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martedì 5 luglio 2022

La polizia di Cagliari indaga-3

 

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Il sabato mattina, il commissario De Candia era solito recarsi al mercato di San Benedetto per acquistare pesce fresco. Era un’abitudine che aveva da quando era andato ad abitare in via Monteverdi con sua moglie. Vi si recava a piedi, percorrendo via Pergolesi e poi un tratto di via Cocco-Ortu, sino al più importante mercato cagliaritano di pesce, carne e generi alimentari al dettaglio.

Per non rinunciare alla sua consueta passeggiata decise che sarebbe arrivato sino a via Giudicessa Adelasia per il sopralluogo che si era ripromesso di fare nell’appartamento dove era avvenuto l’ultimo omicidio a lui assegnato dalla Procura. Da lì, risalendo su via Baccaredda, si sarebbe facilmente ricongiunto al mercato di San Benedetto, dove si vendeva il pesce più fresco e più vario del capoluogo regionale sardo.

Il sopralluogo gli aveva fatto balenare alcuni spunti, sicuramente utili per le indagini sull’omicidio della povera Emma Pirastu. Come d’abitudine aveva redatto un pro-memoria su un foglietto volante. Più che altro delle annotazioni con dei punti esclamativi oppure interrogativi, a seconda che fossero dei punti fermi, oppure rappresentassero dei dubbi, o magari entrambe le interpunzioni qualora non fosse ancora convinto della loro natura. Tutto materiale grezzo che avrebbe dovuto rielaborare nell’intimità del suo ufficio, dopo averci pensato e riflettuto per un po’ di tempo.  Camminava assorto e ripensava ai punti cruciali di quello strano omicidio, cercando di ricomporre mentalmente un mosaico ancora confuso, e stava quasi per andare a sbattere contro l’ultima persona che mai avrebbe immaginato di incontrare quella mattina. Anche perché quella voce conosciuta lo richiamò alla realtà in maniera formale e giocosa nello stesso tempo.

«Commissario De Candia? Come mai da queste parti?»

L’avvocato Luisa Levi lo guardava, nel suo elegante tailleur in tinta unita, quasi canzonandolo, forse per mascherare la stessa emozione che in quel momento l’aveva pervasa all’improvviso.

«Luisa! Sei proprio tu?» riuscì appena a dire il commissario.

«Certamente. Non mi riconosci? Sono cambiata così tanto, in così poco tempo? Cosa fai da queste parti?» disse quasi a raffica il brillante avvocato. I due si guardarono negli occhi per un lungo, interminabile istante. Il commissario non la ricordava così tanto alta da poterlo quasi guardare diritto all’altezza degli occhi. Forse indossava dei tacchi. O magari era lui che credeva di essere più alto del suo modesto metro e settanta.

Lo sbirro che era in lui lo aiutò a vincere l’emozione e a riacquistare il suo sangue freddo.

«Sono qui per motivi professionali» rispose senza sbilanciarsi.

«Davvero?» chiese ancora l’avvocato squadrandolo sospettosa. «Oggi però è sabato, non dovresti essere al mercato di San Benedetto?» aggiunse ben conoscendo le abitudini del commissario.

«Infatti mi stavo recando proprio lì quando mi sono sentito chiamare. Tu piuttosto? Chi non muore si rivede.» Non voleva sicuramente essere un rimprovero, anche se la donna sembrò interpretarlo come tale.

«Hai ragione. Penso di doverti delle spiegazioni» disse cambiando tono e atteggiamento.

«No, nessuna spiegazione, davvero» si schermì il commissario. «Il piacere di averti incontrato è così grande che non vorrei sciuparlo con delle spiegazioni!» le disse con trasporto Santiago De Candia. Con quella donna, su un piano strettamente personale, non voleva indossare alcuna maschera di finzione.

L’avvocato sembrò colpita da quelle parole. Al commissario parve quasi che arrossisse.

sabato 25 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-22

 


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Al mattino, mentre si recava al mercato civico di San Benedetto, per il suo  consueto shopping alimentare del sabato mattino,  era passato davanti a un negozio di fiori e aveva vinto i suoi dubbi e le sue ritrosie. Le aveva mandato quindici rose rosse (dodici erano pari e non andava bene, gli aveva detto il fioraio; e tredici non andavano bene a lui; ) con un invito per il matinèe al teatro dell’opera, dove andava in scena, il giorno dopo,  la Carmen di Bizet.

«Volevo ringraziarti anche per l’invito a Teatro che accetto ben volentieri!» aggiunse Luisa Levi, tornando al suo consueto tono di voce, squillante e professionale, che al commissario piaceva comunque tanto.

