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martedì 21 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-18

 



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Capitolo Settimo 

L’indomani era venerdì e come ogni settimana, alle dieci in punto, si tenne la riunione del team operativo della squadra omicidi capitanata dal commissario Santiago De Candia.

Il commissario faceva sempre in modo che il numero dei fascicoli non superasse mai il numero di sei, massimo sette, tra nuove acquisizioni che arrivavano  e vecchi fascicoli che tornavano in procura per l’archiviazione. Ma anche per la proroga semestrale delle indagini ovvero per il rinvio a giudizio dei diversi indagati, a secondo di quello che reputassero  più opportuno i vari procuratori titolari delle indagini, fossero essi sostituti o capi procuratori.

La mattinata di lavoro iniziò con l’analisi del fascicolo dei due fratelli uccisi a Settimo San Pietro. L’evento criminoso si inseriva in una faida che durava da oltre mezzo secolo e le indagini erano in completo stallo. Impossibile rompere quel muro di omertà che si ergeva attorno a queste vendette, che finiscono quasi per diventare un fatto privato delle famiglie in guerra. Probabilmente ci sarebbe stato, tra qualche mese o tra qualche anno, un’altra vendetta, e la catena della faida si sarebbe allungata ancora con il sangue di nuove vittime. «Ci vorrebbe l’occhio del Padreterno, come per Caino e Abele!» disse sconsolato l’ispettore Zuddas che si era buttato anima e corpo nell’indagine, e quel mondo agropastorale lo conosceva abbastanza, essendo stato sposato con la figlia di un possidente allevatore di bestiame del quale, in realtà, non era mai riuscito a penetrare la complessa personalità fatta di codici d’onore, di usi e costumi tanto arcaici, quanto barbari che lui non condivideva di certo.

La squadra era stata più fortunata nel caso della prostituta strangolata. Il sovrintendente Farci era riuscito a mettere il sale sulla coda a un protettore che tentava di farsi largo a discapito di altri suoi colleghi. Un lenone emergente e rampante, lo aveva definito l’ispettore con una delle sue mirabili pennellate letterarie tratte dal suo infinito repertorio latino, mandando su tutte le furie il sovrintendente Farci, ma facendo sorridere nascosto dai baffi, il commissario De Candia.

Del corpo privo di arti e restituito dal mare erano ancora in attesa delle analisi dell’istituto di anatomopatologia e di qualche riscontro dalla banca dati del DNA.

I due collaboratori del team relazionarono a turno sugli altri tre casi che parevano in dirittura di arrivo, pronti per essere restituiti alla procura per la chiusura delle indagini. In particolare il sovrintendente Farci era riuscito a scovare il matricida, indagando nel mondo dei tossicodipendenti. Ma non era stato tanto difficile, aveva spiegato  relazionando ai suoi colleghi più anziani perché anche nel mondo della droga esiste un codice d’onore che condanna senz’appello chiunque osi toccare la mamma. E che comunque, in quel giro, si trova sempre qualcuno che, in cambio di un trattamento di favore o di una promessa, è pronto a tradire uno che, oltre ad avere ucciso la propria madre, ha attirato sul loro mondo quelle indesiderate attenzioni che la Giusta e la Pula dedicano ai casi di omicidio, considerati intollerabili e perseguiti con maggiore severità, rispetto al semplice, piccolo  spaccio, fatto dai tossici per procacciarsi la roba necessaria a tacitare il loro terribile vizio di tossicodipendenza.

mercoledì 15 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-12

 

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«Chissà dove teneva la chiave di quella cassaforte, la povera signora Pirastu…» disse il commissario, quasi tra sé e sé.

«Il mio assistito mi ha detto che la teneva nel primo cassetto del comò, in camera da letto, tra la biancheria intima.»

«È uno dei primi posti dove ho cercato, ma non sono riuscito a trovarla, né lì né altrove. Ma mi sa tanto che la settimana prossima ci torno e cerco meglio» disse ancora il commissario sempre con quel tono distante, come se parlasse per conto suo.

«Se vuoi ci torniamo insieme. E l’apriamo con la chiave di Alessandro. Dammi soltanto il tempo di chiedergli di portamela in studio al più presto possibile.»

«Davvero ne ha una copia il tuo assistito? Caspita, questa sì che è una buona notizia! Mi evita un sacco di rogne di autorizzazioni per chiamare un fabbro e per fare scardinare la cassaforte!»

