con una capace busta bianca
a sacchetto, di formato grande, quelle chiamate A3 negli uffici.
Il commissario la aprì, estraendone il contenuto e
poggiandolo sul tavolino posa riviste che aveva davanti, sotto gli occhi attenti della ragazza.
Dentro
c’era una chiave da cassaforte che il commissario già conosceva; un involucro contenente
una polvere bianca; una siringa ipodermica non utilizzata, provvista di tappo;
alcuni atti notarili di compravendita,
un passamontagna per travisamento, un paio di guanti di pelle chiara e una busta beige, che un tempo doveva essere
sigillata, con la scritta “Per Alessandro”.
«E’
tutto quello che c’era!» disse la ragazza. «Ho
paura che mio fratello abbia ripreso a farsi… sembrava si fosse disintossicato…»
aggiunse in tono triste, proprio mentre il commissario riapriva l’involucro con
la polvere per osservarla meglio.
«La
faremo analizzare dal nostro Servizio di Polizia Scientifica»
disse in tono tranquillo il commissario, richiudendo l’involucro.
«Quella
l’ho trovata già aperta!» si affrettò a dire
mentre il commissario prendeva in mano
la busta beige. «C’è dentro un testamento
olografo. Io credo che l’abbia aperta Andrea»
Il commissario estrasse un foglio uso bollo, redatto
con una grafia molto chiara, elegante e leggibile. Nominava erede universale
Alessandro Pirastu, ma c’era anche un legato a favore di Angelo Pirastu e di
Maria Grazia Picciau. Niente che riguardasse Andrea, se non il fatto che il
testamento lo escludeva completamente da ogni beneficio.
«E di suo fratello non ha avuto più
notizie?»
domenica 30 gennaio 2022
Le indagini del commissario De Candia - 35
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Il sabato pomeriggio,
verso le 16,30 il commissario Santiago fu svegliato dalla vibrazione del suo
cellulare. Il suo rapporto con la tecnologia era stato da subito ambiguo, per
non dire schizofrenico.
Finché aveva potuto, aveva resistito con la sua macchina da
scrivere Olivetti e senza cellulare. Poi, per amore di sua moglie, si era
rassegnato a portare con sé un cellulare; e in ufficio era arrivata,
obbligatoria e improrogabile, la nuova tecnologia informatica; e anche lui si
era dovuto piegare all’uso del computer e degli altri strumenti informatici.
Erano innegabili i vantaggi che la nuova frontiera
tecnologica aveva portato con sé: la velocità della comunicazione via Internet,
consentiva la trasmissione di documenti e messaggi scritti e vocali in tempo
reale e in maniera diretta; la redazione dei documenti era agevolata dalla
possibilità di correzioni multiple e contestuali, oltre che dalla eventualità
di redigere i nuovi documenti, partendo
dai vecchi; e le informazioni viaggiavano alla velocità della luce da un capo
all’altro del globo, comprese le informative tra le questure e tra queste e le
direzioni generali del ministero; anche lo scambio di informazioni con le
sezioni criminali estere (criminalpol, europol e quant’altro) era divenuto più
diretto e immediato. Eppure, mentre si adeguava di buon grado a quella
inarrestabile rivoluzione tecnologica, forse per un inconscio atteggiamento di
autodifesa verso quei rinnovamenti troppo repentini e incontrollabili, capaci di travolgere secoli,
se non millenni, di abitudini acquisite, il commissario De Candia, si immergeva
tuttavia, in un mare di nostalgico
romanticismo, dove il passato assumeva i contorni di una epopea di felicità
ormai perduta.
Amava ripetere, al
proposito, che per fortuna gli altri uomini erano diversi da lui, altrimenti l’umanità si troverebbe
ancora a vivere nelle caverne o tutt’al più nelle palafitte, procacciandosi il
cibo con arco e frecce; e magari avrebbe
trascorso le notti d’estate sotto il cielo stellato, trasmettendo oralmente fantastiche storie di magiche avventure,
custodendo i segreti della scienza e della medicina dentro templi di pietra e
adorando improbabili dei sotto la luna splendente.
Si trattava evidentemente
di una iperbole, provocatoriamente assurda e indifendibile, ma c’era un fondo
di verità in quei discorsi, emblematici di una personalità conservatrice e riservata, quasi votata a un monachesimo profano o a un eremitismo
romantico.
E il suo cellulare non
aveva suoni ma solo vibrazioni; quasi una rivalsa verso un mezzo al quale non
voleva concedere uno spazio di intervento troppo ampio.