«Benissimo. Allora ci vediamo domani! Passo a prenderti  alle 17,30!»

«D’accordo. Ma se la giornata lo consente, sarebbe bello andare a piedi. Da casa mia è sufficiente attraversare il Parco della Musica e siamo subito a Teatro!»

«Va bene. Parcheggerò nei dintorni e poi andremo a piedi!»

«Trattandosi di un matinée non penso di mettermi in abito da sera…»

Il commissario rifletté solo un attimo. L’avvocato Levi non parlava mai soltanto per parlare.

«Tranquilla, non mi metterò lo smoking! Forse un abito beige, addirittura..»

«Buono a sapersi!» commentò Luisa Levi soddisfatta. E subito dopo aggiunse:

«Com’è andata la riunione del venerdì?»

«Bene! Domani ti dirò» rispose il commissario che non amava intrattenersi troppo al telefono, neanche con una persona speciale come lei.

«Anche io ho delle novità  in proposito…» disse lei a sua volta.

«Non vedo l’ora di sentirle e non vedo l’ora di vederti!» si sbilanciò il commissario, per farle capire, ma con il dovuto garbo, che avrebbe preferito parlarne di persona.

Lei capì al volo e dopo qualche altro convenevole di prammatica si salutarono.

Il commissario voleva godersi ancora un po’ il suo confortevole divano; si preparò un caffè, mise un disco della Carmen e dopo aver recuperato il libretto che venti anni prima aveva acquistato al teatro in occasione della regia che il grande Peter Brook aveva curato per quell’opera all’anfiteatro romano, ormai chiuso agli spettacoli da anni, si dedicò alla lettura del libretto. Gli serviva da ripasso, ma gli sarebbe stato utile qualora la sua accompagnatrice si fosse voluta confrontare con lui su quell’opera così densa di sentimento e di passione.

La sua accompagnatrice, all’indomani, si mostrò alquanto preparata. Si era vestita con una  gonna plissettata color ocra, al ginocchio e un maglioncino nero, a maniche corte, sui spiccava un filo di perle bianche. Una giacca in tinta con la gonna e una pochette rossa, a tracolla,  abbinata nel colore  alle scarpe tacco dieci,  completavano la sua mise elegante.

Il commissario ebbe da ridire sulla regia, che aveva ambientato la vicenda negli anni trenta del secolo ventesimo, invece di adeguarsi all’ambientazione originale, che retrodatava a oltre un secolo precedente. Luisa lodò come  apprezzabile  lo sforzo registico, definendolo un tentativo apprezzabile di svecchiare l’opera.

martedì 21 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-18

 



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Capitolo Settimo 

L’indomani era venerdì e come ogni settimana, alle dieci in punto, si tenne la riunione del team operativo della squadra omicidi capitanata dal commissario Santiago De Candia.

Il commissario faceva sempre in modo che il numero dei fascicoli non superasse mai il numero di sei, massimo sette, tra nuove acquisizioni che arrivavano  e vecchi fascicoli che tornavano in procura per l’archiviazione. Ma anche per la proroga semestrale delle indagini ovvero per il rinvio a giudizio dei diversi indagati, a secondo di quello che reputassero  più opportuno i vari procuratori titolari delle indagini, fossero essi sostituti o capi procuratori.

La mattinata di lavoro iniziò con l’analisi del fascicolo dei due fratelli uccisi a Settimo San Pietro. L’evento criminoso si inseriva in una faida che durava da oltre mezzo secolo e le indagini erano in completo stallo. Impossibile rompere quel muro di omertà che si ergeva attorno a queste vendette, che finiscono quasi per diventare un fatto privato delle famiglie in guerra. Probabilmente ci sarebbe stato, tra qualche mese o tra qualche anno, un’altra vendetta, e la catena della faida si sarebbe allungata ancora con il sangue di nuove vittime. «Ci vorrebbe l’occhio del Padreterno, come per Caino e Abele!» disse sconsolato l’ispettore Zuddas che si era buttato anima e corpo nell’indagine, e quel mondo agropastorale lo conosceva abbastanza, essendo stato sposato con la figlia di un possidente allevatore di bestiame del quale, in realtà, non era mai riuscito a penetrare la complessa personalità fatta di codici d’onore, di usi e costumi tanto arcaici, quanto barbari che lui non condivideva di certo.