«Il mio assistito godeva della massima fiducia da parte della zia, al punto che la donna ultimamente aveva provveduto a fargli una delega sul conto corrente bancario dove le accreditavano la pensione e, spesso, lo incaricava di fare dei prelievi, per suo conto, direttamente in banca oppure con la carta del bancomat.»

Intanto, mentre parlavano, avevano lasciato la strada statale e si erano immessi in quella provinciale per San Gavino. Da lì, arrivati a Guspini, non sarebbero stati distanti da Gennas Serapis, altrimenti nota come Montevecchio, l’antico borgo minerario, dove c’era una parte significativa delle radici più recenti di Santiago De Candia.

E mentre procedevano verso la loro meta, Luisa Levi apprese, senza quasi mai interromperlo, come il nonno paterno del commissario, Nicola De Candia, giovane e brillante perito minerario barese, assunto dalle Miniere di Montevecchio degli Eredi Sanna, subito dopo la Grande Guerra si fosse insediato nel borgo minerario. E come, poco tempo dopo, avesse conosciuto a Buggerru, dove si era recato per assistere a uno spettacolo teatrale, una graziosa fanciulla, di nome Ines Orcel, che scoprì essere la figlia di un suo collega francese che lavorava per la Societé des mines de Malfidano, che a Buggerru aveva la sua sede operativa, e della quale si era innamorato praticamente a prima vista. E in che modo riuscisse a conquistarla, dopo serrata corte. Favorito in ciò da alcune conoscenze comuni che gli consentirono di vincere la diffidenza che il padre di lei nutriva verso i non francesi. E soprattutto aiutato dalla madre di lei, una donna spagnola della Estremadura, che in quei paesaggi selvaggi della Sardegna e in quel popolo chiuso e tenace, rivedeva probabilmente la sua terra d’origine e i suoi stessi avi. In realtà, il nonno del commissario, Nicola De Candia, di sardo aveva soltanto  l’amore e la riconoscenza verso la terra che lo aveva accolto, dandogli lavoro e rispettabilità.

lunedì 13 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-10

 

«Che tipo è questo nipote?» chiese invece all’avvocato.

«Mah! In questo frangente non saprei davvero definirlo bene. È molto spaventato, oltre che dispiaciuto per il brutale assassino di una persona alla quale era sinceramente legato, che gli voleva bene e che perfino lo sovvenzionava generosamente, in cambio dell’aiuto disinteressato che lui le prestava con entusiasmo e con sincero affetto.»

L’avvocato fece una breve pausa, ma si intuiva chiaramente il suo desiderio di  continuare a parlare, quantunque non sapesse bene cosa dire.

«Posso dirti una cosa strettamente riservata!»

Il commissario si sentì prudere il naso. Questo succedeva quando nell’aria c’era una notizia su cui esercitare la massima dell’attenzione. O perché era in vista un inganno, oppure perché stava per venire a conoscenza di qualcosa di importante. Era il suo naso da sbirro a suggerirglielo e il suo naso difficilmente sbagliava.

«Certo, parla liberamente!» la incoraggiò il commissario, continuando a guidare.

«Io te la dico, ma devi promettermi che non la userai mai contro il mio assistito, qualunque cosa accada!» ribadì ancora l’avvocato Levi.

Anche lei aveva un alto senso del segreto professionale e forse, in fondo si era già pentita di avere fatto l’offerta. Ma ormai sembrava tardi per tornare indietro.

Il commissario restò interdetto, tra dubbi e curiosità! L’informazione riservata lo incuriosiva, e poi poteva essere utile per le sue indagini. Come privarsene? D’altro canto, però, non sarebbe mai venuto meno ai suoi doveri di sbirro, su questo non aveva dubbi. Credeva nel suo lavoro sino in fondo e non lo avrebbe mai disatteso. Risolse pensando che quell’avvocato, quel diavolo in gonnella, non gli avrebbe mai rivelato un segreto che potesse danneggiare il suo assistito, che oltretutto, a parere suo, nonostante le osservazioni capziose dell’ispettore Zuddas, era completamente innocente.  Decise di fidarsi e dopo essersi passato una mano sul naso che gli prudeva rispose di sì, che non avrebbe mai usato quella confidenza contro il suo assistito.

«Promessa di sbirro?» ribadì ancora l’avvocato, a metà tra il serio e il faceto, sapendo bene come il commissario fosse fiero e orgoglioso di essere un poliziotto con una parola ferma e fidata.

«Parola di sbirro!» le confermò porgendole l’indice della mano destra per sigillare la promessa.

L’avvocato strinse forte l’indice con il suo.

«Il mio assistito mi ha confidato che la zia lo aveva nominato erede universale con un testamento!» aggiunse subito.

