last moon

Visualizzazione post con etichetta indagine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta indagine. Mostra tutti i post

lunedì 8 agosto 2022

La Squadra Omicidi di Cagliari in azione - 1

 


Ma la vera sorpresa arrivò a mezzogiorno, quando l’ispettore Zuddas e il sovrintendente Farci, i due più stretti collaboratori di Santiago De Candia nella squadra omicidi della questura di Cagliari, fecero capolino nel suo ufficio con un fax della procura!
«Appena giunto via fax dalla procura generale, commissario!» disse trafelato l’ispettore Zuddas, allungando un foglio di carta lucida.
«Che cos’è?» chiese il commissario prendendo il foglio ma guardando i suoi collaboratori in segno di saluto.
«È una convocazione per il conferimento della delega alle indagini per l’omicidio di via Giudicessa Adelasia!»
«O dell’assassino con il coltello in mano che dir si voglia!» intervenne il sovrintendente Farci in tono polemico.
«Caspita! Niente di meno!» esclamò Santiago De Candia, che tutto s’aspettava quella mattina, meno che l’arrivo di quella convocazione.
«Come al solito, dopo la gloria farlocca e i pasticci grandiosi, a chi spetta rimediare?» insisté il sovrintendente Farci, che ce l’aveva sempre con i colleghi della giudiziaria che lui chiamava di- spregiativamente gli scalda sedie del Palazzo.
«Beh, consolati pensando che evidentemente, lassù in procura, ci devono apprezzare parecchio!» disse sornione il commissario, che conosceva il carattere pessimista del suo valido collaboratore.
«Vabbè, se vogliamo dire per forza che il bicchiere è mezzo pieno…» concesse con scarsa convinzione il sovrintendente, che apprezzava tanto il suo superiore, quanto denigrava quelli del Palazzo. Tanto più se appartenenti ai rivali Carabinieri.
«Ad poenitendum properat, cito qui iudicat!» sentenziò pronto l’ispettore Zuddas, che aveva un vasto repertorio di massime latine, retaggio dei suoi studi classici, precocemente interrotti.
«Mio nonno diceva sempre che la gatta frettolosa fece i gattini ciechi!» disse il Santiago De Candia, che si divertiva un mondo per la reazione che suscitavano queste massime latine nel sovrintendente, che le detestava apertamente. Nondimeno cercava sempre, più che di tradurle, di trasmettere al sovrintendente il senso di quello che Zuddas intendesse dire, affinché Farci non si sentisse del tutto escluso.
Ma in realtà era un gioco delle parti, frutto della loro ordinaria interazione, quasi come due innamorati in cerca di un pretesto per litigare e potere poi fare pace.
«Ma perché non parli come mangi?» protestò infatti il sovrintendente Farci all’indirizzo del collega.
«Sarà meglio che vada subito in procura!» disse il commissario alzandosi, dopo aver dato uno sguardo al fax e averlo riposto in una cartella intestata alla sezione omicidi.
«Viene con noi al bar per un aperitivo, commissario?» chiese l’ispettore Zuddas.
«No grazie. Un’altra volta magari. Non vorrei che il procuratore, nel frattempo, lasciasse l’ufficio!»
«Di sicuro non andrà a farsi intervistare!» disse il sovrintendente Farci, riferendosi al fatto che il procuratore capo si faceva intervistare soltanto per annunciare la risoluzione di casi giudiziari di vasta eco mediatica che spesso, però, finivano nelle loro mani per una più attenta risoluzione investigativa.
Santiago De Candia interpose un sorriso di intesa e si avviò verso l’uscita.
«Et cave canem!» gli gridò dietro l’ispettore, prendendo a braccetto il collega per guidarlo verso il bar.
Il commissario si voltò e li salutò con un cenno della mano.
Come ogni giorno a Cagliari, dopo mezzogiorno, si era levata una brezza leggera dal mare. De Candia si coprì la bocca con la sua immancabile sciarpa rossa. Di seta leggera o di lana pesante, se ne privava soltanto per andare al mare o quando indossava la tuta da ginnastica. Si sistemò i baffi e i capelli, già spruzzati di grigio ma entrambi ancora folti e si diresse con passo deciso in direzione del Palazzo di giustizia.




mercoledì 26 gennaio 2022

Le indagini del commissario De Candia-31

https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/ 

 L’indomani era venerdì e come ogni settimana, alle dieci in punto, si tenne la riunione del team operativo della squadra omicidi capitanata dal commissario Santiago De Candia.

Il commissario faceva sempre in modo che il numero dei fascicoli non superasse mai il numero di sei, massimo sette, tra nuove acquisizioni che arrivavano  e vecchi fascicoli che tornavano in procura per l’archiviazione. Ma anche per la proroga semestrale delle indagini ovvero per il rinvio a giudizio dei vari indagati, a secondo di quello che reputassero  più opportuno i vari procuratori titolari delle indagini, fossero essi sostituti o capi procuratori.

