Of course London belongs to U.K., no question on it. But it's also true that somewhere in The Universal Declaration of Human Rights, signed in New York in 1949, there is the right of human being to move to another County, wherever he likes. I'm not against order and policy. There must be a right to control (and a duty to be checked) in the frontiers of any country, but to any many man should have given a chance to move to another country and demonstrate that Country needs his presence for a day or for a year or for ever. A man cannot be sentenced to stay where he was born for all his life if he nees or if he wants to move. And each one of us must respect the people and the laws where he goes to.
last moon
mercoledì 31 luglio 2019
Freedom and Property
Etichette:
accoglienza,
administration,
affection,
borders,
crimes,
criminal,
dreams,
megalithic,
poetry,
poorness,
property,
right,
states,
wrong
sabato 22 giugno 2019
What news on Brexit?
I don't think Brexit must be considered an English domestic affair, since it involves Scotland, Northen Ireland and the rest of Europe.
Of course I respect the decision of British people, included the original referendum held in June 2016.
Nevertheless allow me to express my doubts about the democratic process gone on until now to bring UK out of European Union.
First of all I want to say that politician must also listen what Scotland has to say about Brexit. It's a really historic paradox that England wants to be out of Europe while Scotland, despite the Hadrian Wall, likes instead to be in.
Secondly let me say that there are several shadows hanging over the 2016 referendum, won by little porcentage by the Leavers. Has British people correctly infromed over the cosequences of voting leave? It seems It has not, since the survey recently show that people were not rightly infromed; as a matter of fact the public opinion now sees a majority proremaining in the E.U..
Last but not least let me say that Europe needs its British brothers staying in. Do you remember Jo Cox, the English MP killed by a far right fanatic leaver? Would be her blood lost invane?
lunedì 22 aprile 2019
The earth needs Greta's appeal and everybody's
I would like to to overturn the question and ask: who is behind those who oppose Greta's battle for saving our planet from destruction?
Is there not the big plastic based industry? Or the great capitalist worried only about their profits?
Anyway I think is not really important if there is someone behind her. She has awakened people's minds in front of an urgent problem: to safeguard and protect our planet for the future generations.
That's why I'm with Greta.
That's why I'm with Greta.
domenica 21 aprile 2019
Memorie di scuola
In
quell’anno scolastico 1970-1971 ero approdato alla terza classe dell’istituto
Tecnico per Ragionieri “Leonardo da Vinci” di Cagliari.
Proprio
in quell’anno mi ero accorto di avere sbagliato scuola: la Ragioneria e la
Tecnica Commerciale, materie di indirizzo, mi annoiavano a morte, mentre
studiavo sempre più volentieri l’italiano, la storia e le lingue straniere, il
diritto e l’economia; avrei studiato anche le materie professionali, almeno per
arrivare alla sufficienza.
D’altronde
non è che i professori potessero ammazzarci di studio. Qualcuno l’avrebbe anche
voluto (noi li chiamavamo “fascisti e reazionari”) ma ormai eravamo troppo
impegnati nella lotta contro le vecchie istituzioni scolastiche e chiedevamo a
gran voce di essere arbitri dei nostri destini. I nostri professori e le
istituzioni più in generale, dal Preside sino al ministro della P.I.
(quell’anno, se le fonti e la memoria non mi ingannano, era il democristiano
Misasi), d’altro canto, si scoprirono abbastanza impreparati a fronteggiare
quella protesta rumorosa e convinta.
Il
terzo anno, nella Ragioneria, così come, credo, in tutti gli
istituti superiori, è un anno cruciale. Intanto di solito si cambia di corso
(io infatti fui trasferito dal corso F al corso D). In secondo luogo si
studiano delle materie del tutto nuove.
Così
fu anche per me in quell'ottobre del 1970.
I miei
nuovi professori erano assai diversi tra loro. Intanto c'erano quelli delle
materie così dette di indirizzo: Ragioneria e Tecnica; oggi, nella moderna
ragioneria le due materie sono state unificate sotto il nome di Economia
Aziendale, ma all'epoca, come dicevo, vi erano due materie e due insegnanti. Il
professore di Ragioneria era un uomo tutto d'un pezzo. Si chiamava Murru.
Quando entrava in classe noi ci levavamo tutti in piedi, in segno di saluto e
di rispetto (ma lo facevamo per tutti i docenti indistintamente). Col braccio
destro levato in aria e la mano tesa ci ordinava di sedere senza pronunciare
parola. Ma i suoi occhi chiari e freddi scrutavano attenti tutta la
classe; quello sguardo era eloquente più di qualunque parola, così come quel
saluto solenne e ormai fuori moda: se non parlo io che sono il capo,
sembrava dire il bellicoso professore di ragioneria, perché dovreste farlo voi,
che siete dei poveri studenti, ancora senza arte né parte ( e chissà se mai ce
l'avrete con quei cappellacci lunghi e
con quelle minigonne).
Si
lavorava in silenzio e sodo. Io mi ero rassegnato a occupare il primo
banco (sempre per via della storia che i piccoletti dovevano stare avanti).
Da
lui, oltre al saluto caratteristico ricordo altre due cose: la prima è che
ripeteva spesso che i sindacati, soprattutto quelli di fede socialista,
erano la rovina dell'Italia
(narrava, a metà tra il serio ed il faceto, che i sindacalisti erano
dappertutto e che se uno di noi, un domani, rientrando a casa, avesse scovato
nell'armadio o sotto il letto un uomo, non ci sarebbe stato alcun bisogno di
chiedergli i documenti: si sarebbe trattato di un sindacalista di fede
socialista); la seconda era la tecnica che aveva per ricordare gli articoli del
codice civile (questa tecnica mi tornò poi utile anche all'università per
memorizzare i quattro codici); un giorno che ci spiegava il contratto di
società, citando l'art. 2247 c.c., disse che ricordava quel numero facilmente,
essendo nato nel 1922 ed essendosi poi sposato nel 1947; e faceva queste associazioni
per tutti o quasi gli articoli del codice civile. Della sua materia non ricordo
un beato picchio. Non mi piaceva (forse perché non mi piaceva lui; o magari,
viceversa, non mi piaceva lui, perché mi era antipatica la sua materia).
Era un
uomo freddo e distante; sicuramente preparato (si intuiva che nella sua materia
non era uno sprovveduto), non metteva però alcuna emozione nel trasmettere la sua
scienza. Quando anni dopo, sono divenuto un insegnante, ho messo l'emozione e
la passione al pari con la preparazione e la conoscenza; ma io ho sempre amato
le materie che ho insegnato.
E'
vero anche che i tempi sono cambiati. Oggi i giovani non accetterebbero quella
severità e quella distanza glaciale che ci separava dai nostri
professori!
Io
pendevo dalle labbra dei miei professori perché volevo imparare da tutti e di
tutto! Ed ero come una spugna, desideroso di apprendere!
Oggi i
giovani hanno a portata di click, tramite il PC o il Tablet, o meglio ancora l’
I-phone e il cellulare, tutto lo scibile possibile e immaginabile in qualsiasi
campo della scienza e di ogni altro campo della vita!
Altro
che giornaletti e fumetti! Altro che sognare "Le Ore!" Adesso bastano
tre lettere sulla barra di Google e tutto il bello e il brutto della vita ti si
spalanca davanti agli occhi! Peccato che questi giovani, troppo spesso,
facciano un uso distorto e superficiale di questa portentosa invenzione
chiamata Internet; di questa rete infinita di autostrade e sentieri, di valli e
praterie che si chiama WEB!
