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giovedì 2 dicembre 2021

I Thirsenoisin - 5

 

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Il sole cominciava ad abbassarsi verso occidente quando il veloce barchino toccò il porto di Nora. Mandis pagò quanto concordato con il timoniere per il  passaggio e si mise subito in marcia per raggiungere la casa del suo amico mercante. La casa di Gairo sorgeva imponente su una piccola altura, a circa mezz’ora di strada  dal porto. Mandis decise che camminare gli avrebbe giovato. Sulla strada non poté fare di osservare come la città fosse cambiata in meglio. Dall’ultima volta che ci era stato sembrava ancora più grande e più bella. Le grandi case  immerse tra i palmeti, lungo il tragitto che dal porto conduceva alla sua destinazione, si erano moltiplicate; e poteva osservare che fossero in corso la costruzione di numerose altre case, ancora più grandi e belle. Eppure difficilmente avrebbero potuto eguagliare la magnificenza della casa di Gairo. Gli architetti che l’avevano disegnata, dirigendo poi i lavori di edificazione, si erano veramente superati. Più che una casa era una villa, dotata di piscine e vasche con l’acqua corrente dove il ricco mercante soleva ormai condurre i suoi numerosi affari e ricevere i suoi ospiti più illustri. L’opulenza che vi si respirava faceva parte di una scenografia tesa da un lato a conquistare il visitatore, nel contempo intimorendolo e redarguendolo sulla reale potenza del padrone di casa.

«Qual buon vento ti porta nella mia magione, nobile Mandis!» gli gridò allegramente Gairo, lasciando il tavolo con i suoi conti e abbracciandolo con familiarità e affetto. Era certo che Gairo sapeva conquistare la fiducia di tutti: fossero essi dei nobili di lignaggio elevato, dei mercanti arricchiti come era lui stesso, oppure dei piccoli, modesti nuragici, com’era in fondo l’ospite che era stato introdotto alla sua presenza dai suoi servi. Mandis si sentì gratificato da quella calorosa accoglienza. Gli piaceva quasi tutto di Gairo: la spontanea bonomia con cui lo trattava, l’ostentata ricchezza, l’ambizione insaziabile.

«Grosse novità, potente Gairo! Proprio stamane il figlio maggiore di Itzoccar, l’erede al trono di Kolossoi, è venuto a trovarmi!»

«Ma tu pensa!» esclamò Gairo senza nascondere il suo interesse. «Sarai stanco dal viaggio, amico mio. Potremo parlare più piacevolmente nelle terme. Anche io ho bisogno di rilassarmi dopo una giornata di lavoro!»

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giovedì 25 novembre 2021

I Thirsenoisin - 3

 

Mandis, appena partito Damasu,  si mise  subito in viaggio verso Nora. Avrebbe raggiunto a cavallo prima Karalis, poi da quel porto avrebbe comandato un barchino per Nora. Ve n’erano tante di imbarcazioni, grandi e piccole, merci e passeggeri, che collegavano le due città Shardana. Lo seguivano i suoi due servi più aitanti e fedeli,  mentre gli altri servi erano rimasti a guardia del suo emporio, a S’Aquagotta. Per l’ora di pranzo i suoi veloci cavalli lo avevano già condotto al porto di Karalis. Lì sostò per il pranzo e chiese  un’imbarcazione che lo trasportasse velocemente a Nora. Dopo pranzo incaricò i due servi di fare riposare i cavalli ancora un po’e di raggiungerlo a Nora, nella casa del mercante Gairo.

Gairo, il ricco mercante di Nora, padre del giovane Usala e membro di spicco del Senato,  più volte Arconte di quella città,  lo aspettava. Più che amici, col tempo, erano divenuti alleati. Li accomunavano  il gusto per gli affari e la sete di potere. E in più l’odio verso i  Nuragici, che lui chiamava, pensando di sminuirli, popolo dei bronzetti, ma che in realtà erano conosciuti come i Thirsenoisin,  famosi come il popolo che aveva saputo edificare le più alte e maestose torri al tempo conosciute: i Nuraghi .