La squadra era stata più fortunata nel caso della prostituta strangolata. Il sovrintendente Farci era riuscito a mettere il sale sulla coda a un protettore che tentava di farsi largo a discapito di altri suoi colleghi. Un lenone emergente e rampante, lo aveva definito l’ispettore con una delle sue mirabili pennellate letterarie tratte dal suo infinito repertorio latino, mandando su tutte le furie il sovrintendente Farci, ma facendo sorridere nascosto dai baffi, il commissario De Candia.

Del corpo privo di arti e restituito dal mare erano ancora in attesa delle analisi dell’istituto di anatomopatologia e di qualche riscontro dalla banca dati del DNA.

I due collaboratori del team relazionarono a turno sugli altri tre casi che parevano in dirittura di arrivo, pronti per essere restituiti alla procura per la chiusura delle indagini. In particolare il sovrintendente Farci era riuscito a scovare il matricida, indagando nel mondo dei tossicodipendenti. Ma non era stato tanto difficile, aveva spiegato  relazionando ai suoi colleghi più anziani perché anche nel mondo della droga esiste un codice d’onore che condanna senz’appello chiunque osi toccare la mamma. E che comunque, in quel giro, si trova sempre qualcuno che, in cambio di un trattamento di favore o di una promessa, è pronto a tradire uno che, oltre ad avere ucciso la propria madre, ha attirato sul loro mondo quelle indesiderate attenzioni che la Giusta e la Pula dedicano ai casi di omicidio, considerati intollerabili e perseguiti con maggiore severità, rispetto al semplice, piccolo  spaccio, fatto dai tossici per procacciarsi la roba necessaria a tacitare il loro terribile vizio di tossicodipendenza.

sabato 4 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-4

 


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Gli avventori del bar di Tonio sembravano scatenati.

«Com’era possibile? »

«Ma dove arriveremo, se si liberavano perfino gli assassini colti in flagranza di reato? »

«Possibile che la giustizia abbia reso le armi di fronte alla delinquenza? »

«L’Italia è ormai un paese senza speranza.»

Il commissario uscì dal bar con un senso di liberazione. Un altro po’ e ci sarebbe stata, ne era certo,  l’immancabile invocazione all’Uomo Forte. Il Risolutore, un uomo soltanto al comando, capace di raddrizzare le storture di una democrazia fasulla e, magari, di fare arrivare i treni in orario!

Ma la vera sorpresa arrivò a mezzogiorno, quando l’ispettore Zuddas e il sovrintendente Farci, i due più stretti collaboratori di Santiago De Candia nella squadra omicidi della questura di Cagliari,  fecero capolino nel suo ufficio con un fax della procura!

«Appena giunto via fax dalla procura generale, commissario!» disse trafelato l’ispettore Zuddas, allungando un foglio di carta lucida.

«Che cos’è?» chiese il commissario prendendo il foglio ma guardando i suoi collaboratori in segno di saluto.

«È una convocazione per il conferimento della delega alle indagini per l’omicidio di via Giudicessa Adelasia!»

«O dell’assassino con il coltello in mano che dir si voglia!» intervenne il sovrintendente Farci in tono polemico.


«Caspita! Niente di meno!» esclamò Santiago De Candia, che tutto s’aspettava quella mattina, meno che l’arrivo di quella convocazione.

«Come al solito, dopo la gloria farlocca e i pasticci grandiosi, a chi spetta rimediare?» insisté il sovrintendente Farci, che ce l’aveva sempre con i colleghi della giudiziaria che lui chiamava di- spregiativamente gli scalda sedie del Palazzo.

«Beh, consolati pensando che evidentemente, lassù in procura, ci devono apprezzare parecchio!» disse sornione il commissario, che conosceva il carattere pessimista del suo valido collaboratore.

«Vabbè, se vogliamo dire per forza che il bicchiere è mezzo pieno…» concesse con scarsa convinzione il sovrintendente, che apprezzava tanto il suo superiore, quanto denigrava quelli del Palazzo. Tanto più se appartenenti ai rivali Carabinieri.

«Ad poenitendum properat, cito qui iudicat!» sentenziò pronto l’ispettore Zuddas, che aveva un vasto repertorio di massime latine, retaggio dei suoi studi classici, precocemente interrotti.

«Mio nonno diceva sempre che la gatta frettolosa fece i gattini ciechi!» disse il Santiago De Candia, che si divertiva un mondo per la reazione che suscitavano queste massime latine nel sovrintendente, che le detestava apertamente. Nondimeno cercava sempre, più che di tradurle, di trasmettere al sovrintendente il senso di quello che Zuddas intendesse dire, affinché Farci non si sentisse del tutto escluso.