La mattinata di lavoro iniziò con l’analisi del fascicolo dei due fratelli uccisi a Settimo San Pietro. L’evento criminoso si inseriva in una faida che durava da oltre mezzo secolo e le indagini erano in completo stallo. Impossibile rompere quel muro di omertà che si ergeva attorno a queste vendette, che finiscono quasi per diventare un fatto privato delle famiglie in guerra. Probabilmente ci sarebbe stato, tra qualche mese o tra qualche anno, un’altra vendetta, e la catena della faida si sarebbe allungata ancora con il sangue di nuove vittime. «Ci vorrebbe l’occhio del Padreterno, come per Caino e Abele!» disse sconsolato l’ispettore Zuddas che si era buttato anima e corpo nell’indagine, e quel mondo agropastorale lo conosceva abbastanza, essendo stato sposato con la figlia di un possidente allevatore di bestiame del quale, in realtà, non era mai riuscito a penetrare la complessa personalità fatta di codici d’onore, di usi e costumi tanto arcaici, quanto barbari che lui non condivideva di certo.

La squadra era stata più fortunata nel caso della prostituta strangolata. Il sovrintendente Farci era riuscito a mettere il sale sulla coda a un protettore che tentava di farsi largo a discapito di altri suoi colleghi. Un lenone emergente e rampante, lo aveva definito l’ispettore con una delle sue mirabili pennellate letterarie tratte dal suo infinito repertorio latino, mandando su tutte le furie il sovrintendente Farci, ma facendo sorridere nascosto dai baffi, il commissario De Candia.

Del corpo privo di arti e restituito dal mare erano ancora in attesa delle analisi dell’istituto di anatomopatologia e di qualche riscontro dalla banca dati del DNA.

I due collaboratori del team relazionarono a turno sugli altri tre casi che parevano in dirittura di arrivo, pronti per essere restituiti alla procura per la chiusura delle indagini. In particolare il sovrintendente Farci era riuscito a scovare il matricida, indagando nel mondo dei tossicodipendenti. Ma non era stato tanto difficile, aveva spiegato  relazionando ai suoi colleghi più anziani perché anche nel mondo della droga esiste un codice d’onore che condanna senz’appello chiunque osi toccare la mamma. E che comunque, in quel giro, si trova sempre qualcuno che, in cambio di un trattamento di favore o di una promessa, è pronto a tradire uno che, oltre ad avere ucciso la propria madre, ha attirato sul loro mondo quelle indesiderate attenzioni che la Giusta e la Pula dedicano ai casi di omicidio, considerati intollerabili e perseguiti con maggiore severità, rispetto al semplice, piccolo  spaccio, fatto dai tossici per procacciarsi la roba necessaria a tacitare il loro terribile vizio di tossicodipendenza.

L’ispettore Zuddas, dal canto suo, riferì che aveva praticamente risolto i due casi di femminicidio, verificando da un lato l’effettiva  colpevolezza del primo degli assassini, suicidatosi subito dopo avere ucciso la propria compagna, che aveva deciso di lasciarlo. E aveva già raccolto  la confessione del secondo caso di uxoricidio loro affidato. In questa circostanza precisava il pignolo ispettore, si trattava di una coppia che si era sposata in giovanissima età. Con il tempo la donna era maturata e aveva sviluppato una forte personalità, anche in campo professionale, e aveva finito per surclassare l’uomo, il quale, ancorato a schemi arcaici nei rapporti di coppia, e incapace di gestire la nuova situazione dal punto di vista psicologico, aveva scelto la comoda scorciatoia di eliminare il problema alla radice, uccidendo la moglie con il suo fucile da cacciatore.  Adesso però a Zuddas  serviva un po’ di tempo per verificare ed eventualmente completare i documenti delle altre pratiche.

L’ultimo fascicolo che il commissario pose in evidenza fu quello dell’omicidio di via Giudicessa Adelasia.

domenica 23 gennaio 2022

Le indagini del commissario De Candia-29

 

https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/ 

«Quando ha sentito il trambusto che sicuramente hanno fatto i Carabinieri, arrivando come minimo a sirene spiegate, deve essere salito qui in mansarda per guadagnare una via di fuga. Però qualcosa lo ha fermato. Forse si è acquattato qua fuori, in questo anfratto esterno, proprio a ridosso della finestra, vieni a vedere!»

Santiago, non senza difficoltà, a causa della sua robusta corporatura, si era affacciato fuori dal lucernario. Scese però con insospettata agilità dalla scaletta in legno per consentire all’avvocato di salire a sua volta. Luisa Levi annuì dopo essere ridiscesa, invitando il commissario a continuare.