Gairo si era arricchito grazie al commercio del sale e dei tessuti. Era padrone di una considerevole flotta e veniva considerato il più abile mercante di Nora e sicuramente uno dei più ricchi, se non addirittura il più ricco. Aveva capito subito l’indole di quel nuragico solitario che si era messo a mercanteggiare in un luogo così lontano dal suo villaggio. Aveva appreso la sua storia personale, le sue origini e l’odio che covava per il suo rivale Itzoccar, il potente capo tribù di Kolossoi. Aveva deciso, d’istinto, che conveniva investire tempo e danaro su quell’uomo. Lo aveva aiutato nelle sue velleità di commerciante. L’uomo aveva delle indubbie capacità; non era uno stupido insomma, anche se come tutti i Nuragici, aveva una buona dose di presunzione e di ingenuità.

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martedì 9 novembre 2021

I Thirsenoisin - 7

 


Elki in persona diede    gli opportuni accorgimenti  per il sacrificio dei  capretti e dei cinghiali, le cui carni  sarebbero state offerte al popolo riunito, dopo la cerimonia della restituzione delle insegne, per festeggiare il rientro del sovrano nella sua reggia.

Itzoccar e il suo seguito osservarono da lontano il fumo dei fuochi che arrostivano le carni; la loro visione fu confermata dal profumo che sentirono quando imboccarono il viale di accesso settentrionale al villaggio. Quelli che ancora non si erano recati al recinto delle feste, colti di sorpresa dal rientro del re, o forse nell’atto di recarvisi,  si erano fermati  ai bordi della strada e ossequiavano il loro sovrano e il suo seguito, chi togliendosi il copricapo, chi levando in alto le mani in segno di saluto; i bambini e le donne lo acclamavano per nome. Itzoccar fu felice di quei saluti. Rispose levando il braccio destro, con solennità e rispetto. Tutti si accodarono alle guardie per fare l’ingresso trionfale nel villaggio.

In fondo al  piazzale Irisha, Elki, Aristea, Rumisu, Damasu e gli altri dignitari rimasti in sede erano già schierati per accogliere il loro sovrano. Elki, in piedi alla destra di Itzoccar,  zittì la folla che festante acclamava l’amato re, con un gesto imperioso della mano destra. Il cerimoniale, seppure non codificato per iscritto, era tenuto in grande considerazione dal popolo dei Nuraghi e spettava al gran sacerdote dare il benvenuto al re, invitando nel contempo il delegato, a riconsegnare le insegne del comando al titolare legittimo.

Il mantello doveva essere consegnato al gran sacerdote, con la mano destra; spettava a lui allacciarlo, per mezzo dei cordoncini di cuoio, al collo del sovrano; Elki, a quel punto, avrebbe dovuto fare un passo indietro; invece restò fermo e guardingo.  Damasu non si avvide di questa variazione nel cerimoniale; forse era troppo giovane per capire; oppure era troppo nervoso, con la mente fissa a quel gesto decisivo che avrebbe cambiato in meglio la sua vita e quella del suo popolo.   Il bastone, sempre con la destra, andava consegnato direttamente al re, mentre il cinturone con il pugnale, posto a tracolla, andava restituito con la mano sinistra. Così fece Damasu; ma mentre riconsegnava il cinturone con la mano sinistra, con la destra  estrasse il pugnale dalla sua custodia; fu un gesto repentino; solo un attimo si vide la lama brillare e fendere l’aria per calare sul cuore del ricevente. Elki, che era rimasto all’erta, a un  passo dal re, si interpose con un balzo deciso tra i due; la sua figura, alta quasi una spanna in più, intercettò il fendente, all’altezza della scapola sinistra. Un urlo di orrore si levò dalla folla.

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lunedì 1 novembre 2021

I Thirsenoisin - 2

 