Ma in realtà era un gioco delle parti, frutto della loro ordinaria interazione, quasi come due innamorati in cerca di un pretesto per litigare e potere poi fare pace.

«Ma perché non parli come mangi?» protestò infatti il sovrintendente Farci all’indirizzo del collega.

«Sarà meglio che vada subito in procura!» disse il commissario alzandosi, dopo aver dato uno sguardo al fax e averlo riposto in una cartella intestata alla sezione omicidi.

«Viene con noi al bar per un aperitivo, commissario?» chiese l’ispettore Zuddas.

«No grazie. Un’altra volta magari. Non vorrei che il procuratore, nel frattempo, lasciasse l’ufficio!»

«Di sicuro non andrà a farsi intervistare!» disse il sovrintendente Farci, riferendosi al fatto che il procuratore capo si faceva intervistare soltanto per annunciare la risoluzione di casi giudiziari di vasta eco mediatica che spesso, però, finivano nelle loro mani per una più attenta risoluzione investigativa.

Santiago De Candia interpose un sorriso di intesa e si avviò verso l’uscita.

«Et cave canem!» gli gridò dietro l’ispettore, prendendo a braccetto il collega per guidarlo verso il bar.

Il commissario si voltò e li salutò con un cenno della mano.  

Come ogni giorno a Cagliari, dopo mezzogiorno, si era levata una brezza leggera dal mare. De Candia si coprì la bocca con la sua immancabile sciarpa rossa.  Di seta leggera o di lana pesante,  se ne privava soltanto per andare al mare o quando indossava la tuta da ginnastica. Si sistemò i baffi e i capelli, già spruzzati di grigio ma entrambi ancora folti e si diresse con passo deciso in direzione del Palazzo di giustizia.

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giovedì 2 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-2

 


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Mentre pagava alla cassa colse distintamente alcuni commenti dei clienti di Tonio.

-           “ Ma cosa aspettano a reintrodurre la pena di morte? 

Ancora senza vedere in viso chi parlava, udì i commenti che seguirono:

 - “Magari! Invece lo dovremo mantenere per chissà quanti anni in carcere, servito e riverito!”

-           “ Non ti preoccupare!” – disse una terza voce- “ Con un bravo avvocato, nel giro di cinque, massimo sette anni, sarà già fuori; pronto ad ammazzare qualcun altro!”

-           “ Non esageriamo!” – replicò la prima voce – “L’hanno preso con il coltello in mano! Non so se realizzi?”

-           - “ E’ come se l’avessero preso con la Colt fumante!” – lo appoggiò la seconda voce.

-           “ Sapete cosa vi dico?” – disse la terza voce che non sembrava voler retrocedere; anzi, intendeva spingersi ancora più avanti nella sua tesi. – “ Un bravo avvocato sarebbe perfino capace di farlo assolvere!”

-           “ Boom!”- esplose una quarta voce che forse apparteneva a un romano, o a un forestiero.

-           – “ Mo’ gli danno pure una medaglia a ‘st’assassino col coltello in mano!”

Grato che nessuno gli avesse chiesto un parere, il commissario, dopo aver pagato, uscì e si accese una sigaretta.

Non c’era niente di più stressante che un processo sommario, fatto fuori dalle aule di un tribunale, pensò il commissario avviandosi verso la sede della Questura. Come certi programmi televisivi che andavano di moda, infarciti di sedicenti  esperti e improvvisati criminologi, dove si ricostruivano i processi più eclatanti e recenti che, a prescindere dalla loro evidente e oggettiva complessità, non sembravano trattenere  il pubblico da giudizi tanto sommari e superficiali, quanto azzardati e fuori luogo.  

Neanche il tempo di finire la sigaretta e fu subito arrivato in Questura. L’edificio che la ospitava si trovava proprio dietro il Palazzo di Giustizia, come se i redattori del Piano urbanistico avessero voluto farne un presidio di protezione e retroguardia.

Il commissario spense la sigaretta sotto il piede prima di imboccare la scalinata in travertino che portava all’interno della Questura. 

Il piantone lo accolse accennando un saluto militare.

Il suo ufficio era al primo piano, e le ampie finestre si affacciavano proprio su uno degli ingressi secondari del Palazzo di Giustizia; sulla sinistra era visibile anche l’ingresso delle ex scuole magistrali, che adesso ospitavano il liceo socio-pedagogico, o qualcosa del genere.

Ripose i giornali in un cassetto della scrivania e si accomodò nella sua poltrona.