Io
ammiro davvero l'ingegno umano! Ma ripeto ancora: meno male che gli altri
uomini non sono come me! Altrimenti altro che World Wide Web! Noi saremmo
ancora nelle caverne, arrostendo il frutto della caccia e nelle interminabili
sere d'estate, siederemmo ancora attorno al fuoco, ad ascoltare dai poeti
erranti, le vicende antiche delle nostre genti, tramandate oralmente di padre
in figlio, da maestro a discente, da poeta ad allievo! Adorando la luna nelle
notti di plenilunio.
Del
professore di Tecnica non ricordo bene il cognome. Ricordo che la
moglie era un'insegnante e che il fratello era medico sociale del Cagliari
Calcio che di lì a poco avrebbe vinto lo scudetto del massimo campionato di
calcio, grazie alle reti eccezionali del grande Gigi Riva.
Aveva
una barca, ormeggiata in inverno a Marina Piccola (dove ormeggiano le
barche da diporto dei cagliaritani facoltosi e non solo), e in estate
ormeggiata in giro per il Mediterraneo. Faceva il commercialista e
l'assicuratore (più il secondo che il primo, ad onor del vero). L'assicuratore
marinaio aveva mangiato la foglia e doveva essersi detto nelle sue riflessioni,
tra una polizza assicurativa e una manovra di trinchetto: a questi giovani qui
non gli va di fare un beato cacchio; vogliono la rivoluzione, il sei politico,
la promozione garantita; fanno gli scioperi, vogliono le assemblee e la pari
dignità studenti-professori! Ebbene, accontentiamoli! In un discorso alquanto
serio ci aveva quindi detto: se volete lavorare, io son qua! Usatemi come si
usa uno strumento e farò ciò che volete!
Detto
e fatto! A noi ragazzi non ci andava di far niente (io men che meno nella sua
materia)! Alle ragazze sentir parlare di strumento doveva aver fatto venire in
mente delle altre fantasie, dato che il professore si presentava più alla mano
rispetto a quello di ragioneria. E comunque si associarono a noi maschi per non
far niente.
Ricordo
anche degli altri professori. Naturalmente quello di diritto e di economia,
materie che amavo e che amo ancora, come ho già avuto modo di dire! Anche se
non erano le mie preferite! Le materie che mi appassionavano maggiormente erano
invece l'Italiano e la Storia. Le ho sempre apprezzate! Sicuramente anche per
merito delle professoresse e dei professori che hanno avuto la pazienza di
decifrare la mia quasi impossibile grafia, nei lunghi temi in cui sfogavo la
mia verve di imberbe scrittore! E la storia? come si può non amare la storia?
Come ci si può annoiare a leggere quei libri dove vengono narrate le gesta dei
nostri avi? Dove ci sono scritti i segreti e le spiegazioni di ciò che fummo e
le anticipazioni di ciò che saremo?
La mia
professoressa del triennio si chiamava Annamaria Chessa.
Nonostante
ci desse del lei (ma tutti i docenti davano del lei agli studenti nella nostra
scuola) e nonostante la sua cattedra fosse distante e sopraelevata su di
una imponente pedana, io la sentivo vicina; emanava una grande umanità e
una notevole empatia la legava a noi studenti. Ha cercato di insegnarmi ad
esercitare uno spirito critico e un’ intelligenza libera da pregiudizi; si
preoccupava, oltre che dell'insegnamento, anche della formazione di noi
giovani, trasmettendoci il senso del dovere anche con il suo esempio. Io
credo che un buon insegnante debba prima di tutto dare il buon esempio:
un cittadino si forma con l'esempio di giustizia, di lavoro, di rettitudine, di
onestà, di puntualità, di disponibilità nel servizio e nella preparazione
continua e ininterrotta. Il buon esempio vale più di mille parole! E lei, in
questo, fu esemplare per davvero!
Mi
sono ispirato anche a lei nei primi anni del mio insegnamento (anche se gli
studenti mi pregavano di dargli del tu e io, dopo poco tempo, ho preso a
chiamarli perfino con il nome di battesimo!).
Non si
lavorò comunque molto in quei primi mesi dell'anno scolastico 1970-1971. Lo
sciopero era sempre nell'aria e noi rivendicavamo il diritto di riunirci e di
discutere dei problemi del mondo e non soltanto di scuola e di argomenti legati
al programma.
Cominciai
in quell'anno a scioperare con maggiore convinzione anche io. Nella mia scuola vi era un gruppo di
organizzatori entusiasti e capaci; erano tutti ragazzi di quarta e di quinta; qualcuno
era impegnato anche politicamente; molti erano semplicemente del movimento
studentesco, quello non politicizzato, che si occupava soltanto dei temi della
scuola, rivendicando diritti allora quasi impronunciabili: assemblee di classe,
assemblee di istituto, rappresentanza nelle istituzioni, diritto a conoscere i
voti, diritto di interagire e discutere alla pari con i docenti; diritto di
contestare e di ribellarci; diritti, solo diritti e sempre diritti. Gli adulti
furono molto pazienti con noi. Alcuni, anche fra i politici, erano perfino
impauriti. Tirava una brutta aria e certi studenti sembravano non avere alcuna
voglia di scherzare. Altri uomini politici erano semplicemente dei dritti:
gente che aveva studiato prima e più di noi e che sapeva che se ci avessero
affrontato di petto, rischiavano il tracollo; presi così, invece, di fianco,
forse ci saremmo stancati prima noi! La ribellione sembrava comunque epocale!
Secondo me era il prosieguo della rivoluzione dei Figli dei Fiori! Insomma
avevamo scoperto che il mondo poteva essere nostro e volevamo prendercelo,
tutto e subito! Chi erano quei matusa grigi e senza fantasia per impedire a noi
giovani di essere noi stessi? Come potevano impedirci di vivere le nostre
esperienze? E perché soltanto i ricchi potevano andare a scuola? La cultura non
era forse di tutti? E il potere non doveva essere del popolo, come insegna la
parola democrazia? A questi cori confusi ed indistinti, ma forti e mirati, si
aggiungevano quelli delle femministe: sesso libero; no al maschilismo; il sesso
ce lo vogliamo gestire da noi; abbasso i padri e i mariti padroni! A
morte il paternalismo! Lavoro per tutti! Pillola, aborto e divorzio garantiti!
Vogliamo la parità coi maschi! E così via gridando, manifestando e protestando!
Arrivammo
così a dicembre. La resa dei conti dopo le schermaglie dell' ennesimo autunno
caldo.
Si
fronteggiavano due Italie: una vecchia, rivolta al passato, appoggiata dalla
Chiesa e dalla classe politica democristiana e liberale; l'altra, proiettata
verso il futuro, rivolta in avanti, appoggiata dai comunisti, dai socialisti e
dai radicali di Marco Pannella.
E chi
può dire cosa sia meglio nel cammino dell'uomo? Non è che a forza di andare
avanti finiremo col cadere in un burrone senza fondo? Cosa c'è dietro dell'angolo
di questo infinito progresso, di questa ricerca senza fine, di questo
spasmodico ritmo che travolge il passato ed è incentrato sul futuro, senza se e
senza ma?
A
gennaio, dopo le vacanze di Natale, si rientrava a scuola e si riprendeva a
frequentare regolarmente.
Succedeva
sempre e quell'anno 1971 non fece eccezione. Anche se occorre sottolineare che
nella scuola c'era fermento anche tra i docenti, che rivendicavano degli
aumenti stipendiali che dei governi fragili non erano riusciti a garantire (ricordo,
oltre ai monocolore democristiani, i più frequenti quadripartiti con il PSI di Nenni
e Di Martino che poi diverrà solo di Bettino Craxi, il PRI di Ugo La
Malfa e di Giovanni Spadolini e il PLI di Valerio Zanone, che divennero più
tardi governi di pentapartito, con l'aggiunta del Partito socialdemocratico,
sino ai primi anni novanta, quando le inchieste giudiziarie di Tangentopoli
spazzeranno via tutta quella classe politica) .