L’udienza si teneva nella grande sala circolare del mastio orientale, due volte al mese,  nel primo  giorno di luna ponente e di luna calante, di fronte alle statue colossali che rappresentavano  i capitribù di un passato immemore, ma che riviveva grazie alla loro presenza, testimoniando la  grandezza passata. Lui sedeva sul trono scolpito nella gradinata, affiancato da sua moglie Irisha e dallo sciamano Elki, le persone di cui si fidava di più in assoluto. Sua moglie riusciva a vedere delle sfumature importanti  che a lui solitamente sfuggivano, mentre Elki sapeva sempre porre le domande giuste al momento giusto. La decisione finale spettava a lui, per legge, ma dall’andamento dell’interrogatorio condotto da Elki e dagli sguardi di sua moglie, lui si sentiva più sicuro sulla decisione da prendere. I contendenti venivano sentiti separatamente;   poi assistevano insieme alla lettura  sentenza. Vi era sempre un quarto uomo del governo che assisteva alle udienze, ma non poteva intervenire per alcuna ragione. Era il rappresentante del capo delle guardie nuragiche. Doveva solo ascoltare e registrare mentalmente la decisione, perché sarebbe spettato alle guardie farla eseguire, in caso di ulteriore dissidio o inadempimento. Ma questo succedeva di rado. Ad ogni buon conto, fuori dall’aula delle udienze, un drappello di guardie garantiva l’ordine ed era pronto ad intervenire per sedare qualunque intemperanza. Ma anche questo era raro. Itzoccar godeva di una grande autorevolezza tra il popolo; era un uomo ponderato nelle decisioni ma aveva il pugno di ferro con quelli che si ribellavano e non rispettavano l’ordine costituito. Il mancato rispetto di una sua sentenza poteva voler dire la morte, o l’esilio, nella migliore delle ipotesi. Di preferenza Itzoccar non amava ricorrere all’ordalia; aveva una sorta di diffidenza per quel tipo di giudizio basato sul giuramento e sul responso misterioso e inarrivabile degli dei. Lui preferiva che si pervenisse a una sentenza fondata sulle consuetudini,  sui fatti e sul ragionamento. Finché ciò era possibile, ovviamente.

 I casi da trattare riguardavano le dispute più diverse: litigi sui furti di bestiame; furti di derrate alimentari; contestazioni sul possesso di oggetti personali; inadempimento dei versamenti dovuti all’Annona; inadempimento dei contratti stipulati tra privati; litigi tra coniugi e tra figli e genitori; aggressioni, risse, lesioni gravi e omicidi. I casi più complessi erano quelli che riguardavano membri di altre tribù, di solito quelle viciniori, che avevano i territori  confinanti con Kolossoi. In tali casi occorreva coinvolgere le autorità di appartenenza, prima di prendere una decisione. Insomma, c’era sempre un bel da fare, considerando che la tribù di Kolossoi contava quasi cinquemila abitanti, sparsi su un territorio sterminato, tutt’attorno al villaggio nuragico principale;  per tutta la parte bassa dell’Altipiano della Giara sino al confine della pianura del Campidano, si estendevano una miriade di piccoli villaggi nuragici, capanne sparse, minuscoli agglomerati, case rurali di fango e paglia; e tutti facevano capo al villaggio principale e alla reggia nuragica  di Kolossoi, almeno per le cause di seconda e ultima istanza, quando le autorità locali non erano riuscite a placare gli animi e a comporre la controversia.

Per fortuna l’udienza si chiuse quando il sole era allo zenit e non ci fu bisogno di riprendere dopo la pausa del pranzo. Le libagioni, che invero sulla tavola di Itzoccar non scarseggiavano mai, nei giorni di udienza si arricchivano dei doni portati dai contendenti: vini di ogni tipo e gradazione (particolarmente apprezzati da Itzoccar), agnellini e volatili domestici, selvaggina, pesci da arrostire, formaggi, frutta, verdure e dolci tipici venivano sapientemente gestiti da Irisha che non mancava mai di beneficiare le vedove e gli orfani, più bisognosi degli altri di  sostentamento e di aiuto materiale.

Dopo pranzo Itzoccar si ritirò per il suo consueto riposo. Poté finalmente liberare la sua mente, sbrigliandola verso l’imminente raduno settennale. Cogli occhi della mente vide il profilo del villaggio di Gisserri, col suo doppio ordine di torri, prima cinque, attorno a quella centrale, poi sette e d’intorno le capanne con la sommità di frasche. Si addormentò così, pensando al suo amico Hannibaàl e agli altri capi che avrebbe presto incontrato e con i quali avrebbe potuto concordare una comune strategia per la gestione della difficile situazione, fattasi più stringente e pesante per la pressione che le città stato dei Shardana esercitavano sui villaggi, nel tentativo,  sempre meno nascosto, di espandere la loro cultura, i loro traffici e la loro influenza politica che, al contrario di quella nuragica, sembrava in ascesa. Toccava a loro predisporre le contromisure per salvaguardare la loro sopravvivenza.

Sognò che i giganti dei  suoi antenati si risvegliavano dal sonno secolare e  affiancati dai possenti guerrieri ricacciavano in mare gli odiati Shardana e la Sardegna tornava libera e grande, come in passato e per sempre.