Sei nuovi  fascicoli con altrettanti casi di omicidio, recenti e ancora da risolvere,  lo aspettavano sul ripiano della scrivania: i due fratelli trovati morti nelle campagne di Settimo San Pietro; la prostituta strangolata sul litorale di Giorgino; un corpo privo di arti e mutilato dalla voracità dei pesci restituito dal mare; il matricidio, probabilmente ad opera  di un tossico esasperato dall’astinenza e dalla mancanza di soldi per acquietarla, che però si era dileguato chissà dove e due ennesimi  femminicidi, probabilmente già chiusi: uno con il suicidio del marito colpevole, l’altro con la costituzione dell’autore che si era autoaccusato dell’omicidio.

Nella consueta riunione settimanale del venerdì, si era deciso coi suoi collaboratori, l’ispettore Zuddas e il sovrintendente Farci, di cominciare a svolgere delle indagini, raccogliendo  un po’ di dichiarazioni a sommarie informazioni e altre prove per ricomporre le vicende criminose in un quadro investigativo coerente e comprensibile.

Prima del vertice con il Questore, a cui partecipavano tutti i capi sezione, che si teneva a fine mattinata, ogni ultimo lunedì del mese, aveva a disposizione un po’ di tempo per riprendere in mano tutti e sei i fascicoli “caldi” (li definivano in questo modo, per distinguerli da quelli che ormai avevano superato i sei mesi che la legge assegnava agli inquirenti per svolgere le indagini; il termine ra prorogabile per altri sei mesi: dopo il fascicolo si raffreddava, e inevitabilmente finiva in una sorta di limbo, con buona pace della sete di giustizia delle povere vittime e anche dei colpevoli). 

Per ogni fascicolo prendeva degli appunti su dei fogli protocollo a righe;  quegli appunti costituivano ad un tempo il punto di partenza e l’approdo, tra un venerdì e l’altro, dello stato di svolgimento delle indagini; e si sarebbero arricchiti, strada facendo, non solo delle sue riflessioni, ma degli apporti delle indagini svolte sul campo dai suoi due più stretti collaboratori.

Tutto ciò, naturalmente, se non ci fossero state interruzioni e contrattempi.

Dopo il vertice con il questore e gli altri capi sezione prese la via del ritorno. Al pomeriggio si fermava nei giorni di martedì e giovedì, quando aveva il cosiddetto “rientro”.

Dopo la sua consueta siesta, che seguiva sempre il pranzo, almeno quando lo consumava in casa, come ogni  lunedì, si sarebbe recato a Iglesias,  a Casa Elvira, dove sua mamma aveva scelto di trascorrere la vecchiaia. 

 

sabato 14 maggio 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-19

 


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Capitolo Sesto

 

 

Il mercoledì successivo, mentre rientrava a casa dalla passeggiata nel Parco di Monte Urpinu, il commissario De Candia ricevette una telefonata.  La voce di Luisa, sempre calda e piacevole, gli comunicò di essere finalmente in possesso della chiave della cassaforte a muro della casa dell’omicidio, quella di quel ragazzo con il coltello insanguinato in mano.

 «Luisa, pensi che ci sia ancora la corrente elettrica in funzione?»

«Non lo so se qualcuno ha chiesto l’interruzione dell’energia elettrica. Io sono ancora a studio.»

«Allora rimandiamo a domani. Anche se io ho il rientro pomeridiano fino alle 18:00, ma a quell’ora c’è ancora luce e volendo potrei uscire anche un po’ prima.»

«Beh, io posso chiudere lo studio verso le 17:00 visto che non ho appuntamenti fissati dopo quell’ora.»

Si diedero appuntamento direttamente in via Giudicessa Adelasia per le 18:30, dopo i convenevoli di routine.

Santiago De Candia si chiese se un simile sopralluogo, effettuato con l’avvocato difensore dell’unico indiziato, fosse corretto da un punto di vista professionale. L’esame di procedura penale lo aveva sostenuto, all’università, parecchi anni prima e non ricordava, in quel momento, quale fosse l’esatto iter procedurale da rispettare. Considerò tra sé e sé che, per prima cosa, l’indiziato era stato comunque rimesso in libertà dal Tribunale. Poi, l’avvocato si era offerta di dare una mano per identificare il vero colpevole. E infine, per evitare complicazioni, non avrebbe mai fatto figurare ufficialmente quel sopralluogo. ‘Quod non est in actis, non est in mundo’, avrebbe detto il suo valido collaboratore, l’ispettore Zuddas. Dopo tutto, in coscienza, lui sapeva di non compromettere le sue indagini. Anzi, l’aiuto dell’avvocato Levi sembrava costituire persino un valore aggiunto per la soluzione del caso.