A pranzo si era cucinato
delle orecchiette alle alici marinate e due triglie di scoglio alla livornese;
il vino bianco e fresco lo avevano predisposto alla migliore siesta che si
potesse desiderare in un pomeriggio di maggio. Il suo udito superfino avvertì
la vibrazione, mentre le spire di sogni confusi si diradavano fugacemente.
«Sì?»
«E’ il commissario De Candia?» chiese
una voce femminile che non sembrava del tutto sconosciuta.
«Sì!»
«Non
la sapevo amante dell’opera!»
Adesso che il
suo cervello aveva ripreso a funzionare a pieno regime, riconobbe subito quella
voce
«Luisa! Ma che piacere! Come stai?»
mercoledì 26 gennaio 2022
Le indagini del commissario De Candia-31
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L’indomani era venerdì e come ogni settimana, alle dieci in punto, si tenne la riunione del team operativo della squadra omicidi capitanata dal commissario Santiago De Candia.
Il commissario faceva
sempre in modo che il numero dei fascicoli non superasse mai il numero di sei,
massimo sette, tra nuove acquisizioni che arrivavano e vecchi fascicoli che tornavano in procura
per l’archiviazione. Ma anche per la proroga semestrale delle indagini ovvero
per il rinvio a giudizio dei vari indagati, a secondo di quello che reputassero più opportuno i vari procuratori titolari
delle indagini, fossero essi sostituti o capi procuratori.
La mattinata di lavoro
iniziò con l’analisi del fascicolo dei due fratelli uccisi a Settimo San
Pietro. L’evento criminoso si inseriva in una faida che durava da oltre mezzo
secolo e le indagini erano in completo stallo. Impossibile rompere quel muro di
omertà che si ergeva attorno a queste vendette, che finiscono quasi per
diventare un fatto privato delle famiglie in guerra. Probabilmente ci sarebbe
stato, tra qualche mese o tra qualche anno, un’altra vendetta, e la catena
della faida si sarebbe allungata ancora con il sangue di nuove vittime. «Ci
vorrebbe l’occhio del Padreterno, come per Caino e Abele!» disse sconsolato
l’ispettore Zuddas che si era buttato anima e corpo nell’indagine, e quel mondo
agropastorale lo conosceva abbastanza, essendo stato sposato con la figlia di
un possidente allevatore di bestiame del quale, in realtà, non era mai riuscito
a penetrare la complessa personalità fatta di codici d’onore, di usi e costumi
tanto arcaici, quanto barbari che lui non condivideva di certo.
La squadra era stata più
fortunata nel caso della prostituta strangolata. Il sovrintendente Farci era
riuscito a mettere il sale sulla coda a un protettore che tentava di farsi
largo a discapito di altri suoi colleghi. Un lenone emergente e rampante, lo
aveva definito l’ispettore con una delle sue mirabili pennellate letterarie
tratte dal suo infinito repertorio latino, mandando su tutte le furie il
sovrintendente Farci, ma facendo sorridere nascosto dai baffi, il commissario
De Candia.
Del corpo privo di arti e
restituito dal mare erano ancora in attesa delle analisi dell’istituto di
anatomopatologia e di qualche riscontro dalla banca dati del DNA.
I due collaboratori del team
relazionarono a turno sugli altri tre casi che parevano in dirittura di arrivo,
pronti per essere restituiti alla procura per la chiusura delle indagini. In
particolare il sovrintendente Farci era riuscito a scovare il matricida, indagando
nel mondo dei tossicodipendenti. Ma non era stato tanto difficile, aveva
spiegato relazionando ai suoi colleghi
più anziani perché anche nel mondo della droga esiste un codice d’onore che
condanna senz’appello chiunque osi toccare la mamma. E che comunque, in quel giro,
si trova sempre qualcuno che, in cambio di un trattamento di favore o di una
promessa, è pronto a tradire uno che, oltre ad avere ucciso la propria madre,
ha attirato sul loro mondo quelle indesiderate attenzioni che la Giusta e la
Pula dedicano ai casi di omicidio, considerati intollerabili e perseguiti con
maggiore severità, rispetto al semplice, piccolo spaccio, fatto dai tossici per procacciarsi
la roba necessaria a tacitare il loro terribile vizio di tossicodipendenza.