Al suo risveglio il mondo gli sembrò meno brutto e il futuro meno incerto. Diede gli ordini necessari a preparare il suo imminente viaggio.

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domenica 20 dicembre 2020

I Thirsenoisin - 19



Kurin viveva a s’Aquagotta da molto tempo. Ufficialmente era un modesto mercante che scambiava pelli e prodotti artigianali con i Nuragici, in cambio di sale e di stoffe; ma in realtà faceva parte della rete di spie che la città di Nora, così come le altre città Shardana, avevano insediato in quella zona nevralgica, divenuta un immenso mercato, al centro dei traffici e degli scambi sempre più frequenti tra le diverse entità produttive che vi si affacciavano. La sua casa era abbastanza grande per ospitare i tre emissari dell’Arconte Cara.

«Cosa vogliono esattamente da Nora?» chiese Kurin mentre erano ancora a tavola per la cena. La sua fedele cuoca aveva arrostito della selvaggina che certi suoi clienti avevano scambiato in mattinata; un buon vino rosso di Genn’ e  Mari  era stato il giusto complemento a quel pasto saporito.

Marra, il capo riconosciuto dei tre emissari, aveva già concordato con l’arconte di agire con il massimo della segretezza. La prese perciò alla larga.

«Dobbiamo metterci in contatto con un certo Mandis. E’ un Nuragico che intrattiene ottimi rapporti con la nostra città» rispose in maniera da non far capire al loro ospite che l’obiettivo era in realtà un altro.

«Lo conosco benissimo. E’ un grosso commerciante che ha un emporio importante. Sta poco distante da qui. Se volete, domattina, dopo che avrete riposato, vi ci accompagno.» propose Kurin.

«Il Senato ci ha raccomandato la massima discrezione. Per adesso dobbiamo limitarci a controllare le sue mosse. A Nora vogliono capire sino a che punto sia affidabile. Forse intendono affidargli un delicato compito in previsione della guerra che si profila con il suo villaggio originario di Kolossoi.» rispose Marra. Il riferimento al Senato, anziché agli Arconti,  era fatto apposta. Il senato voleva dire tutto e niente. «Che tu sappia, questo Mandis, mantiene rapporti costanti con il suo villaggio?» aggiunse subito, cercando di coinvolgere Kurin senza fargli capire i suoi reali obiettivi.


https://bookabook.it/libri/i-thirsenoisin/

giovedì 26 novembre 2020

E se i Shardana venissero dai Balcani?

 

 


 Anni fa sono stato in Bulgaria con gli studenti della mia scuola, all’interno della quale avevo costituito una compagnia teatrale. Dovevamo rappresentare la mia commedia musicale “S’Urtima Jana” , di ambientazione Shardana e Nuragica (in pratica ha costituito l’antefatto letterario su cui si basa il mio romanzo “I Thirsenoisin” ).

Ebbene, la Bulgaria mi ha riservato una grande e piacevole sorpresa, Ancora adesso, a distanza di anni, mi sembra incredibile l’aver vissuto quella stupenda avventura.

Mai e poi mai avrei immaginato quanto siano veramente vicini  i sardi e i bulgari, due popoli che appartengono alla grande famiglia della Mater Mediterranea, insieme agli etruschi, ai greci, ai corsi, ai catalani, ai liguri, ai coloni della Magna Grecia e a tutti gli altri che qui non posso  elencare per intero.

E’ difficile ricostruire i flussi migratori che nei millenni hanno interessato i tanti  popoli europei che ora vivono sotto diverse bandiere.

La storia, quella dei libri, la scrivono i vincitori, ha detto qualcuno; ed è vero; e ricostruirla, se ci accontentiamo della versione ufficiale delle fonti, in fondo è abbastanza facile.

Più difficile è ricostruire la preistoria; difficile, ma non impossibile.

Ci stanno provando in tanti a farlo: scrittori,  geologi,  antropologhi, i sociologi,  archeologhi; tra questi ultimi, a Sofia, ho conosciuto la prof.ssa Dimitrina Mitova Gionova che ha scoperto a Garlo ( a 50 km dalla capitale bulgara) un pozzo sacro protosardo.

E’ stato emozionante visitarlo; per un lungo istante, mentre scendevamo gli scalini in pietra, ricoperti di muschio, che dal dromos conducono al pozzo, l’emozione ha avvolto la nostra comitiva in un velo di commozione senza tempo; io ho sentito nel mio animo che le mie radici affondavano sino a lì.