Sia
detto per chiarezza, anche se per inciso, che dal ciclone di tangentopoli
sembrò salvarsi soltanto il PCI; qualcuno pensò che il motivo stesse nel fatto
che i giudici della procura di Milano e di quelle che la imitarono
nell'inquisire i politici corrotti, fossero degli uomini di sinistra; ma il
motivo è un altro: i comunisti, a livello nazionale, non riuscirono mai ad
entrare e diedero solo degli appoggi esterni nei momenti topici della vita del
Paese; il povero Aldo Moro pagò con la vita il tentativo di far sedere i
comunisti ai posti di comando, nei palazzi del potere nazionale; povero Aldo
Moro, chissà se voleva farli entrare per dimostrare che anche i comunisti erano
corruttibili come e più degli altri politici (Enrico Berlinguer a parte), come
poi dimostreranno nelle sedi del potere regionale e, più tardi, come PD anche
alla guida dei governi nazionali.
In
quei primi mesi del 1971, attraverso i giornali, la radio e la
televisione apprendiamo dell'esistenza dei Tupamaros uruguaiani e degli
Halcones messicani; Tito si reca in Vaticano da Paolo VI (primo leader
comunista a visitare un papa cattolico); a proposito di comunisti, quelli
cinesi di Maotzetung e Ciuenlai aprono al dialogo con gli USA con il
pretesto del Ping-Pong (disciplina in cui i Cinesi sono bravissimi); si parla
moltissimo in Italia anche di un colpo
di stato organizzato dalla destra, su imitazione di quello avvenuto in
Grecia nello stesso anno, per portare i militari al governo.
Sembra
che l'anima del fallito golpe sia stato il principe Junio Valerio Borghese, un
pluridecorato eroe, militare e militarista. Viene trovata anche la lista dei
500: politici, imprenditori, militari e semplici cittadini (tra cui figurano
nomi che vediamo ancora adesso in TV: Berlusconi, Cicchito, Costanzo); sembra
che questa lista sia legata a un certo Licio Gelli, grande maestro della
massoneria, anticomunista, poeta e grande organizzatore. Si sente inoltre
parlare per la prima volta di Gladio, un'organizzazione, anch'essa segreta, come
la P2 di Licio Gelli, che sottotraccia deve monitorare la politica italiana,
pronta ad intervenire nel caso i comunisti, con le buone (attraverso normali
elezioni) o con le cattive ( Lotta Continua, Potere Operaio, le Brigate Rosse )
assumano il potere. Insomma, si vive in un gran bailamme di notizie non
confermate, di sospetti, di intrighi e di misteri.
Potevo
io, coi miei poveri diciassette anni, neppure compiuti, riuscire a dipanare quelle matasse aggrovigliate di
complotti, di intrecci politici, di associazioni segrete, di poteri occulti,
quando in realtà non avevo neppure presenti e chiari i poteri palesi e
istituzionali (peraltro fragili e perfino poco autorevoli e scarsamente indipendenti
in un mondo che sembrava dominato alla grande dal gigante USA)?
Infatti
non li capivo. Protestavo, come tanti giovani di allora, contro la corruzione,
lo strapotere democristiano, l'imperialismo americano, l'arroganza dei ricchi,
le scarse opportunità offerte ai figli dei proletari, lo sfruttamento degli
operai, la scarsa libertà, il perbenismo interessato (come cantava il grande
Francesco Guccini), la voglia e il desiderio di un mondo diverso, con più
uguaglianza, con una più equa distribuzione della ricchezza, con più lavoro e
più benessere per tutti. Protestavo perché intuivo, più che capire, che era il
momento di far sentire la nostra voce, la voce dei deboli, di coloro che erano
stati zitti per lunghi anni, forse per decenni o addirittura per secoli!
Ma il
1968 ( e gli anni di riverbero e prosecuzione) non sarà stato il prosieguo dei
moti del 1848? Ci sarà un filo comune che lega le ribellioni di ogni tempo
contro il potere costituito, contro ogni forma di oppressione, contro chi si
arroga il diritto di tenere per sé tutta la ricchezza che si produce, prima
nelle terre e nelle miniere, poi nelle industrie e nelle fabbriche?
Forse
la vita è soltanto un susseguirsi di sopraffazioni cui fanno seguito delle
illusioni, dei sogni, delle ribellioni, delle piccole, provvisorie conquiste; e
poi, inevitabile, subentra nuovamente la repressione che si riprende, con gli
interessi e la vendetta, quello che ha dovuto cedere obtorto collo!!!
Mi
sembra di averlo letto, forse nei libri di storia; o in qualche romanzo; o
forse nei giornali. O magari l'ho inventato io! Però mi sembra che sia proprio
così!
E a
pensarci bene, certi misteri e certi intrecci italiani non li ho capiti neppure
oggi che negli -anta ci sono da molti decenni!
A
giugno arrivò un'altra promozione diretta. Promosso alla quarta classe, diceva
la pagella! Potrà sembrare buffo ma leggendo quella pagella io mi chiesi se
sarei stato all'altezza di quella promozione! Sarei stato capace di organizzare
gli scioperi, di condurre dei dibattiti, di affrontare il preside e i
professori con il piglio che esercitavano quei fratelli maggiori che andavano
diplomandosi?
Dicono
che per maturare, ciascuno di noi debba percorrere i suoi sentieri; e dicono
anche che questi sentieri siano sempre costellati di errori, ingenuità e
fraintendimenti, frutto della nostra inesperienza, della nostra spavalderia,
del nostro carattere, più o meno forte, più o meno profondo, più o meno riflessivo;
frutto della nostra cifra intellettiva, ma anche di ciò che abbiamo vissuto,
del latte cha abbiamo succhiato, dell'aria che abbiamo respirato, della cultura
di cui siamo stati imbevuti sin dai nostri primi passi sulla terra. Frutti del
mistero chiamato uomo.
Io
amavo ascoltare la canzone "Un
fiume amaro", nella traduzione dal greco proposta dalla voce di Iva
Zanicchi. E mi crogiolavo così, in quella età incerta che chiamano adolescenza,
dove non si è ancora uomini e non si è più ragazzi. E si vorrebbe essere un
altra persona, da un'altra parte della terra, in un luogo ideale, quello dei
sogni che non si avverano mai, ma senza dei quali non possiamo vivere.
Tra i
brani stranieri preferivo "My sweet
Lord!" di George Harrison, e mi chiedevo chi fosse mai quel Dio
cantato dal più mistico dei Beatles; sicuramente era un Dio, pensavo io nella
mia ignoranza, diverso da quello dei papi del nepotismo rinascimentale, grandi
predicatori e voluttuosi razzolatori, un dio diverso da quello che risiedeva
nel Vaticano dei mille misteri e dei ricchi cardinali; delle chiese e delle
prediche così distanti da noi poveri giovani, in cerca di libertà e piacere a
basso e pronto consumo. Forse era un Dio permissivo e generoso, che riusciva a
parlare e a ispirare i musicisti del movimento rock; un dio giovane e moderno,
non un vecchio barbone semiaddormentato nei cieli che non riusciva a vedere le
storture e le ingiustizie del mondo; che non riusciva a fermare le sempiterne
guerre dell'uomo, le sue avidità, la sua prepotenza, la sua violenza.
Beata
presunzione della prima età! Come se i peccati dell'uomo non fossero un frutto
dell'uomo stesso, ma fossero da addebitare a un'entità esterna e
responsabile delle nefandezze umane!