L’ispettore Zuddas, dal
canto suo, riferì che aveva praticamente risolto i due casi di femminicidio,
verificando da un lato l’effettiva
colpevolezza del primo degli assassini, suicidatosi subito dopo avere
ucciso la propria compagna, che aveva deciso di lasciarlo. E aveva già raccolto la confessione del secondo caso di uxoricidio
loro affidato. In questa circostanza precisava il pignolo ispettore, si
trattava di una coppia che si era sposata in giovanissima età. Con il tempo la
donna era maturata e aveva sviluppato una forte personalità, anche in campo
professionale, e aveva finito per surclassare l’uomo, il quale, ancorato a
schemi arcaici nei rapporti di coppia, e incapace di gestire la nuova
situazione dal punto di vista psicologico, aveva scelto la comoda scorciatoia
di eliminare il problema alla radice, uccidendo la moglie con il suo fucile da
cacciatore. Adesso però a Zuddas serviva un po’ di tempo per verificare ed
eventualmente completare i documenti delle altre pratiche.
sabato 15 gennaio 2022
Le indagini del commissario De Candia-21
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«Il
mio assistito godeva della massima fiducia da parte della zia, al punto che la
donna ultimamente aveva provveduto a fargli una delega sul conto corrente
bancario dove le accreditavano la pensione e, spesso, lo incaricava di fare dei
prelievi, per suo conto, direttamente in banca oppure con la carta del
bancomat.»
Intanto, mentre
parlavano, avevano lasciato la strada statale e si erano immessi in quella
provinciale per San Gavino. Da lì, arrivati a Guspini, non sarebbero stati
distanti da Gennas Serapis, altrimenti nota come Montevecchio, l’antico borgo
minerario, dove c’era una parte significativa delle radici più recenti di
Santiago De Candia.
E mentre procedevano
verso la loro meta, Luisa Levi apprese, senza quasi mai interromperlo, come il
nonno paterno del commissario, Nicola De Candia, giovane e brillante perito
minerario barese, assunto dalle Miniere di Montevecchio degli Eredi Sanna,
subito dopo la Grande Guerra si fosse insediato nel borgo minerario. E come,
poco tempo dopo, avesse conosciuto a Buggerru, dove si era recato per assistere
a uno spettacolo teatrale, una graziosa fanciulla, di nome Ines Orcel, che
scoprì essere la figlia di un suo collega francese che lavorava per la Societé
des mines de Malfidano, che a Buggerru aveva la sua sede operativa, e della
quale si era innamorato praticamente a prima vista. E in che modo riuscisse a
conquistarla, dopo serrata corte. Favorito in ciò da alcune conoscenze comuni
che gli consentirono di vincere la diffidenza che il padre di lei nutriva verso
i non francesi. E soprattutto aiutato dalla madre di lei, una donna spagnola
della Estremadura, che in quei paesaggi selvaggi della Sardegna e in quel
popolo chiuso e tenace, rivedeva probabilmente la sua terra d’origine e i suoi
stessi avi. In realtà, il nonno del commissario, Nicola De Candia, di sardo
aveva soltanto l’amore e la riconoscenza
verso la terra che lo aveva accolto, dandogli lavoro e rispettabilità.
lunedì 10 gennaio 2022
Le indagini del commissario De Candia - 15
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Capitolo
Quinto
Alle nove e mezza in
punto il fuoristrada del commissario De Candia si fermò in via Torbeno,
all’altezza corrispondente al numero civico che figurava nel bigliettino che la
sua amica gli aveva dato il giorno prima. L’avvocato Levi comparve subito
davanti all’ingresso. Indossava dei pantaloni neri e un comodo giubbotto in
pelle ben sagomato, chiuso in alto da un foulard dai colori vivaci. Ai piedi
calzava scarpe con il tacco basso. Una capiente borsa e un capello a larghe
falde completavano il suo abbigliamento. Santiago la vide più che mai
affascinante, ma si limitò a un saluto affettuoso e compassato.
Quando furono sulla
strada statale 131, la storica arteria che ancora collega Cagliari e Sassari,
denominata Carlo Felice, in onore del monarca sabaudo che per primo volle
collegare le due principali città del suo regno, Luisa Levi, dopo i convenevoli
di rito, chiese come fosse andato il sopralluogo del giorno prima in via
Giudicessa Adelasia.
Il commissario Santiago
ci aveva pensato prima di addormentarsi e ne approfittò per esprimere a voce
alta alcuni dei dubbi che gli erano sorti. Di solito non parlava mai con
nessuno, al di fuori della Questura, delle indagini che erano in corso. Al
riguardo la sua riservatezza era pressoché totale. Ma con l’avvocato era
diverso. In qualche modo le ricordava sua moglie. Aveva imparato a fidarsi di
lei e in nessun modo sentiva di venir meno al suo dovere di mantenere il dovuto
riserbo professionale. Anzi, il suo istinto di sbirro lo induceva a ritenere
che un confronto con quella donna potesse essere utile allo sviluppo delle sue
indagini.