Con Francesco Fronteddu, del coro Santa Maria di Orosei, abbiamo intonato dei canti in lingua sarda. Avevo la pelle d’oca per la  grande emozione.

La sera della conferenza la archeologa ha detto di essere una bulgara che si sente sarda; io, la sera successiva, dopo la rappresentazione teatrale, ho dichiarato di essere un sardo che, almeno per qualche giorno, si è sentito molto bulgaro.

 

Il pozzo è  risalente al XIV sec. a.c.  a 50 km da Sofia, nel paese di Garlo, molto simile per misure e tipologia a quelli  di Ballao e di Settimo San Pietro, in Sardegna.

Il sito, di notevole interesse può essere visitato con l’ausilio di guide specializzate. La stessa archeologa, che è stata in Sardegna  nel 1982, per studiare i vari pozzi sacri sardi e la cultura nuragica, ha scritto interessanti libri, riuscendo a dare alcune spiegazioni “non classiche “ sull’origine dei Sardi e dei nuragici in genere, fino allo studio e la comparazione dei bronzetti nuragici con alcuni testi del vecchio testamento e interessandosi dei kukeri ( che in pratica sono dei mamuthones sardi).

E’ sufficiente confrontare le immagini dei Kukeri bulgari con quelle dei Mamuthones sardi per capire. Anche i loro fanno delle danze e dei giochi particolari per far suonare i campanacci che hanno sulle loro spalle. Secondo la Professoressa Dimitrina Mitova-Dzonova ( “Origine e natura dei pozzi sacri protosardi- III-I millennio A.C.” edito nel 2006 da IVRAI Sofia/Cagliari) i kukeri hanno origine dagli antichi culti dionisiaci.

La mia mente va ai tanti scrittori  in continua rotta con gli storici canonici per riaffermare le peculiarità della storia sarda (qualcuno li ha chiamati archeo-punici, cattedratici imbalsamati che hanno impostato i loro studi soltanto sulle fonti scritte). Mi viene in mente anche Cicitu Masala, il grande poeta e scrittore della sardità misconosciuta e maltrattata dagli storici romani (i vincitori) a danno di noi Sardi (i vinti), il popolo dalla lingua tagliata.

Non  mi dispiace vedere dei Sardi che finalmente non hanno paura di mettere in discussione delle verità che, come diceva Cicitu Masala, sono state scritte dai vincitori contro noi vinti.

E che finalmente, per dirla sempre parafrasando  il grande poeta e scrittore Cicitu, “ci sta ricrescendo la lingua che ci hanno tagliato secoli fa, a noi Sardi.”

Questo è uno dei tanti motivi per cui ho pubblicato I Thirsenoisin, il mio romanzo di ambientazione Shardana e Nuragica.

In esso do sfogo alla mia fantasia, immaginando che i Shardana siano sopravvenuti in Sardegna, quando la civiltà nuragica si era già affermata; successivamente le due civiltà si sono fuse, dando luogo al popolo dei Thirsenoisin, il popolo delle torri.

Chi volesse leggere  alcuni brani può andare nel mio blog, cliccando sul link https://albixpoeti.blogspot.com/2020/11/la-costante-resistenziale-sarda.html (all’interno del blog si ha anche la possibilità di leggere il libro per intero).

 