Ma in
fondo la canzone che ascoltavo con maggiore coinvolgimento emotivo, in
assoluto, era "Samba pa ti" di Carlos Santana (un altro mistico che
cercava Dio). Con le sue note vibrava il mio stesso corpo al contatto con altri
corpi, nei balli che riuscivo a strappare nelle balere di provincia, dove la domenica
cercavo di dimenticare i miei enigmi esistenziali.
Al
compimento del ventunesimo anno, come ho già detto, mio fratello Pietro Marino, in aperto dissenso
con la strategia di espansione aziendale che nostro padre aveva perseguito per
anni, se n’era andato via di casa per
tentare, in solitario, la sua fortuna commerciale.
La sua
ribellione, che in realtà aveva serpeggiato sotto traccia sin da quando mio
padre lo aveva ritirato dalla scuola pubblica per avviarlo alla sua scuola di
orologiaio, era esplosa apertamente, per
una magica e strana coincidenza, proprio
nel 1968. In quell’anno infatti il mio fratello maggiore aveva compiuto
i 21 anni (che all’epoca segnavano per legge il compimento della maggiore età).
A parte quella coincidenza, mio fratello Marino al movimento rivoluzionario ’68
non sembrava attribuire troppa
importanza, se non per criticarlo e addirittura esecrarlo per i suoi eccessi .
La sua
ribellione non era infatti contro una società
che, spinta da quelle forze misteriose che l’uomo ha imparato a
etichettare come rivoluzioni e progresso, la sottopongono a continui e perenni
trasformazioni, ma bensì contro l’autoritarismo paternalistico di nostro padre.
Che poi, se vogliamo, a ben vedere, era un modo pragmatico e personale di fare il ‘ 68. Che altro non fu
quel movimento, se non una ribellione contro l’autoritarismo e il potere costituito a favore di una maggiore
libertà e di una più autentica democrazia?
Pur
tuttavia mio fratello a parole e nei fatti aborriva la protesta giovanile; denigrava
i capelloni, propugnava sonore legnate per gli studenti e i lavoratori
scansafatiche e per i sindacalisti che li appoggiavano nei continui e rumorosi
scioperi; rifuggiva dalle mode che tentavano e di fatto omologavano tutto e
tutti, quasi imponendo comportamenti consumistici di massa; odiava la sinistra
extraparlamentare e i comunisti
ortodossi allo stesso modo; detestava le femministe, per non parlare delle
droghe e di ogni altra forma di evasione
che andasse fuori dai binari tradizionali.
E non
di meno, gli slogan della sua lotta contro l’autorità paterna, erano stati
”Viviamo in un regime di libertà!” “Il sabato e la domenica li voglio
liberi!” “Il ventennio è finito da un pezzo!” e così via protestando.
Nell’estate
del ’71 mio fratello Marino aveva abbandonato il vecchio locale di
via Cagliari, dove io, in un recente
passato, gli avevo fatto compagnia e si
era trasferito in via Roma.
Il
cambio di negozio non giovò soltanto agli affari (che subirono un notevole
incremento) ma anche e soprattutto all’umore e alla salute di mio fratello che
parvero rifiorire da quelle lande di depressione e malessere in cui sembravano
essere scivolate dopo la sua grande ed eclatante rivolta contro i disegni
egemonici di mio padre.
I
clienti entravano ed uscivano in continuazione, soprattutto la sera. Mio
fratello vendeva con discrete capacità ed io lo affiancavo per vedere che
qualche mariuola dalle mani svelte, approfittando magari di un suo momento di
distrazione, facesse sparire qualche oggetto d’oro.
-”Stai
attento soprattutto se vedi qualche avvenente ragazza che mette in mostra le
tette!” – soleva ripetere mio fratello per darmi la carica.
Quando
vi era più di un cliente anche io ero autorizzato a servire al banco, sia per
la vendita di oggettistica minuta, sia
per sostituire un cinturino o altre facili operazioni.
Il
periodo più calmo era a fine mattinata. Il negozio chiudeva alle 13,00 ma alle
11,30 in giro non si vedeva molta gente. Anche a Samassi, come in tutti i paesi
a vocazione agricola della zona, il pranzo è rigorosamente previsto alle 12,00.
Mio
fratello ne approfittava per fare le riparazioni.
Si
accomodava di buona lena al moderno
banchetto da lavoro in legno, che aveva una serie
di cassetti laterali di diverso spessore, un ripiano centrale, con
rientranza a mezzaluna, illuminato da
una lampada alogena e con un reparto a scomparsa, sottostante, che conteneva l’attrezzeria mobile di uso
comune: l’apricassa, un paio di cacciaviti, le pinze a becchi tondi, la lente
d’ingrandimento, l’estrattore per vetri, lo stantuffo, la spazzola; le pinzette
finissime, gli oleatori, le boccette degli acidi, del grasso e dell’olio
stavano sul ripiano rigido oppure protetti nei cassetti, comunque sempre chiusi
dalle apposite protezioni. E naturalmente vi era tutto il necessario per le
sostituzioni e i ricambi di routine per gli orologi meccanici di allora:
corone, alberi e molle di carica; vetri
infrangibili; assortimento di assi per bilancieri di orologi; un vasto assortimento
di cinturini, sfere delle ore, dei minuti e dei secondi e una infinità di
ansette, viti, ingranaggi, rocchetti, perni e mollette a volte quasi invisibili
a occhio nudo.
Io lo
guardavo affascinato, come avevo fatto qualche anno prima al seguito di mio
padre. Era preciso e delicato esattamente come il suo maestro. Solo che al
contrario di lui, mio fratello amava chiacchierare durante il lavoro di
riparazione al banco (a parte in quei rari momenti topici in cui il lavoro
richiedeva un’applicazione particolare e massimo silenzio).
Se era di malumore mi parlava della sua infanzia
disgraziata, di quanto avrebbe voluto studiare invece di essere stato
brutalmente messo a bottega; degli errori di
mio padre che non era stato
capace di costituire una vera società familiare a causa del suo carattere
dispotico e poco comunicativo; dei suoi amici, tutti sfortunati e pieni di
problemi; e di donne.
In fatto di donne, mio fratello era un grande
esperto; si prodigava infatti in un vero profluvio di pillole di saggezza
sulla materia: a cominciare dal carattere delle donne e sulla loro psicologia
instabile e umorale; e sulle loro apparenti virtù di castità e ritrosia; sulla
inutilità di stabilire con loro relazioni stabili e sulla convenienza a farsi
delle avventure, senza scrupoli e senza rispetto. Aveva in generale poca stima
del sesso femminile; alcune categorie sociali erano da lui etichettate come
poco di buono, da evitare come la peste: erano le parrucchiere e le infermiere,
a suo dire, tutte ragazze di facili costumi, da non considerare per eventuale
relazione stabile, tutt’al più, se fossero state “bone”, da inforcare e via. Mi
raccomandava di non lasciar correre le numerose occasioni che, fortunato
com’ero, lui non si sarebbe certo fatto sfuggire, nel mondo corrotto e
libertino della scuola, dove le donne cercavano una cosa sola; e bisognava
dargliela! Lui sì che avrebbe provveduto alla grande! E guai se io mi fossi
tirato indietro.
Io
avrei preferito dei consigli più pratici, magari su come corteggiare una donna,
come conquistarla, su quale fosse stato l’approccio più corretto per entrare in
quel mondo femminile così ricco, per me, di attrattiva, di fascino e di
mistero; ma mio fratello era un fiume in piena e non sembrava attribuire alla
psicologia un ruolo rilevante; le donne, secondo lui, erano delle bambole da
conquistare, da trombare e da mollare.