Il commissario aveva ripensato molto alla giornata di domenica. Da quando era morta la moglie, più di cinque prima, non aveva avuto storie particolarmente coinvolgenti. Soltanto Luisa lo aveva in qualche modo conquistato. Non era soltanto un’attrazione fisica, anche se l’avvocato Levi aveva un corpo sodo accompagnato da una intelligenza vivace come piaceva a lui. In realtà quella donna esercitava su di lui un fascino indefinibile. Da un lato, materno con quella sua avvolgente sicurezza femminile e quel suo seno florido e prosperoso. Però, sentiva che quella professionista abile e caparbia fosse alla ricerca, come tante donne, di un punto di riferimento o di un centro di stabilità. La sua sicurezza e la sua grinta erano autentiche, solide e profonde ma, non di meno, egli intuiva che la sua femminilità avesse bisogno di un elemento di completamento che non sconfinasse e non collidesse con la rivalità professionale e il confronto quotidiano e continuo. D’altronde, non era forse uguale per gli uomini? Non cercavano anch’essi una figura femminile che li completasse, dando loro stabilità, protezione, affetto?

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mercoledì 11 maggio 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-16

 

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E mentre procedevano verso la loro meta, Luisa Levi apprese, senza quasi mai interromperlo, come il nonno paterno del commissario, Nicola De Candia, giovane e brillante perito minerario barese, assunto dalle Miniere di Montevecchio degli Eredi Sanna, subito dopo la Grande Guerra si fosse insediato nel borgo minerario. E come, poco tempo dopo, avesse conosciuto a Buggerru, dove si era recato per assistere a uno spettacolo teatrale, una graziosa fanciulla, di nome Ines Orcel, che scoprì essere la figlia di un suo collega francese che lavorava per la Societé des mines de Malfidano, che a Buggerru aveva la sua sede operativa, e della quale si era innamorato praticamente a prima vista. E in che modo riuscisse a conquistarla, dopo serrata corte. Favorito in ciò da alcune conoscenze comuni che gli consentirono di vincere la diffidenza che il padre di lei nutriva verso i non francesi. E soprattutto aiutato dalla madre di lei, una donna spagnola della Estremadura, che in quei paesaggi selvaggi della Sardegna e in quel popolo chiuso e tenace, rivedeva probabilmente la sua terra d’origine e i suoi stessi avi. In realtà, il nonno del commissario, Nicola De Candia, di sardo aveva soltanto  l’amore e la riconoscenza verso la terra che lo aveva accolto, dandogli lavoro e rispettabilità.

Nella parte conclusiva del viaggio, proprio mentre il loro fuoristrada, lasciandosi Guspini alle spalle, cominciava a inerpicarsi sulla larga salita che conduce al vecchio borgo minerario, l’avvocato Luisa Levi inoltre  apprese  come dalla coppia fosse nato il papà del commissario, Salvatore De Candia. Il quale, dopo aver prestato il servizio militare, innamoratosi di una diciassettenne di nome Regina Serru, figlia di un guardiano minerario, già comandante della compagnia barraccellare guspinese, fosse passato nei ranghi della polizia di stato, trasmettendogli, congiuntamente al nonno materno, quella passione per l’ordine e la disciplina che Santiago aveva saputo rielaborare in quella sua maniera fantasiosa e originale che lo caratterizzava. Luisa aveva ascoltato la storia del commissario, come da piccola aveva imparato ad ascoltare le favole che il papà le raccontava prima di addormentarsi.

Erano da poco passate le undici quando il commissario parcheggiò la sua auto di fronte a un edificio che un tempo aveva ospitato il centro vitale dell’antico borgo minerario, con l’Ufficio Postale, la Caserma dei Carabinieri, lo Spaccio Aziendale e, poco più avanti anche il cinematografo. E dove adesso resisteva ancora un bar, in cui poterono rinfrescarsi prima di iniziare la passeggiata a piedi che Luisa accettò di fare con entusiasmo.

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domenica 8 maggio 2022

Le indagini del commissario Santiago De Candia-14

 

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-          - « Niente, niente!» – disse il commissario ancora ridendo. – «Non ti ho mai raccontato dei commenti che sento al bar dove faccio colazione al mattino?»