sabato 31 ottobre 2020

I Thirsenoisin - 13

Le capanne occupate dai sacerdoti si estendevano tutt’attorno al pozzo sacro, come per proteggere il regno degli dei delle acque. Lì era stato sistemato il fido amico Elki. Chissà come aveva trascorso la notte, l’uomo che gli aveva salvato la vita. Sua moglie era certo che quel gesto di protezione era stato premeditato dal grande sacerdote. Non aveva saputo o voluto predisporre alcun’altra difesa contro quel parricidio annunciato; per paura che allertando le guardie coinvolte nel complotto, i traditori potessero essere messi sul chi vive e magari decidere una modalità più complessa per il loro sanguinario piano. Elki aveva valutato e voluto il vantaggio della sorpresa che i suoi dei gli avevano offerto; e l’aveva sfruttato, a rischio però della sua stessa vita. In cuor suo fu grato all’amico e al sacerdote che aveva rischiato la sua vita per lui. «Gli dei danno e gli dei prendono», pensò ancora. Per un uno che lo voleva morto, c’e n’era stato un altro che lo aveva salvato dalla morte. Solo che il primo era suo figlio! Quel pensiero sembrò afferrargli il cuore e strizzarlo sino ad espungervi tutto il sangue, in uno stillicidio infinito. Sarebbe mai guarito da quell’afflizione? Ma adesso occorreva reagire! E subito! Ci sarebbe stato tempo per piangere, dopo! Adesso doveva stanare tutti i traditori che si celavano nel villaggio. Damasu non poteva aver agito da solo. Non era un pazzo. Gli venne in mente che in quel terribile istante, in cui lui lo aveva colto, subito dopo il gesto omicida, per una frazione di secondo suo figlio aveva indugiato con lo sguardo rivolto alla folla, come se si aspettasse un aiuto concreto, un sostegno, un intervento in suo favore. A chi aveva rivolto suo figlio Damasu quello sguardo che cercava soccorso? Evidentemente egli sapeva che in mezzo alla folla c’erano delle persone che stavano dalla sua parte; ma queste persone chi erano? E perché non erano intervenute in aiuto di Damasu? Cercò di sforzarsi di ricordare: lo sguardo di Damasu che cercava soccorso si era diretto alla sua sinistra, verso uno dei due ingressi del recinto sacro, quello settentrionale, da cui era rientrato, seguito da una moltitudine di persone. Oltre al suo seguito, tutti quelli che si erano accodati a lui, all’ingresso nel recinto; mentre gli altri, quelli alla sua destra li aveva trovati già schierati, quando si era diretto al sedile a lui riservato, nella serie ininterrotta che correva lungo la circonferenza del recinto, ricavata dal cornicione prospiciente in pietra. Troppo difficile, forse impossibile, battere la pista della memoria. Ci voleva qualcos’altro. Sembrava che Manai lo aspettasse, quando giunse in prossimità del pozzo sacro. «Come ha passato la notte il nobile Elki?» gli chiese subito il re dopo i convenevoli di rito. «L’ho vegliato tutta la notte. Sono riuscito a cacciar via il demone del ferro che gli ha morso le carni: a forza di impacchi di acqua fresca del pozzo; poi gli ho indotto il sonno con un decotto a base di acacia, cardo, genziana e melissa. E gli sono stato al fianco tutto il tempo.» «Ha parlato?», chiese ancora Itzoccar con un gesto di apprezzamento per le cure profuse. «Solo frasi senza senso, prima che io gli levassi l’eccessivo calore dal corpo.» «Ce la farà?» domandò poi osservando il suo amico sacerdote che dormiva con un viso disteso. «Credo di sì. Gli dei sono con lui e ha un fisico ancora forte.» «Intendo offrire due capretti agli dei dell’acqua per la sua guarigione. Poi ho bisogno di riunire il Gran Consiglio. Puoi presenziare al posto di Elki?» «Sarà un onore per me presenziare, o re di Kolossoi! Mi farò sostituire al capezzale di Elki e verrò subito dopo il sacrificio.» «Bene, disse Itzoccar! » avviandosi. «Ecco il servo di Rumisu che giunge a proposito! Ti aspetto nella sala delle udienze, subito dopo il sacrificio agli dei delle acque! Bada di non contraddirmi se dirò che Elki ha fatto dei nomi!» «Non oserei mai fare una cosa del genere, mio re!» rispose Manai. Anche se il potere religioso godeva di una certa indipendenza, il capo tribù Itzoccar era considerato al di sopra di tutti gli uomini del villaggio. Solo gli astri e gli dei potevano più di lui, sulla terra. 13. continua…

