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lunedì 8 agosto 2022
La Squadra Omicidi di Cagliari in azione - 1
mercoledì 26 gennaio 2022
Le indagini del commissario De Candia-31
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L’indomani era venerdì e come ogni settimana, alle dieci in punto, si tenne la riunione del team operativo della squadra omicidi capitanata dal commissario Santiago De Candia.
Il commissario faceva
sempre in modo che il numero dei fascicoli non superasse mai il numero di sei,
massimo sette, tra nuove acquisizioni che arrivavano e vecchi fascicoli che tornavano in procura
per l’archiviazione. Ma anche per la proroga semestrale delle indagini ovvero
per il rinvio a giudizio dei vari indagati, a secondo di quello che reputassero più opportuno i vari procuratori titolari
delle indagini, fossero essi sostituti o capi procuratori.
La mattinata di lavoro
iniziò con l’analisi del fascicolo dei due fratelli uccisi a Settimo San
Pietro. L’evento criminoso si inseriva in una faida che durava da oltre mezzo
secolo e le indagini erano in completo stallo. Impossibile rompere quel muro di
omertà che si ergeva attorno a queste vendette, che finiscono quasi per
diventare un fatto privato delle famiglie in guerra. Probabilmente ci sarebbe
stato, tra qualche mese o tra qualche anno, un’altra vendetta, e la catena
della faida si sarebbe allungata ancora con il sangue di nuove vittime. «Ci
vorrebbe l’occhio del Padreterno, come per Caino e Abele!» disse sconsolato
l’ispettore Zuddas che si era buttato anima e corpo nell’indagine, e quel mondo
agropastorale lo conosceva abbastanza, essendo stato sposato con la figlia di
un possidente allevatore di bestiame del quale, in realtà, non era mai riuscito
a penetrare la complessa personalità fatta di codici d’onore, di usi e costumi
tanto arcaici, quanto barbari che lui non condivideva di certo.
La squadra era stata più
fortunata nel caso della prostituta strangolata. Il sovrintendente Farci era
riuscito a mettere il sale sulla coda a un protettore che tentava di farsi
largo a discapito di altri suoi colleghi. Un lenone emergente e rampante, lo
aveva definito l’ispettore con una delle sue mirabili pennellate letterarie
tratte dal suo infinito repertorio latino, mandando su tutte le furie il
sovrintendente Farci, ma facendo sorridere nascosto dai baffi, il commissario
De Candia.
Del corpo privo di arti e
restituito dal mare erano ancora in attesa delle analisi dell’istituto di
anatomopatologia e di qualche riscontro dalla banca dati del DNA.
I due collaboratori del team
relazionarono a turno sugli altri tre casi che parevano in dirittura di arrivo,
pronti per essere restituiti alla procura per la chiusura delle indagini. In
particolare il sovrintendente Farci era riuscito a scovare il matricida, indagando
nel mondo dei tossicodipendenti. Ma non era stato tanto difficile, aveva
spiegato relazionando ai suoi colleghi
più anziani perché anche nel mondo della droga esiste un codice d’onore che
condanna senz’appello chiunque osi toccare la mamma. E che comunque, in quel giro,
si trova sempre qualcuno che, in cambio di un trattamento di favore o di una
promessa, è pronto a tradire uno che, oltre ad avere ucciso la propria madre,
ha attirato sul loro mondo quelle indesiderate attenzioni che la Giusta e la
Pula dedicano ai casi di omicidio, considerati intollerabili e perseguiti con
maggiore severità, rispetto al semplice, piccolo spaccio, fatto dai tossici per procacciarsi
la roba necessaria a tacitare il loro terribile vizio di tossicodipendenza.
L’ispettore Zuddas, dal
canto suo, riferì che aveva praticamente risolto i due casi di femminicidio,
verificando da un lato l’effettiva
colpevolezza del primo degli assassini, suicidatosi subito dopo avere
ucciso la propria compagna, che aveva deciso di lasciarlo. E aveva già raccolto la confessione del secondo caso di uxoricidio
loro affidato. In questa circostanza precisava il pignolo ispettore, si
trattava di una coppia che si era sposata in giovanissima età. Con il tempo la
donna era maturata e aveva sviluppato una forte personalità, anche in campo
professionale, e aveva finito per surclassare l’uomo, il quale, ancorato a
schemi arcaici nei rapporti di coppia, e incapace di gestire la nuova
situazione dal punto di vista psicologico, aveva scelto la comoda scorciatoia
di eliminare il problema alla radice, uccidendo la moglie con il suo fucile da
cacciatore. Adesso però a Zuddas serviva un po’ di tempo per verificare ed
eventualmente completare i documenti delle altre pratiche.
domenica 23 gennaio 2022
Le indagini del commissario De Candia-29
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«Quando
ha sentito il trambusto che sicuramente hanno fatto i Carabinieri, arrivando
come minimo a sirene spiegate, deve essere salito qui in mansarda per
guadagnare una via di fuga. Però qualcosa lo ha fermato. Forse si è acquattato
qua fuori, in questo anfratto esterno, proprio a ridosso della finestra, vieni
a vedere!»