-          - « Forse sì!»- disse l’avvocato, sempre in tono semiserio –«ma sicuramente non con riferimento a questo caso»

-          - «Niente di cui tu ti debba preoccupare, cara Luisa; dico davvero!-» la tranquillizzò il commissario. – « Piuttosto, sai per caso se quel testamento è custodito in una cassaforte a muro, dietro un quadro della sacra famiglia, nel salottino  della casa della defunta signora Pirastu?»

-          -«Diavolo d’uno sbirro! Come hai fatto a indovinare?!» – esclamò sorpresa l’avvocato,  con un accento di ammirazione nella voce!

-          - « Be’, non ci voleva poi molto»– si schermì l’avvocato, comunque lusingato dall’ammirazione della sua compagna di viaggio.

-          «E sono anche certo che tu saprai indicarmi quali altri parenti potrebbero essere interessati, quantomeno in linea teorica, a questo testamento. O sbaglio?»

-          - “ No, non sbagli. La signora Emma era nubile e senza figli. Lei aveva una sorella, più giovane,  Anita, che un tumore si è portata via anzitempo;  ha lasciato due figli che vivono a Carbonia; aveva inoltre   un fratello, Angelo Pirastu, di cui Alessandro, il  mio assistito è figlio unico. Anche se non ci sono dei legittimari, senza il testamento,  l’ingente patrimonio della defunta andrebbe diviso tra il fratello Angelo e i due nipoti di Carbonia, che subentrerebbero alla madre per rappresentazione. Invece, grazie al testamento verrebbero esclusi, sia i due nipoti di Carbonia, sia il papà del mio assistito, che però è semi paralitico, pur essendo parecchio più  giovane  della defunta sorella.

-          “ Stai dicendo che gli unici sospettabili sono in realtà i due nipoti di Carbonia?

-   


       “ Io non ho detto niente! Lo sbirro sei tu, mica io!” – disse l’avvocato in maniera simpatica, ma mettendosi subito sulla difensiva.

-          “ Be’, potrebbe trattarsi anche di un furto finito male, nel senso che magari il ladro ha reagito d’impulso, dopo essere stato scoperto.”

-          - Certo, ci ho pensato anche io, però c’è una cosa che mi ha sorpreso: come mai,  mi sono chiesta,  questo ipotetico  ladro ha sferrato  ben tre colpi alla vittima? Perché accanirsi così sulla vittima?” – L’avvocato si fermò come se volesse dare il tempo al commissario di rispondere, ma il commissario si limitò ad annuire, chiedendole di continuare. “- al di là di questo, anche per me  sono le uniche due spiegazioni alle quali sono pervenuta; ma non saprei dire quale delle due sia la più probabile; io so soltanto che il mio assistito è super innocente! Di questo soltanto sono certa”.

-          Il commissario non rispose. Sapeva bene che se anche, per ipotesi, un cliente confessa la sua colpevolezza, all’avvocato è inibito di rivelarlo; pena la radiazione dall’albo degli avvocati.

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mercoledì 6 aprile 2022

Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-42


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«E’ presto detto!» disse l’ispettore «mercoledì sono andato nella comunità di recupero dove il Picciau è sottoposto a un programma di recupero sotto il monitoraggio degli assistenti sociali e dei nostri colleghi di Carbonia e il direttore mi ha informato che risultava assente sin dal giorno precedente, martedì; ieri ho telefonato in comunità e agli assistenti sociali e di lui non sapevano niente; stamattina stessa mi ha chiamato un collega da Carbonia; il Picciau è formalmente irreperibile, se non addirittura evaso!»

«La sorella?» indagò il commissario.

«La sorella l’ho sentita, sempre mercoledì! Di questa sparizione del fratello non sapeva  niente. Ho capito che è un po’ succube dell’esuberanza negativa e della personalità  di questo fratello che, ai suoi occhi, considerando anche le altre cose che ho appreso su di lui, è una specie di angelo disceso agli inferi!»

«Ma questo non vuol dire che lui sia il nostro uomo!» intervenne con enfasi il sovrintendente Farci, forse per paura che il suo collega sparasse qualche altra massima latina dal suo sterminato repertorio.

«Tu cosa hai fatto con quel ladruncolo, sa Mantininca, ?» gli chiese il commissario  con il  suo consueto stile, teso sempre a dare il massimo risalto e una grande importanza al lavoro dei suoi collaboratori.