martedì 20 ottobre 2020

I Thirsenoisin - 9

«Tu devi sposare Arca Salmàn. Sei stata promessa a lui e lo sposerai!» Il capo tribù Itzoccar voltò le spalle a sua figlia Aristea e si dedicò alla vestizione, aiutato da sua moglie Irisha. In giornata doveva dirimere delle controversie di ultima istanza e non aveva tempo da perdere. E poi, i suoi ordini non si discutevano. Nessuno osava metterli in discussione. Discutere un ordine di Itzoccar poteva costare la vita. Tutti lo sapevano. Era su questo che si reggeva, a memoria d’uomo, il regno di Kolossoi. Come osava sua figlia, poco più di una bambina, discutere una decisione già presa da lui? Aristea queste cose le sapeva; dalla mamma aveva ereditato il candore e la bellezza ma anche l’intelligenza istintiva che le consentiva quasi di presagire, con fatalismo tutto femminile, quello che sarebbe accaduto e come doveva comportarsi. Ma sapeva anche che il suo cuore ribelle e il suo temperamento volitivo (in questo ne aveva preso da suo padre), l’avevano spinta a chiedere udienza e a tentare di far prevalere, sulla ragione di stato, le sue aspirazioni, i suoi sogni. Aveva appreso da tempo di essere stata promessa in sposa, già sette anni prima, al figlio del capo della tribù di Gisserri, da sempre loro alleata. All’inizio, nel suo animo di bambina neppure decenne, quella notizia aveva avuto il sapore di un racconto fantastico, simile a quelle storie raccontate da sua nonna nelle notti d’inverno, sulle fate tessitrici, le caprette parlanti e le caverne piene d’oro e di tesori. Ma adesso, da donna, il suo cuore le aveva imposto di gridare la sua voglia di libertà, il suo diritto a sognare. Già da qualche tempo aveva preso a fantasticare sulle città che si stendevano sul mare, oltre gli ultimi villaggi nuragici. Era lì che volava la sua fantasia, era lì che voleva recarsi; era lì che voleva incontrare un uomo che la conducesse in mare, sulla sua nave grande, a visitare nuove città e nuovi mondi. Lei non voleva rinchiudersi in un villaggio, magari un po’ più grande del suo, come era Giserri; ma pur sempre un villaggio. Per ora non aveva potuto fare di più che scappare, piangendo, quando suo padre le aveva voltato le spalle in quel modo altero, freddo e indifferente. «Lo odio, lo odio, lo odio!!!» aveva gridato singhiozzando, battendo il pugno sul letto, dove si era buttata disperata. L’impotenza che sentiva pervadere il suo animo, aumentava di più la sua rabbia e il suo dolore. Suo fratello le si avvicinò e cercò di consolarla, accarezzandole i lunghi capelli castani. «Coraggio, piccola! C’è un rimedio a tutto! Fatti coraggio!» Aristea, sul momento, non si chiese come mai il suo fratello maggiore fosse accorso così prontamente. Certamente lui le voleva bene, era la sua sorella minore e aveva avuto sempre nei suoi confronti un senso di protezione. Ma era pur sempre l’erede al trono; e ci teneva a succedere al padre; di questo lui non aveva fatto mai mistero. Li separavano dieci anni di età; lui, il primogenito, erede al trono, lei l’ultimo frutto dell’amore duraturo tra i suoi genitori; anche se degli altri figli nati in mezzo, solo Rumisu, il terzogenito, era sopravvissuto; tutti gli altri figli, chi per una ragione, chi per l’altra, erano morti nei primi anni di vita. «Aiutami, Damasu! Io non voglio sposare Salmàn! Io voglio un altro uomo, scelto da me e non da mio padre!» disse abbracciandolo. Forse per lei c’era ancora una speranza di salvare i suoi sogni. Damasu ordinò alla serva di andare a preparare un infuso caldo per calmare sua sorella. «Lo so! So tutto, io!» la rincuorò Damasu, battendole la mano sulle spalle in modo affettuoso. «Ne parlerò con il saggio Mandis. Nessuno conosce le nostre leggi più di lui e mi saprà consigliare.» «Perché? Perché veniamo obbligate a sposare un uomo che non amiamo?» gli chiese staccandosi da lui e fissandolo negli occhi. «Sono le antiche leggi del nostro popolo. Ma vedrai che Mandis saprà trovare una via d’uscita» rispose in maniera sibillina Damasu accommiatandosi dalla sorella. E questo bastò per alleviarle momentaneamente il cuore che sentiva oscuro e pesante nel suo petto. Intanto Itzoccar svolgeva l’impegnativa udienza, sforzandosi di trattenere la sua mente, che lo trasportava a Gisserri, nell’alta Marmilla, dove presto si sarebbe dovuto recare, per prender parte al raduno settennale delle grandi tribù nuragiche, nel villaggio del suo amico Hannibaàl.