Santiago,
non senza difficoltà, a causa della sua robusta corporatura, si era affacciato
fuori dal lucernario. Scese però con insospettata agilità dalla scaletta in
legno per consentire all’avvocato di salire a sua volta. Luisa Levi annuì dopo
essere ridiscesa, invitando il commissario a continuare.
«Be’,
magari per non rischiare di essere visto, avrà aspettato in cima alla scaletta,
pronto a squagliarsela se soltanto avesse sentito qualcuno salire su per le
scale.»
«Ma
i Carabinieri, convinti di aver preso il vero e unico assassino non hanno
neppure pensato di salire quassù a controllare!»
lo anticipò con convinzione l’avvocato che ormai aveva capito dove volesse
andare a parare l’arguto commissario, dando a intendere che condivideva la sua
ricostruzione.
«Esattamente!»
esclamò lui, contento che la sua amica lo seguisse e fosse d’accordo con la sua
ipotesi. «Quando finalmente si sono calmate le acque
è ridisceso e ha finito l’operazione per cui probabilmente era venuto.
Svaligiare la casa della vittima.»
«Un
topo d’appartamento. Certamente un ladruncolo dotato di sangue freddo!»
commentò Luisa riflettendo.
«Ancora
non sappiamo con certezza se sia davvero entrato con l’idea di rubare o di fare
altro…»
disse in maniera sibillina il commissario.
«Al
di là di questo, la tua ricostruzione mi
sembra abbastanza plausibile» convenne Luisa. «Vieni,
rimettiamo tutto a posto e andiamocene!»
Fecero
a ritroso la strada verso il basso e, rimessa ogni cosa al proprio posto,
uscirono.
venerdì 21 gennaio 2022
Le indagini del commissario De Candia-27
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Quando
tornò con diversi mazzi di chiavi, il commissario aveva svuotato quasi del
tutto il primo cassetto, disponendo il contenuto che aveva estratto sul letto
della povera vittima, più o meno nello stesso ordine in cui lo aveva trovato.
«Ecco
tutte le chiavi appese nell’ingresso. La chiave della cassaforte non c’è. Quindi deve essere per forza qui!»
Così
dicendo si mise a esaminare ciò che Santiago aveva estratto dal cassetto. Nel frattempo il commissario rovistò negli
altri cassetti del comò.
«A
meno che…» disse Luisa mano a mano che si rendeva
conto che la sua cernita e quella del commissario non avrebbero sortito alcun
risultato.
«A
meno che non se la sia portata via l’assassino!»
completò il commissario, anticipandola.
«Quello
vero!»
precisò l’avvocato. Nel suo viso, adesso, l’incredulità aveva lasciato il posto
a una certa soddisfazione. Alla sua tesi stavano arrivando conferme,
scagionando definitivamente, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il suo
assistito anche agli occhi del commissario
«Per
scrupolo io cercherei meglio. Magari la chiave è stata riposta dalla stessa
vittima in un altro posto…magari anche nella tasca di una vestaglia. Che ne
dici di rovistare insieme tutto l’appartamento?»
«Dico
che va bene! Ma chissà perché io penso che non troveremo niente!»
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domenica 26 dicembre 2021
Le indagini del commissario De Candia
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Come ogni mattina, anche
quel lunedì, il commissario Santiago De Candia fece una breve sosta all’edicola
di Largo Gennari, che da casa sua, in via Monteverdi, lo conduceva in Questura.
Checco gli allungò subito
i due soliti quotidiani, piegati in due. La Stampa e L’Opinione.
Come tanti cagliaritani,
Checco chiamava il quotidiano cittadino ‘l’Opignone’. Il commissario,
nonostante fosse nato in Sardegna, non aveva ancora capito se si trattasse di
un difetto di pronuncia oppure di un vezzo.
La seconda sosta, più
lunga, era quella al Bar di Tonio, il Caffè Intilimani, come recitava
l’insegna. Era stato coniato un unico vocabolo composto dal nome di un famoso
gruppo musicale cileno degli anni ’70 da cui, verosimilmente, il fondatore del
locale aveva preso ispirazione.
Il commissario De Candia
salutò con un cenno il barista. Era sufficiente. Il barista sarebbe subito
arrivato con la sua colazione. Ci teneva a servirlo personalmente.
Seduto al solito
tavolino, in fondo al locale, mentre aspettava il suo cappuccino e il suo
croissant alla crema, aveva aperto l’Opinione. A prescindere dal nome, il
quotidiano regionale si faceva apprezzare soltanto per la cronaca. Per le altre
notizie, lui preferiva la Stampa di
Torino, sulla quale si era orientato dopo tanti anni passati a formarsi su La
Repubblica.
«Ha
letto dell’assassino preso con il coltello in mano?»
gli disse Tonio poggiando il vassoio. «I miei clienti non parlano d’altro
oggi!» riprese con un tono di rassegnazione di chi non si aspettasse alcuna risposta.