«Be’, magari per non rischiare di essere visto, avrà aspettato in cima alla scaletta, pronto a squagliarsela se soltanto avesse sentito qualcuno salire su per le scale.»

«Ma i Carabinieri, convinti di aver preso il vero e unico assassino non hanno neppure pensato di salire quassù a controllare!» lo anticipò con convinzione l’avvocato che ormai aveva capito dove volesse andare a parare l’arguto commissario, dando a intendere che condivideva la sua ricostruzione.

«Esattamente!» esclamò lui, contento che la sua amica lo seguisse e fosse d’accordo con la sua ipotesi. «Quando finalmente si sono calmate le acque è ridisceso e ha finito l’operazione per cui probabilmente era venuto. Svaligiare la casa della vittima.»

«Un topo d’appartamento. Certamente un ladruncolo dotato di sangue freddo!» commentò Luisa riflettendo.

«Ancora non sappiamo con certezza se sia davvero entrato con l’idea di rubare o di fare altro…» disse in maniera sibillina il commissario.

«Al di là di questo, la tua ricostruzione mi sembra abbastanza plausibile» convenne Luisa. «Vieni, rimettiamo tutto a posto e andiamocene!»

Fecero a ritroso la strada verso il basso e, rimessa ogni cosa al proprio posto, uscirono.

https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/ 

venerdì 21 gennaio 2022

Le indagini del commissario De Candia-27

 

https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/ 

Quando tornò con diversi mazzi di chiavi, il commissario aveva svuotato quasi del tutto il primo cassetto, disponendo il contenuto che aveva estratto sul letto della povera vittima, più o meno nello stesso ordine in cui lo aveva trovato.

«Ecco tutte le chiavi appese nell’ingresso. La chiave della cassaforte non c’è.  Quindi deve essere per forza qui!»

Così dicendo si mise a esaminare ciò che Santiago aveva estratto dal cassetto.  Nel frattempo il commissario rovistò negli altri cassetti del comò.

«A meno che…» disse Luisa mano a mano che si rendeva conto che la sua cernita e quella del commissario non avrebbero sortito alcun risultato.

«A meno che non se la sia portata via l’assassino!» completò il commissario, anticipandola.

«Quello vero!» precisò l’avvocato. Nel suo viso, adesso, l’incredulità aveva lasciato il posto a una certa soddisfazione. Alla sua tesi stavano arrivando conferme, scagionando definitivamente, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il suo assistito anche agli occhi del commissario

«Per scrupolo io cercherei meglio. Magari la chiave è stata riposta dalla stessa vittima in un altro posto…magari anche nella tasca di una vestaglia. Che ne dici di rovistare insieme tutto l’appartamento?»

«Dico che va bene! Ma chissà perché io penso che non troveremo niente!»

https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/ 


domenica 26 dicembre 2021

Le indagini del commissario De Candia

 

https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/

Come ogni mattina, anche quel lunedì, il commissario Santiago De Candia fece una breve sosta all’edicola di Largo Gennari, che da casa sua, in via Monteverdi, lo conduceva in Questura.

Checco gli allungò subito i due soliti quotidiani, piegati in due. La Stampa e L’Opinione.

Come tanti cagliaritani, Checco chiamava il quotidiano cittadino ‘l’Opignone’. Il commissario, nonostante fosse nato in Sardegna, non aveva ancora capito se si trattasse di un difetto di pronuncia oppure di un vezzo.

La seconda sosta, più lunga, era quella al Bar di Tonio, il Caffè Intilimani, come recitava l’insegna. Era stato coniato un unico vocabolo composto dal nome di un famoso gruppo musicale cileno degli anni ’70 da cui, verosimilmente, il fondatore del locale aveva preso ispirazione.

Il commissario De Candia salutò con un cenno il barista. Era sufficiente. Il barista sarebbe subito arrivato con la sua colazione. Ci teneva a servirlo personalmente.

Seduto al solito tavolino, in fondo al locale, mentre aspettava il suo cappuccino e il suo croissant alla crema, aveva aperto l’Opinione. A prescindere dal nome, il quotidiano regionale si faceva apprezzare soltanto per la cronaca. Per le altre notizie,  lui preferiva la Stampa di Torino, sulla quale si era orientato dopo tanti anni passati a formarsi su La Repubblica.

«Ha letto dell’assassino preso con il coltello in mano?» gli disse Tonio poggiando il vassoio. «I miei clienti non parlano d’altro oggi!» riprese con un tono di rassegnazione di chi  non si aspettasse alcuna risposta.

Il commissario De Candia non amava molto le chiacchiere. Dopo anni che frequentava il suo bar, Tonio aveva imparato a rispettare la  riservatezza di quell’uomo che comunicava l’essenziale con gli occhi e che evitava ogni parola superflua.