«Sono stato da lui martedì mattina, nella carrozzeria del cognato, dove sta lavorando da quando è uscito dal carcere! Ho anche verbalizzato qualcosa: è stato proprio questo cognato,  un certo “Bomboletta”, titolare della carrozzeria, a ricordare come  all’ora dell’omicidio fossero alla partita insieme. Ho controllato il loro alibi: è confermato praticamente da tutta la curva   nord della stadio S. Elia!» rispose il sovrintendente consegnando una relazione e il verbale a sommarie informazione firmato da lui e da Mantininca, ritrascritto al PC. «E’ tutto scritto qua!» concluse consegnando i fogli al commissario.

 

«Mi pare che questa pista sia da escludere; almeno al momento!» commentò il commissario riponendo i documenti del Farci nel fascicolo e aggiungendoli all’indice che andava compilando, mano a mano che  esso cresceva di volume.

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domenica 27 marzo 2022

Un'indagine al di là di ogni evidente apparenza-32

 


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Il sabato pomeriggio, verso le 16,30 il commissario Santiago fu svegliato dalla vibrazione del suo cellulare. Il suo rapporto con la tecnologia era stato da subito ambiguo, per non dire schizofrenico.

Finché aveva potuto,  aveva resistito con la sua macchina da scrivere Olivetti e senza cellulare. Poi, per amore di sua moglie, si era rassegnato a portare con sé un cellulare; e in ufficio era arrivata, obbligatoria e improrogabile, la nuova tecnologia informatica; e anche lui si era dovuto piegare all’uso del computer e degli altri strumenti informatici.

Erano  innegabili i vantaggi che la nuova frontiera tecnologica aveva portato con sé: la velocità della comunicazione via Internet, consentiva la trasmissione di documenti e messaggi scritti e vocali in tempo reale e in maniera diretta; la redazione dei documenti era agevolata dalla possibilità di correzioni multiple e contestuali, oltre che dalla eventualità di  redigere i nuovi documenti, partendo dai vecchi; e le informazioni viaggiavano alla velocità della luce da un capo all’altro del globo, comprese le informative tra le questure e tra queste e le direzioni generali del ministero; anche lo scambio di informazioni con le sezioni criminali estere (criminalpol, europol e quant’altro) era divenuto più diretto e immediato. Eppure, mentre si adeguava di buon grado a quella inarrestabile rivoluzione tecnologica, forse per un inconscio atteggiamento di autodifesa verso quei rinnovamenti troppo repentini e  incontrollabili, capaci di travolgere secoli, se non millenni, di abitudini acquisite, il commissario De Candia, si immergeva tuttavia,  in un mare di nostalgico romanticismo, dove il passato assumeva i contorni di una epopea di felicità ormai perduta.

Amava ripetere, al proposito, che per fortuna gli altri uomini erano diversi  da lui, altrimenti l’umanità si troverebbe ancora a vivere nelle caverne o tutt’al più nelle palafitte, procacciandosi il cibo con arco e frecce; e magari  avrebbe trascorso le notti d’estate sotto il cielo stellato, trasmettendo oralmente   fantastiche storie di magiche avventure, custodendo i segreti della scienza e della medicina dentro templi di pietra e adorando improbabili dei sotto la luna splendente.

Si trattava evidentemente di una iperbole, provocatoriamente assurda e indifendibile, ma c’era un fondo di verità in quei discorsi, emblematici di una personalità conservatrice e  riservata, quasi votata a un  monachesimo profano o a un eremitismo romantico.

E il suo cellulare non aveva suoni ma solo vibrazioni; quasi una rivalsa verso un mezzo al quale non voleva concedere uno spazio di intervento troppo ampio.

A pranzo si era cucinato delle orecchiette alle alici marinate e due triglie di scoglio alla livornese; il vino bianco e fresco lo avevano predisposto alla migliore siesta che si potesse desiderare in un pomeriggio di maggio. Il suo udito superfino avvertì la vibrazione, mentre le spire di sogni confusi si diradavano fugacemente.

«Sì?»

«E’ il commissario De Candia?» chiese una voce femminile che non sembrava del tutto sconosciuta.

«Sì!»

«Non la sapevo amante dell’opera!»

Adesso che  il suo cervello aveva ripreso a funzionare a pieno regime, riconobbe subito quella voce

«Luisa! Ma che piacere! Come stai?»

«Grazie per le splendide rose, Santiago!» disse la voce all’altro capo del telefono. Adesso il tono era passato dalla celia di prima, a una frequenza intima e sottile che penetrò profondamente nell’animo del commissario. «Meno male!» pensò, poco prima di dire a voce alta:

«Contento che ti siano piaciute!»

«Sono stupende!»

Il commissario percepì ancora nelle corde più intime del suo cuore, il sentimento e le vibrazioni che emanavano da quella voce.

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