Il commissario De Candia
non amava molto le chiacchiere. Dopo anni che frequentava il suo bar, Tonio
aveva imparato a rispettare la
riservatezza di quell’uomo che comunicava l’essenziale con gli occhi e
che evitava ogni parola superflua.
L’articolo di spalla
rimandava la notizia alle pagine interne della cronaca dove ampio spazio era
dedicato all’assassino con il coltello in mano, come il giornale aveva definito
l’omicidio che il barista gli aveva segnalato.
C’era una foto della
vittima. Una certa Emma Pirastu, di anni ottantaquattro. Una bella signora,
osservò De Candia. Distinta, dal viso intelligente, forse un’insegnante in
pensione oppure un’impiegata.
Era stata uccisa, in un
quartiere residenziale di Cagliari, dal nipote, un quasi trentenne, di cui si
riportavano soltanto le iniziali.
L’assassino era stato
colto in flagranza di reato con il coltello ancora in mano, grondante del
sangue della zia, che giaceva esanime ai suoi piedi in cucina. I Carabinieri
della Polizia Giudiziaria, coordinati dal procuratore capo Bartolomeo Gessa,
intervenuti prontamente sul posto dietro segnalazione di una dirimpettaia,
allarmata dalle urla disumane della povera vittima, avevano
risolto a tempo di record il caso, assicurando l’assassino alla giustizia, commentava la capo redattrice
della cronaca nera, Maria Carla Coseno.
Il commissario si sentì
prudere il naso. Aveva sempre sentito dire che il prurito al naso poteva
significare due cose alternativamente, soldi in arrivo oppure colpi. Ma il suo
era un naso da sbirro e spesso gli prudeva quando leggeva qualcosa che non
quadrasse. Oppure quando stava per imbattersi in qualcosa di importante e di
risolutivo. Gli succedeva talmente spesso che ormai non ci faceva quasi più
caso. In quell’occasione poteva perfino trattarsi di un po’ di zucchero a velo,
finito dal croissant sul suo naso. Ci strofinò sopra un tovagliolo, mentre si
detergeva le labbra da eventuali segni della colazione e si alzò in piedi.
continua...
martedì 21 dicembre 2021
Il commissario e l'avvocato-40
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«Anche io volevo dirvi qualcosa»
intervenne il commissario ridendo alla battuta «Sono
stati fatti due prelievi con il bancomat della signora Emma Pirastu! Tutti e
due da 500 Euro, il massimo consentito: uno è di domenica sera, effettuato a
Cagliari; l’altro è di lunedì, ore cinque del mattino, e risulta fatto a
Iglesias. Poi la banca, appresa la morte della sua cliente dai giornali, ha bloccato il conto»
«Forse il cerchio si stringe per davvero
attorno al nostro uomo!» ribadì l’ispettore
Zuddas.
«Può darsi»
replicò il commissario. Ma la richiesta di emissione di un ordine di cattura
forse è ancora prematuro. Se avessimo qualche altra prova. «Avete
saputo qualcosa su quei gioielli? »
«Io ho fatto un po’ di giri dai vari compro
oro e da alcuni ricettatori che a volte
ci danno una mano: nessuno sa niente. I compro oro, che registrano tutto, non
hanno visto niente, mentre i ricettatori mi hanno detto che, difficilmente uno di loro, accetterebbe refurtiva proveniente da un
furto di sangue» disse il sovrintendente,
riferendosi al fatto che ai ricettatori non sfuggiva che i gioielli risultavano rubati in una casa
dove era stato commesso un omicidio.
«Io ho chiesto a Carbonia, ma mi hanno
detto che per piazzare certa refurtiva tutti vanno a Iglesias o, addirittura, a
Oristano e perfino a Nuoro. Però si riferivano ai preziosi rubati a Carbonia…»
disse l’ispettore Zuddas. «O magari ai preziosi
rubati dai ladri di Carbonia…» aggiunse Zuddas, quasi
continuando il suo discorso precedente.
«Facciamo
così» disse
il commissario chiudendo il fascicolo e mettendoselo sottobraccio. «Io
adesso vado in Procura. Voglio sentire il parere del procuratore su un
eventuale mandato di cattura nei confronti di
Andrea Picciau; se come penso il procuratore capo mi dirà di no,
proseguiamo nelle indagini sulla ricerca di altre prove. Io mi occupo
personalmente delle indagini da fare a Iglesias, tu Zuddas vedi se riesci a sapere qualcos’altro
da Carbonia e tu Farci insisti con Cagliari, Quartu e Hinterland. Qualcosa mi
dice che stiamo per chiudere il caso.”»
«Laqueo
captus vulpes!» sentenziò l’ispettore.
Il
commissario li salutò per andare in procura, mente i due si sbeffeggiavano a
vicenda, polemicamente.
Il
commissario sorrise tra sé. Sapeva che di lì a poco, sarebbero andati al bar a
far pace.