Questa sì che è una notizia bomba, pensò il commissario.

«Meno male che gli avventori del bar di Tonio non lo sanno! Altrimenti scoppierebbe una mezza rivoluzione!» celiò invece, cercando di sminuire l’effetto che aveva prodotto su di lui quella notizia.

«Chi sono questi avventori e che cos’è questa storia della rivoluzione?» chiese l’avvocato divertita, ma con un tono lievemente preoccupato.

domenica 12 giugno 2022

Il commissario De Candia indaga-9

 


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Capitolo Quinto

Alle nove e mezza in punto il fuoristrada del commissario De Candia si fermò in via Torbeno, all’altezza corrispondente al numero civico che figurava nel bigliettino che la sua amica gli aveva dato il giorno prima. L’avvocato Levi comparve subito davanti all’ingresso. Indossava dei pantaloni neri e un comodo giubbotto in pelle ben sagomato, chiuso in alto da un foulard dai colori vivaci. Ai piedi calzava scarpe con il tacco basso. Una capiente borsa e un capello a larghe falde completavano il suo abbigliamento. Santiago la vide più che mai affascinante, ma si limitò a un saluto affettuoso e compassato.

Quando furono sulla strada statale 131, la storica arteria che ancora collega Cagliari e Sassari, denominata Carlo Felice, in onore del monarca sabaudo che per primo volle collegare le due principali città del suo regno, Luisa Levi, dopo i convenevoli di rito, chiese come fosse andato il sopralluogo del giorno prima in via Giudicessa Adelasia.

Il commissario Santiago ci aveva pensato prima di addormentarsi e ne approfittò per esprimere a voce alta alcuni dei dubbi che gli erano sorti. Di solito non parlava mai con nessuno, al di fuori della Questura, delle indagini che erano in corso. Al riguardo la sua riservatezza era pressoché totale. Ma con l’avvocato era diverso. In qualche modo le ricordava sua moglie. Aveva imparato a fidarsi di lei e in nessun modo sentiva di venir meno al suo dovere di mantenere il dovuto riserbo professionale. Anzi, il suo istinto di sbirro lo induceva a ritenere che un confronto con quella donna potesse essere utile allo sviluppo delle sue indagini.

«Mi chiedevo da dove possa essere entrato l’assassino» disse affrontando uno dei dilemmi che lo avevano tenuto occupato la sera precedente, prima di addormentarsi. «A parte la possibilità che sia stata la vittima ad aprirgli la porta per ingenuità o per conoscenza del suo assassino, non so proprio che dire. Ispezionando la casa ho pensato che una via di accesso clandestino possa essere stato dalla mansarda. Infatti, lì ci sono due lucernari, con apertura a ribalta. Entrambi li ho trovati aperti. Ma mentre uno era fissato con l’apertura per la ventilazione, che consiste nell’appoggio del telaio a una levetta a scomparsa, estraibile ad angolo retto per il fissaggio, l’altra era semplicemente appoggiata al telaio, come se qualcuno l’avesse aperta per entrare, o magari anche per uscire, e non l’avesse risistemata. E questo secondo lucernario, per combinazione, è proprio quello che consente l’immissione nei tetti circostanti, mentre l’altro guarda nel vuoto, esattamente dalla parte opposta!

«Mmm» fece l’avvocato riflettendo. «Io purtroppo non ho potuto ispezionare la casa, che come tu sai bene è ancora sotto sequestro. Però il mio assistito, quando ho affrontato lo stesso problema con lui, mi ha descritto questa mansarda, confermandomi che su incarico della zia, era stato lui, all’inizio della primavera, ad aprire in modalità ventilazione i due lucernari, altrimenti chiusi durante la stagione delle piogge. Io purtroppo non ho avuto neppure l’accesso agli atti di indagine, ancora secretati, ma mi chiedevo se i Carabinieri che hanno proceduto all’arresto abbiano fatto un sopralluogo nella casa prima di mettere i sigilli»

«Purtroppo dai verbali non risulta alcun sopralluogo ai locali della mansarda!»

«Eh già!» interloquì l’avvocato in maniera polemica. «Erano talmente sicuri di aver chiuso il caso che non hanno pensato altro che ad arrestare il povero nipote della signora Emma e a farsi intervistare e fotografare a destra e a manca!»

Il commissario sorrise, pensando che questa battuta sarebbe piaciuta molto a uno dei suoi collaboratori, che non perdeva occasione per criticare l’ossessione mediatica e la superficialità di certi settori della polizia giudiziaria.