Oggi
capisco che quelle sue contumelie erano il risultato di tutte le delusioni che
lui aveva avuto nei suoi rapporti con il gentil sesso.
Perché
queste delusioni gli fossero occorse non so spiegare nel dettagli, perché lui non
si confidava con nessuno sulle sue vicende private.
Posso
però supporre che il mio caro e sfortunato fratello sia in qualche modo rimasto
vittima della sindrome del bravo ragazzo di cui le donne sembrano essere, a
loro volta, vittime (qualcuno la chiama
la sindrome della crocerossina; non so però se i due paradigmi affettivi
coincidano davvero).
E’
noto comunque che le donne siano attratte più dalle simpatiche
canaglie che dai bravi ragazzi. Mio fratello era sicuramente un bravo ragazzo,
affidabile, con un’ottima posizione economica eppure con le donne non ebbe mai
fortuna.
Guardandomi
in giro ho visto spesso delle ragazze molto carine e pulite, accompagnarsi con
dei ceffi dall’aspetto poco raccomandabile. Mio padre, a tal proposito, ripeteva spesso che se fosse nato donna, sarebbe morto vergine, perché mai si sarebbe
fatto toccare da certi elementi maschili, neppure con una canna di venti metri!
Io
allora vedevo le donne come delle dee, da adorare e venerare; sicuramente da
rispettare e da amare, ma mai da considerare come una merce di consumo, da
pagare per delle prestazioni sessuali; e
neppure dei corpi di cui godere, per poi
scappare, in cerca di altro piacere, come sembravano suggerire le teorie di mio
fratello ma anche di tanti altri uomini di mentalità maschilista.
Eppure
questa attrattiva che i cattivi esercitavano sulle donne; questa loro
attitudine a legarsi sentimentalmente con dei caratteri arroganti, con degli
spavaldi, quando anche non perfino delinquenti e malvagi, per me rimane un mistero irrisolto e, forse,
irrisolvibile.
Può
darsi che sia soltanto un problema di sicurezza interiore. Ho avuto modo, in
periodi diversi della mia vita, di appurare che le donne sono attratte da un
carattere stabile, fermo e sicuro; magari per contrasto con il loro carattere,
in fondo volubile e, se non altro,
fisicamente più fragile. E a volte, ai loro occhi, un bravo ragazzo è
soltanto un carattere insicuro e fragile (e si sa che i simili si
respingono);mentre gli opposti si attraggono; ed ecco spiegata la loro
attrazione per i supermachos motorizzati, che vivono ai margini della legge e
che non hanno altre sicurezze nella vita che il loro ego smisurato e la loro
boria.
Eppure
i femminicidi che si susseguono oggi a ritmo impressionante, mostrano al
contrario una grande fragilità psicologica nei maschi e allo stesso tempo
sembrano dar ragione però a una certa attitudine all’autodistruzione ed ai guai
che le donne hanno sempre mostrato di avere, sin nella scelta dei loro uomini.
Così
passò anche quell’estate del 1971, tra grandi discorsi, inestricabili misteri e
canzonette facili che mio fratello metteva alla radio in sottofondo, quando non
ascoltava chiamate Roma 3131 o altri programmi radiofonici pseudo-culturali.
Tra le
canzoni che più ho amato, in quell’anno, oltre a quelle già menzionate nei
capitoli precedenti, mi piace ricordare “Ed io tra di voi” e “L’istrione” di
Charles Aznavour; “Donna felicità” dei Nuovi Angeli; “Pensieri e parole” del
grande Lucio Battisti (e di Mogol Giulio Rapetti).
Quando
tornammo a Cagliari, preludio all’inizio dell’anno scolastico, imparai da un
amico quattro accordi alla chitarra ( Do,
La minore, Re minore e Sol). Davvero ben poca cosa se si pensa che in
questo stesso anno i Led Zeppelin pubblicano “Stairway to Heaven”, David Bowie
“Ziggy Stardust” e i Rolling Stones “Brown Sugar”.
Ma io
li avrei conosciuti soltanto qualche anno più tardi. Quell’anno conobbi “Jimi
Hendrix” ed il suo meraviglioso “Electric Ladyland” grazie a uno scambio che
feci con un amico che nel darmi la cassetta di Hendrix in cambio di una che io
avevo di Orietta Berti (non ne ricordo il titolo, né come l’avessi avuta,
perché in realtà non l’avevo mai neppure ascoltata) mi disse di pensarci bene,
perché stavo facendo il peggiore affare della mia vita e che lui era disposto a
darmela senza niente in cambio, perché comunque lui ne avrebbe guadagnato
qualcosa già nel liberarsene.
Io
ascoltai per anni, in estasi, quelle meravigliose composizioni musicali, quella
magica chitarra, quella voce che sembrava arrivare da un altro mondo. Solo più
tardi scoprii che dietro quelle composizioni musicali, così come per quelle dei
Led Zeppelin, dei Rolling Stones, di David Bowie e di tanti altri artisti della
musica rock c’era davvero un altro mondo, fatto di esperienze vissute
attraverso il consumo di sostanze stupefacenti, dalle più leggere e forse
innocue, a quelle più pesanti e micidiali. Tanto ciò è vero che molti di questi
artisti sono morti per l’abuso di queste sostanza stupefacenti. Ma all’epoca io
ero davvero all’oscuro di queste esperienze,
che feci soltanto più tardi negli
anni, quando mi recai a Londra, in cerca
neppure io saprei dire di cosa. E anche di questo avrò modo di parlare in seguito al paziente ed
affezionato lettore, se vorrà continuarmi a seguire.
Io
però, all’epoca, non vedevo l’ora di
tornare a scuola. Lì, più che in casa mia, trovavo la mia dimensione ideale.
E poi
adesso mi aspettava la quarta. Stavo diventando grande, anche se non me ne
accorgevo.
Leggi il testo integrale di Memorie di scuola di Ignazio Salvatore Basile, acquistando on line(c/o Mondadori store, Feltrinelli, IBS, Libreria Universitaria, Amazon ecc.) oppure in libreria il volume edito da Youcanprint ISBN 9788827845486. Il romanzo è disponibile anche in formato e-book nel sito della casa tramite il link sottostante.
Etichette:
andreotti,
cagliari,
comunismo,
cristiana,
davinci,
democrazia,
disciplina,
divorzio,
fanfani,
leonardo,
moro,
orologi,
orologiaio,
ragioneria,
samassi,
socialismo,
studio,
tecnica,
villasor
venerdì 19 aprile 2019
Still over Brexit
The horrible news coming from Northern Ireland are a consequence of that disgraceful referendum.
As an European citizen I feel sorry and as a peaceful man I would like UK staying in the EU as a garantee for a progressive, democratic growth of the United States of Europe.
I know I'm too old to hope to see the political Union of our Continent; but let me hope that our sons might be able to see them.
I embrace all the Europeans, including my brother British. Stay together, in peace, English, Scottish and Irish brothers. And if you can, stay still with us.
domenica 7 aprile 2019
L'Adultera
VIII
L’adultera
1.
Audace il sasso scagli
Chi è
senz’alcun peccato
E
l’anima senza sbagli
Ha in cuore
suo trovato.
2.
Ed or continuo a scrivere
A Dio
sulla terra nuda
Perché
se vuole eluda
Ch’io
prosegua a vivere
3.
tra questa gente indegna
che in
continuazione
m’induce
in tentazione
sfuggendo
ciò ch’Ei insegna
1.
per mezzo mio; in Cielo
riportami
se vuoi, Abbà,
che
ben hai visto qual velo
copre
gli occhi a questi qua!
2.
Ma se vuoi che anche io
Muoia
sotto il vil tiro
Qua
son, non mi ritiro
Mio
Signore e Padre mio !
3.