lunedì 19 ottobre 2020

I Thirsenoisin - 8

Nel romanzo ” I Thirsenoisin” due civiltà si confrontano: quella nuragica, che si esprime con le mirabili costruzioni megalitiche e che trova nei bronzetti la sua espressione artistica e culturale più autentica, e quella dei guerrieri Shardana, il popolo del mare, che occupa le coste della Sardegna ed è già proiettata verso l’età del ferro, verso i commerci, verso l’esterno, quasi quanto la civiltà nuragica appare ripiegata su se stessa, arroccata nelle sue tradizioni già millenarie, forti e solide come le reggie nuragiche dove risiedono i re pastori e dove i sacerdoti astronomi studiano i movimenti del sole, della luna e delle stelle, così importanti per i cicli produttivi e per la vita del popolo dei Nuraghi, I Thirsenoisin. Anche la guerra e l’impossibile amore tra la principessa Aristea e Usala, il rampollo di una delle famiglie Shardana più in vista nella città stato di Nora, fanno parte di un processo che porterà i due popoli a convivere, in nome del benessere comune e del progresso. 8. continua…

mercoledì 14 ottobre 2020

I Thirsenoisin - 3

Purtroppo la civiltà nuragica non ci ha lasciato fonti scritte che possano far luce sulla vita e sull’organizzazione dei numerosi villaggi nuragici, già esistenti e floridi migliaia di anni prima della nostra era cristiana. Le uniche fonti scritte ad occuparsi del popolo dei costruttori di torri, i Thirsenoisin, sono quelle greche e quelle romane. Le prime in termini, tutto sommato, obiettivi se non proprio lusinghieri; le seconde in termini negativi e poco obiettivi. I Nuragici si opposero infatti fieramente alla penetrazione imperialista e dominatrice della potenza militare romana. Una volta sconfitti i Nuragici, seppure fisicamente sfuggirono, in parte, alla vendetta romana, rifugiandosi all’interno dell’isola, culturalmente furono alla mercè degli storici e dei redattori romani, che non furono per niente teneri coi vinti. Ma nonostante la mancanza di fonti scritte dirette, e la testimonianza tardiva, e per di più inattendibile, delle fonti romane, i manufatti dell’antica civiltà nuragica possono aiutarci a capire la vita dei nostri antenati. In particolare i resti di cibo e di ceramiche ritrovati all’interno dei nuraghi e gli stessi edifici caratteristici della Sardegna dell’epoca nuragica(se ne contano oltre settemila, ancora oggi, lungo tutto il territorio dell’isola), ci dicono molto sui costumi e sugli usi di quel popolo; mentre i manufatti, e in particolare i bronzetti, possono illuminarci e suggerirci quale fosse l’organizzazione sociale di un villaggio nuragico. Una figura centrale nell’organizzazione del villaggio nuragico era sicuramente il re pastore, il capo tribù, rappresentato nei bronzetti con il mantello, lo scettro, costituito da un robusto e lungo vincastro, forse di ulivo, e il pugnale, con il manico a forma di esedra risposto nel fodero e posato sul petto. Un’altra figura centrale doveva essere costituita dal capo dei sacerdoti, una sorta di sciamano, depositario dei riti e delle formule sacre, consigliere prezioso e responsabile dei cicli delle colture agricole, un pò medico e stregone, ma anche architetto, astronomo e funzionario addetto all’annona; sicuramente compartiva il potere alla pari con il re pastore. Altre figure di spicco, sempre studiando la copiosa presenza dei bronzetti d’epoca, erano i guerrieri, i servi, le sacerdotesse, i suonatori di launeddas e altre figure, apparentemente minori, ma che il ritrovamento di nuovi manufatti potrebbe invece rilanciare nel palcoscenico della civiltà nuragica. 3. continua…

domenica 11 ottobre 2020

I Thirsenoisin

Nessuno sa, ancora oggi, da dove siano giunti quei popoli lontani, che costruivano torri. Vi fu una profezia. Due aquile arrivavano da oriente, rapaci e fameliche, avrebbero distrutto e conquistato tutto; solo le torri costruite dai Thirsenoisin sarebbero rimaste in piedi, a sfidare il tempo, mute testimoni di un tempo senza scrittura, senza storia. Altri hanno scritto la storia per noi; altri hanno parlato; noi, a capo chino, abbiamo proseguito il cammino sui sentieri dell’isola rocciosa, battuta dai venti. Ma i Nuraghi sono rimasti, i testimoni del nostro passato, con i pozzi sacri, le domus de jana, le tombe dei giganti, i Menhir e le pietre fittili conficcate in eterno nella terra di Sardegna. continua…