«Mi chiedevo da dove possa essere entrato l’assassino» disse affrontando uno dei dilemmi che lo avevano tenuto occupato la sera precedente, prima di addormentarsi. «A parte la possibilità che sia stata la vittima ad aprirgli la porta per ingenuità o per conoscenza del suo assassino, non so proprio che dire.
Ispezionando la casa ho pensato che una via di accesso clandestino possa essere stato dalla mansarda. Infatti, lì ci sono due lucernari, con apertura a ribalta. Entrambi li ho trovati aperti. Ma mentre uno era
fissato con l’apertura per la ventilazione, che consiste nell’appoggio del telaio a una levetta a scomparsa, estraibile ad angolo retto per il fissaggio, l’altra era semplicemente appoggiata al telaio, come se qualcuno l’avesse aperta per entrare, o magari anche per uscire, e non l’avesse risistemata. E questo secondo lucernario, per combinazione, è proprio quello che consente l’immissione nei tetti circostanti, mentre l’altro guarda nel vuoto, esattamente dalla parte opposta!
«Mmm»
fece l’avvocato riflettendo. «Io purtroppo non ho
potuto ispezionare la casa, che come tu sai bene è ancora sotto sequestro. Però
il mio assistito, quando ho affrontato lo stesso problema con lui, mi ha
descritto questa mansarda, confermandomi che su incarico della zia, era stato
lui, all’inizio della primavera, ad aprire in modalità ventilazione i due
lucernari, altrimenti chiusi durante la stagione delle piogge. Io purtroppo non
ho avuto neppure l’accesso agli atti di indagine, ancora secretati, ma mi
chiedevo se i Carabinieri che hanno proceduto all’arresto abbiano fatto un
sopralluogo nella casa prima di mettere i sigilli»
«Purtroppo
dai verbali non risulta alcun sopralluogo ai locali della mansarda!»
«Eh
già!»
interloquì l’avvocato in maniera polemica. «Erano
talmente sicuri di aver chiuso il caso che non hanno pensato altro che ad arrestare
il povero nipote della signora Emma e a farsi intervistare e fotografare a
destra e a manca!»
martedì 4 gennaio 2022
Le indagini del commissario De Candia -9
«C’è un’altra cosa che dobbiamo
considerare, prima di escludere ovvero prendere in considerazione l’eventualità
della presenza di un complice» si affrettò a dire il
commissario per scongiurare le proteste del sovrintendente, che sbuffava regolarmente
a ogni frase in latino del loro collega. «Secondo
il medico che ha effettuato l’autopsia l’assassino ha sferrato tre colpi, dal
basso verso l’alto. E i fendenti sono stati inferti da un destrimane, mentre
l’indiziato, come precisa il verbale, impugnava il coltello nella sinistra e,
per giunta, è anche mancino.»
«Beh, questo non esclude la presenza di un
complice. Anzi, sembrerebbe confermarlo…» disse
ancora l’ispettore, ma meno convinto di prima.
«Certamente. Ma a questo punto, perché non
pensare che il vero assassino abbia agito indipendentemente dall’indiziato?
Comunque domani, senza trascurare neppure questa pista, voglio verificare da
dove possa essere entrata questa terza persona, la cui presenza sembra farsi
strada sempre più a rigor di logica. Anche alla luce del fatto che l’indagato
ha dichiarato di essere entrato con le chiavi. Quindi, o il vero assassino si è
infilato dall’esterno, oppure la porta gli è stata aperta dalla stessa vittima.»
«In effetti ci sono diversi punti oscuri.
La vittima conosceva l’assassino? Io propenderei per il sì. Chi si fiderebbe
oggi ad aprire a uno sconosciuto?»
puntualizzò l’ispettore.
«Purtroppo sappiamo per esperienza che
molti anziani lo fanno. Per leggerezza o perché vengono ingannati. Ovviamente,
dopo il sopralluogo, saremo in grado di valutare meglio le diverse ipotesi.»
«Vuole che veniamo con lei, commissario?»
si offrì il sovrintendente.
«No,
grazie, state con le vostre famiglie. Domani è sabato. Se avrò dei dubbi in
proposito ci faremo un salto insieme la settimana prossima»
disse il commissario con un tono da cui traspariva il suo apprezzamento per
l’offerta generosa.
«E le altre due piste quali sono?»
chiese l’ispettore Zuddas, contento che le sue osservazioni, apparentemente
assurde e fuori luogo, avessero invece colpito l’immaginazione di un
investigatore del calibro del commissario.