Va, adultera flagrante!
Niùn
il sasso ha teso
Contro te. Anzi l’ha reso
In
terra e ripensante
ai
fatti suoi s’è volto.
Va,
qui accanto a te Gesù
ogni
peccato ha tolto!
Va, e
non peccar mai più!!!
Leggi gratis più brani del Vangelo di San Giovanni, tradotti in rima e in versi dall'autore, attraverso il link: https://www.amazon.it/dp/B07PR73GCG
sabato 6 aprile 2019
Memorie di scuola - Parte prima
Voglio
ricordare però tre episodi importanti che avvennero prima del rientro a scuola:
Il
primo avvenne a Venezia il Sabato 16 settembre 1972.
Il
papa Paolo VI a Venezia nella sua breve visita pastorale nella città lagunare,
al termine della Messa celebrata in
piazza San Marco, si toglie la stola
papale, la mostra alla folla e la mette sulle spalle del patriarca, Albino
Luciani, visibilmente imbarazzato. Il gesto del Pontefice non viene ripreso
dalle telecamere che hanno già chiuso il collegamento ma è documentato da
numerose fotografie. Albino Luciano sarà il papa di un mese nel 1978. La sua
morte repentina è ancora oggetto di tante chiacchiere e dicerie sulla congiura
che sarebbe maturata nei palazzi apostolici vaticani a suo danno.
La
seconda è datata Giovedì 21 settembre 1972. L’isola di Santo Stefano, in
Sardegna, viene concessa agli USA come
appoggio militare per i sommergibili nucleari. Di tale concessione non venne
mai esibito da Andreotti (e dagli altri politici responsabili) alcun Trattato,
per cui si dovette presumere trattarsi di un accordo segreto. Tutto il
movimento studentesco si sollevò contro tale concessione e non soltanto in
Sardegna.
La
terza ed ultima notizia è di Lunedì 25 settembre 1972 e riguarda le dimissioni
di Storti, segretario CISL, per contrasti con la destra interna contraria
all’unificazione sindacale. Si tratta della famosa unificazione sindacale nella
triplice, CGL, CISL e UIL che fu per decenni una vera e propria potenza
politico-sindacale.
Venerdì
13 ottobre 1972 la Corte di cassazione trasferisce a Catanzaro il processo per
la strage di piazza Fontana.
Venerdì
20 ottobre 1972 vengono indiziati di
reato, per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza
Fontana tre dipendenti del Ministero degli Interni. Elvio Catenacci era dirigente
degli Affari riservati di quel ministero. Gli altri due erano i capi degli
uffici politici delle questure di Roma e Milano e si chiamavano Bonaventura
Provenza e Antonino Allegra. Il provvedimento è legato in particolare alle
indagini sulle borse usate per gli attentati di Milano.
Sabato
21 ottobre 1972 ci sono degli attentati ai treni che portano a Catanzaro i
sindacalisti per una conferenza sul Mezzogiorno: 6 feriti.
Mercoledì
8 novembre 1972 Richard Nixon trionfa
nelle presidenziali Usa.
Lunedì
13 novembre 1972 nel corso del XXXIX congresso del PSI a Genova viene eletto
segretario Francesco De Martino.
Domenica
26 novembre 1972 viene dato fuoco alle auto di nove impiegati Fiat.
L’atto
criminoso verrà rivendicato dalle
Brigate rosse . Questa organizzazione terroristica di sinistra farà a lungo
parlare di sé per tutti gli anni settanta. Il suo potere e il suo terrore
culmineranno nel 1978 con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e con lo
sterminio sanguinoso della sua scorta. Si erano illusi di poter conquistare
l’Italia non con le armi della democrazia ma attraverso un’insurrezione
popolare. Si accorsero ben presto che gli italiani non erano disposti a
seguirli e che erano soltanto un gruppo di fanatici sanguinari che sognavano
una rivoluzione impossibile. E meno male che gli italiani non li hanno seguiti:
che cosa sarebbe uscito fuori di buono da una ennesima rivoluzione comunista
fondata sul sangue innocente?
Sono
stato sempre contrario alla violenza, oggi come allora. Con la maturità di oggi
posso dire che preferisco dare retta a San Paolo e invitare i giovani a seguire
le leggi. Chi rispetta e segue le leggi non sbaglia mai.
Ma
soprattutto raccomando di non affidarsi mai alla violenza. Essa è foriera di
altra violenza e non porta mai a nulla di buono.
Venerdì
1 dicembre 1972 muore a Roma, in una stanza all’undicesimo piano del
policlinico Agostino Gemelli, l’ex presidente della Repubblica Antonio Segni.
Accanto a lui la moglie Laura, i quattro figli Celestino, Giuseppe, Paolo e
Mario con le nuore, il medico curante professor Breda e il medico personale
professor Giunchi. La notizia della morte è comunicata al Senato dal
vicepresidente Spataro.
Sempre
il 1º dicembre, a Torino, il pugile
Bruno Arcari conserva il titolo mondiale dei Welters junior vincendo ai punti
contro lo sfidante Costa Azevedo.
Il 3
dicembre a Roma: viene arrestato il boss mafioso Tommaso Buscetta. Estradato
dal Brasile, dovrà scontare 14 anni di carcere. Diventerà la gola profonda di
Cosa Nostra e inaugurerà la stagione del pentitismo di mafia.
Il 14
dicembre a Bonn viene eletto cancelliere il socialdemocratico Willy Brandt. Sarà il fautore della c.d.
Ostpolitik, la politica di apertura verso l’Est che, indebolendo l’Unione Sovietica,
porterà alla riunificazione della Germania nel 1989.
Il 15
dicembre viene approvata la legge n. 773
(legge Valpreda) con la quale viene concessa la libertà provvisoria prima della
sentenza anche agli imputati per reati gravi che siano in attesa di giudizio da
lungo tempo. Grazie a questa legge, l’anarchico Pietro Valpreda verrà
scarcerato dopo tre anni di ingiusta detenzione.
Entra in vigore in via definitiva la legge 772 che
permette l’obiezione di coscienza al servizio militare.
Il 19
dicembre l’Apollo 17 ammara nell’oceano riportando a casa Eugene Cernan, Ronald
Evans e Harrison Schmitt. È la conclusione della prima (finora) esplorazione
umana della Luna.
Il 21
dicembre: Germania Ovest e Germania Est si riconoscono vicendevolmente.
A
scuola rientrammo l’8 gennaio, dopo l’Epifania, come d’abitudine.
Per il
secondo anno consecutivo, però, il rientro dalle vacanze di Natale non segnò la
fine degli scioperi.
Adesso
si riprendeva a protestare già dopo qualche settimana di studio (a ridosso
delle interrogazioni di fine quadrimestre) e poi si proseguiva, tra alti e bassi, sino ad aprile-maggio, quando con gli
appuntamenti canonici ed imprescindibili, del 25 aprile e del 1°
maggio ci si ritrovava nelle piazze per chiudere la stagione delle proteste.
Gli
animi degli studenti erano dunque ormai accesi praticamente per tutto l’anno
scolastico.
Uno
dei temi nazionali, oltre al tema delle stragi di Stato, ormai entrato nel
linguaggio extra-parlamentare corrente, era quello del riconoscimento dei
diritti agli studenti di dibattere
all’interno dell’orario scolastico. La rivendicazione scandalizzava i benpensanti
e i reazionari che invece ribattevano come gli studenti dovessero pensare
soltanto a studiare (e ad obbedire).
Il disegno di legge n. 2728, che prevedeva una delega del
parlamento al Governo per il riordino della scuola, stazionava in commissione
sin dal 1970.