L’articolo di spalla rimandava la notizia alle pagine interne della cronaca dove ampio spazio era dedicato all’assassino con il coltello in mano, come il giornale aveva definito l’omicidio che il barista gli aveva segnalato.

C’era una foto della vittima. Una certa Emma Pirastu, di anni ottantaquattro. Una bella signora, osservò De Candia. Distinta, dal viso intelligente, forse un’insegnante in pensione oppure un’impiegata.

Era stata uccisa, in un quartiere residenziale di Cagliari, dal nipote, un quasi trentenne, di cui si riportavano soltanto le iniziali.

L’assassino era stato colto in flagranza di reato con il coltello ancora in mano, grondante del sangue della zia, che giaceva esanime ai suoi piedi in cucina. I Carabinieri della Polizia Giudiziaria, coordinati dal procuratore capo Bartolomeo Gessa, intervenuti prontamente sul posto dietro segnalazione di una dirimpettaia, allarmata dalle urla disumane della povera vittima,  avevano  risolto a tempo di record il caso, assicurando l’assassino  alla giustizia, commentava la capo redattrice della cronaca nera, Maria Carla Coseno.

Il commissario si sentì prudere il naso. Aveva sempre sentito dire che il prurito al naso poteva significare due cose alternativamente, soldi in arrivo oppure colpi. Ma il suo era un naso da sbirro e spesso gli prudeva quando leggeva qualcosa che non quadrasse. Oppure quando stava per imbattersi in qualcosa di importante e di risolutivo. Gli succedeva talmente spesso che ormai non ci faceva quasi più caso. In quell’occasione poteva perfino trattarsi di un po’ di zucchero a velo, finito dal croissant sul suo naso. Ci strofinò sopra un tovagliolo, mentre si detergeva le labbra da eventuali segni della colazione e si alzò in piedi.

continua...

https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/

martedì 21 dicembre 2021

Il commissario e l'avvocato-40

 

https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/

«Anche io volevo dirvi qualcosa» intervenne il commissario ridendo alla battuta «Sono stati fatti due prelievi con il bancomat della signora Emma Pirastu! Tutti e due da 500 Euro, il massimo consentito: uno è di domenica sera, effettuato a Cagliari; l’altro è di lunedì, ore cinque del mattino, e risulta fatto a Iglesias. Poi la banca, appresa la morte della sua cliente dai giornali,  ha bloccato il conto»

 

«Forse il cerchio si stringe per davvero attorno al nostro uomo!» ribadì l’ispettore Zuddas.

 

«Può darsi» replicò il commissario. Ma la richiesta di emissione di un ordine di cattura forse è ancora prematuro. Se avessimo qualche altra prova. «Avete saputo qualcosa   su quei gioielli? »

 

«Io ho fatto un po’ di giri dai vari compro oro  e da alcuni ricettatori che a volte ci danno una mano: nessuno sa niente. I compro oro, che registrano tutto, non hanno visto niente, mentre i ricettatori mi hanno detto che,  difficilmente uno di loro,  accetterebbe refurtiva proveniente da un furto di sangue» disse il sovrintendente, riferendosi al fatto che ai ricettatori non sfuggiva che  i gioielli risultavano rubati in una casa dove era stato commesso un omicidio.

 

«Io ho chiesto a Carbonia, ma mi hanno detto che per piazzare certa refurtiva tutti vanno a Iglesias o, addirittura, a Oristano e perfino a Nuoro. Però si riferivano ai preziosi rubati a Carbonia…» disse l’ispettore Zuddas. «O magari ai preziosi rubati dai ladri di Carbonia…» aggiunse Zuddas, quasi continuando il suo discorso precedente.

 

«Facciamo così» disse il commissario chiudendo il fascicolo e mettendoselo sottobraccio. «Io adesso vado in Procura. Voglio sentire il parere del procuratore su un eventuale mandato di cattura nei confronti di  Andrea Picciau; se come penso il procuratore capo mi dirà di no, proseguiamo nelle indagini sulla ricerca di altre prove. Io mi occupo personalmente delle indagini da fare a Iglesias, tu  Zuddas vedi se riesci a sapere qualcos’altro da Carbonia e tu Farci insisti con Cagliari, Quartu e Hinterland. Qualcosa mi dice che stiamo per chiudere il caso.”»

«Laqueo captus vulpes!» sentenziò l’ispettore.

 

Il commissario li salutò per andare in procura, mente i due si sbeffeggiavano a vicenda, polemicamente.

Il commissario sorrise tra sé. Sapeva che di lì a poco, sarebbero andati al bar a far pace.

 

 https://deimerangoli.it/shop/evidenti-apparenze/