Dopo una serie di rimaneggiamenti questo disegno portò alla
legge delega 477/1973, la madre del riordino scolastico con cui vennero
concessi agli studenti i diversi diritti che essi reclamano sin dal 1968, tra
cui il diritto alle assemblee d’istituto e alle assemblee di classe (oltre che
alla rappresentanza studentesca nel consiglio d’istituto).
Motivo per cui le
manifestazioni ripresero a metà gennaio, subito dopo l’inizio delle lezioni.
Eppure l’anno era iniziato sotto gli auspici dell’allargamento
della CEE alla Danimarca, alla Repubblica d’Irlanda e del Regno Unito (il cui
ingresso era stato a lungo ostacolato dal generale De Gaulle che, come ogni
buon francese che si rispetti, non amava molto gli Inglesi).
Ormai ci si incontrava molto spesso anche al pomeriggio. Nelle
accesissime discussioni, che si
svolgevano per lo più alla Casa dello Studente di Magistero (allora sito nella
Piazza d’Armi di Cagliari) si mischiavano i massimi sistemi ed i temi di politica
internazionale (la lotta di classe, la repressione della borghesia, lo
sfruttamento del proletariato, la guerra del VietNam) con i problemi di
pratica quotidianità (la pendolarità, la
mensa degli studenti, da estendere anche a noi degli istituti superiori, la
carenza di laboratori, palestre e
strutture scolastiche in generale).
Erano temi più grandi di noi ma Dio sa se sulla maggior parte
di essi non avevamo ragione. Io, per esempio, non sono mai entrato in un
laboratorio e non ho mai usato una calcolatrice messa a disposizione dalla
scuola; e per le lezioni di Educazione Fisica (oggi la materia si chiama
“Scienze Motorie”) dovevo andare in contro turno al campetto della Rai di Viale
Bonaria.
E per quanto riguarda i temi di più ampio respiro, se
proviamo a sfrondare i discorsi di allora dai fronzoli e dai manierismi
sessantotteschi, oggi non parleremo forse di sfruttamento del capitalismo o di
lotta di classe, ma di redistribuzione più equa della ricchezza nazionale. E
per quanto riguarda il VietNam e gli USA, beh, sappiamo tutti che ci sono a
capo di quei Paesi due capoccioni fuori di testa, smaniosi di dare l’avvio alla
più cruenta e distruttiva guerra mondiale che la Terra abbia visto, dai tempi
della guerra di Troia ai nostri giorni!
C’erano,
come ho già scritto, anche dei gruppi politici organizzati: Lotta Continua, Il
Movimento marxista-leninista, I Maoisti, su Populu Sardu, Servire il
popolo, e altri che adesso non ricordo;
ma molti di noi studenti, e io fra questi, in realtà volevano soltanto una
società più giusta, un’alternativa allo strapotere democristiano (che sembrava
non avere rivali), e non avevamo un inquadramento politico vero e proprio.
Ecco
uno scampolo tratto dai volantini in ciclostile, frutto di quelle nostre fumose
ed accalorate riunioni:
“
STUDENTI! Ancora una volta la repressione colpisce il movimento di massa degli
studenti in lotta. Ciò è quanto avvenuto al liceo classico Siotto dove gli
studenti dell’Artistico in sciopero si erano recati per affrontare il problema
dell’edilizia scolastica, dove la polizia è intervenuta nel corso della libera
assemblea per prendere le generalità degli studenti. Ma gli studenti del Siotto
e dell’Artistico non si sono fatti certo intimidire dai servi della borghesia
ed anzi, tutti assieme, si sono recati in Facoltà di Lettere dove, nonostante
il tentativo del Rettore, gli studenti hanno proseguito lo svolgimento
dell’assemblea. PER COMPRENDERE NEL SUO VERO SIGNIFICATO QUANTO E’ AVVENUTO AL
SIOTTO E NELLA FACOLTA’ DI LETTERE BISOGNA INQUADRARE TUTTO CIO’ NELLA POLITICA
CHE LA BORGHESIA ITALIANA STA PORTANDO AVANTI SU TUTTI I FRONTI. Il capitalismo
italiano si dibatte in una profonda crisi. Questa crisi trae origine dai
fattori interni del capitalismo e del suo sistema di sfruttamento. Da una parte
vi è un piccolo numero di sfruttatori e dall’altra le vastissime masse
lavoratrici e popolari le quali prendono coscienza sempre più che questo
sistema è contro di esse.”
E’ ben vero che su mille studenti scioperanti, ai
cortei ci ritrovavamo in cento; e di questi cento, soltanto dieci partecipavano alle riunioni
dei collettivi nelle varie sedi che si offrivano di ospitare i dibattiti degli
studenti in lotta. La maggior parte degli studenti preferivano imboscarsi con
le ragazze nei ritrovi della zona del Castello, la parte medioevale di
Cagliari, strapiena di club privati (come si chiamavano allora i ritrovi
sociali giovanili), dove si faceva di tutto: ballare, fumare, sfranellare e anche il resto.
Ma io avevo addosso il sacro fuoco della
rivoluzione, e fedele ai miei principii e alle mie scelte, proseguivo e
persistevo nella lotta senza tregua contro le istituzioni.
A pensarci bene, non mi sarebbe convenuto farmi
una ragazza e imboscarmi come gli altri in un circolo di Castello?
Non solo mi sarei risparmiato tante arrabbiature,
ma mi sarei sicuramente divertito di più!
Invece, sulle ali del mio impegno politico, passai,
forse senza rendermene conto, quel segno che qualcuno aveva tracciato per terra
come limite massimo della protesta.
In seguito a un’assemblea negataci dal
preside io mi recai nelle classi e,
interrompendo sfacciatamente le lezioni, convocai l’assemblea permanente.
Alcuni docenti non gradirono evidentemente la mia
interruzione e mi segnalarono al preside.
Non so se il Capo dell’istituto segnalò la cosa
al di fuori della scuola (non l’ho mai saputo; e se lo ha fatto, tutto venne
archiviato) ma so per certo che riunì il Consiglio di Classe e chiese
l’adozione di seri provvedimenti. Si formarono all’interno del Consiglio di
Classe due fazioni: una era per la linea dura e implicava, con la sospensione sine
die della frequenza, l’ espulsione dalla scuola; un’altra propugnava
invece una linea più morbida, di comprensione, che prevedeva la sospensione
temporanea, per un massimo di 15 giorni, anche per il fatto che il mio profitto
scolastico, nei cinque anni, era stato, tutto sommato, più che buono. Alla fine
prevalse la linea morbida, anche grazie all’intervento di mia madre che si
precipitò a scuola a perorare la mia causa, pregando i miei docenti di non
rovinare la mia carriera scolastica e la mia stessa vita (si sa come sappiano
essere melodrammatici i cuori di mamma per i loro figli, sempre innocenti,
bravi ragazzi o tutt’al più birichini). Ciò non mi evitò comunque una bella sospensione di 15 giorni, con
annessi e connessi.
Voglio
precisare, per concludere, che la nostra era più una protesta culturale e
sociale, piuttosto che politica.
Volevamo molto semplicemente più
spazi per i dibattiti all’interno della scuola e un ruolo costruttivo (magari
in unione con gli operai) fuori dalla scuola.
Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).
Volevamo più libertà di pensiero; odiavamo l’autorità costituita e la scuola gerarchica e schematizzata di stampo ancora fascista (o così sembrava a noi).
Io,
pur condividendo gran parte delle rivendicazioni studentesche di quegli
anni, rifiutavo per indole e per istinto
la contrapposizione violenta tra gruppi estremisti di sinistra e gruppi
estremisti di destra.
Detestavo
(e detesto tuttora) ogni forma di violenza. I miei idoli erano Kennedy, Marthin
Luther King e Gandhi; e della religione mi affascinava soltanto Gesù, con la
Sua mitezza, la Sua innocenza, il Suo amore per gli ultimi e i diseredati,
mentre detestavo con tutta la forza dei miei diciotto anni le gerarchie vaticane (non è che mi
facciano impazzire neanche tutt’oggi; a parte papa Francesco, naturalmente).
Questo
mio amore per Gesù lo pagai a caro prezzo all’esame di maturità (come si
chiamava allora l’esame conclusivo di licenza superiore).
Ma
questo fa già parte della prossima puntata.
Con il
mio allontanamento da scuola e la mia sospensione, gli scioperi e le proteste ebbero termine.
Le
emozioni e i sentimenti che provai in quei quindici giorni passati a casa,
lontano dalla scuola, furono assai intensi e contraddittori.
Passavo
dal pentimento alla rabbia; dal vittimismo al desiderio di rivalsa; dalla
rassegnazione ad un senso di sollievo perché, tutto sommato, poteva anche essermi
andata peggio; quindi subentrava un sentimento di disagio e di inadeguatezza,
dovuto all’incapacità di ricapitolare
razionalmente quanto mi era successo e, a momenti, perfino un sentimento di
frustrazione per non poter tornare indietro, per riavvolgere gli ultimi
avvenimenti occorsi ed imprimergli un finale meno umiliante e amaro.
E in
fondo all’animo riflettevo sulla condizione umana. Pensavo che siamo come i bagagli
degli aeroporti. Qualcuno, un giorno, ci confeziona e ci imbarca; così iniziamo
un viaggio lungo e contorto. Se
superiamo ostacoli e tragitti, finalmente vediamo la luce, attraverso l’uscita del nastro trasportatore che ci immette nella sala
di recupero dei bagagli dove, se tutto va bene, qualcuno è ansioso di prendersi
cura di noi. In casi estremi , ma non è raro, possiamo anche perderci per
dimenticanza o menefreghismo degli stessi soggetti che ci hanno concepiti. E se
vediamo la luce della sala d’attesa, uscendo da quel buffo carosello che si
chiama nastro trasportatore, inizia la nostra vita. E siamo come pantaloni,
cappelli, cravatte, camicie, giacche, mosse dal vento, spinti talvolta così
lontano, da non ritrovare neppure la
strada per ricongiungerci a chi sembrava così affezionato da non poter vivere
senza di noi.
O
forse, se siamo fortunati, siamo come la pioggia, che scende da cielo
sulla terra, la feconda, e poi evapora e ritorna in cielo.
Io mi
sentivo come una pietra di fiume, rovente e immobile nel greto secco,
rotolando a valle sotto lo scorrere dell’acqua nei periodi di piena, capace di
aggregarmi, lungo il percorso, con chiunque mi fosse capitato vicino: alghe,
pesci, altri ciottoli rutilanti, oggetti organici e inorganici coinvolti con
me in quel viaggio senza altra meta che una indefinita valle dove attendere
un’altra stagione di pioggia o di sole per poter ricominciare tutto da capo.
Passavo le giornate ascoltando le canzoni che allora andavano
per la maggiore: Alice di Francesco De
Gregori; E mi manchi tanto degli Alunni Del Sole; Erba di casa mia di Massimo Ranieri; Vento nel vento, Il mio
canto libero e Io vorrei non vorrei ma
se vuoi di Lucio Battisti; Viva l’Inghilterra di Claudio Baglioni; Vado via di Drupi; Canzone
intelligente di Cochi e Renato; Crocodile rock e Daniel di Elton John; Walk on the wild side di Lou Reed; You're
so vain di Carly Simon e tante altre di
cui cercavo gli accordi sulla chitarra, testardamente, per ore ed ore.
Quando
rientrai a scuola feci appena in tempo a prendere visione del programma svolto
e delle cose da studiare che fu subito Pasqua. Riuscii a recuperare e a ottenere la sufficienza in tutte le
materie. Così venni ammesso a sostenere l’esame di maturità.
Sfortuna
volle però che venisse designato come Commissario Interno il docente di Inglese, un certo prof. Zucca (che io
avevo soprannominato Joe Vernaccia) e che apparteneva all’ala dei duri del Consiglio
di Classe (cioè di coloro che mi avrebbero ben volentieri fatto fuori per
sempre).
Oltretutto, ma questo lo scoprii dopo, qualche carogna di compagno di classe gli aveva riferito del soprannome che gli avevo rifilato.
Oltretutto, ma questo lo scoprii dopo, qualche carogna di compagno di classe gli aveva riferito del soprannome che gli avevo rifilato.
A quel
tempo i commissari esterni si affidavano completamente al commissario interno
per conoscere la personalità del maturando, anche se i voti e un giudizio
sommario stabiliti dal consiglio collegialmente potevano comunque fornire una
indicazione, seppure soltanto provvisoria e non certo decisiva. L’esame consisteva in due
scritti (italiano e materia di indirizzo) e in un colloquio comprendente
quattro materie designate in precedenza in parte dal Ministero e in parte dal
Consiglio di Classe. Di queste quattro una veniva scelta dal candidato e
l’altra, a sorpresa, dalla commissione d’esame (in realtà era invalso l’uso di
consentire la scelta, tramite il commissario interno, anche della seconda
materia).
Insomma
l’esame non era un granché difficile.
Io
scelsi il tema che invitava il candidato ad esporre con parole sue il
significato che egli attribuiva all’art. 11 della Costituzione. Era un tema
sulla pace. Io ero per la pace, lo sono sempre stato e sempre lo sarò.
Nel
tema parlavo dei miei idoli di allora: Marthin Luther King, il Mahatma Gandhi,
Gesù Cristo (che allora riconoscevo e ammiravo come Uomo, vittima
dell’incomprensione e della protervia degli uomini di potere; mentre oggi lo
riconosco anche per quel che Egli effettivamente è: il Figlio di Dio sceso in
terra per la nostra salvezza).
Ma il
commissario interno mi aveva presentato come un sovversivo, rivoluzionario e di
sinistra (e forse, chissà, anche un
potenziale terrorista).
Sostenne che io avevo cercato di ingraziarmi la
commissione presentandomi come un agnello innocente mentre in realtà ero un
lupo.
Per
farla breve il mio esame fu un disastro. Ma per fortuna riuscii a superarlo. Un
altro anno in quella scuola non lo avrei davvero voluto fare.
E
neanche loro, probabilmente, mi ci avrebbero voluto.
Ironia
della sorte, la mia tesi all’Università, molti anni dopo, avrebbe avuto ad oggetto la risoluzione
pacifica delle controversie internazionali in ambito ONU.
Mio
relatore sarebbe stato il vecchio Preside, l’esimio prof. Giovanni Pau, grande internazionalista, che sarebbe
riuscito a farmi dare il massimo punteggio che poteva essere assegnato per la tesi, in proporzione alla
media dei voti riportati (il che mi portò ad una votazione che veniva definita,
al tempo, come corrispondente ai “pieni voti legali”).
Ma
questo fa già parte di un’altra storia.
Leggi il testo completo delle Memorie di scuola di Ignazio Salvatore Basile nei migliori store on line Mondadori, Feltrinelli, Amazon, Libreria Universitaria, IBS oppure direttamente attraverso il link sottostante
https://www.youcanprint.it/biografia-e-autobiografia-generale/memorie-di-scuola-9788827845486.htmlLeggi il testo completo delle Memorie di scuola di Ignazio Salvatore Basile nei migliori store on line Mondadori, Feltrinelli, Amazon, Libreria Universitaria, IBS oppure direttamente attraverso il link sottostante
Iscriviti a:
Post (Atom)






