last moon

sabato 29 ottobre 2022

La Terza via - 34

 


«Per me l’infame è stato uno dei rossi. Mi hanno bevuto per colpa di un figlio di papà. Il padre è un  politico democristiano, un pezzo da novanta, figlio di puttana come quello che ha generato! » mi disse la  sera prima di partire per Santa Marta. «Gli infami sono una brutta stirpe sai? Il mio istinto mi dice che è stato lui! Maledetto! Spero che qualcuno lo ammazzi. Io se lo rincontro, sono capace di ammazzarlo. Non bisognerebbe mai fidarsi dei ricchi. E il padre è uno che i soldi ce li ha. E pure molti»

Neanche allora mi piaceva fare domande. Ma mentre parlava dei soldi di quel suo compagno mi parve di cogliere una punta di invidia. Giampiero, a Londra,  mi aveva detto che il padre di Donato era un politico democristiano, un uomo potente. Chissà perché io pensai che fosse proprio lui il compagno di rapine di Silvio. Mi chiesi che cosa sarebbe stato Silvio, se fosse nato nella famiglia  di Donato, coi soldi in tasca, la vita facile, auto di lusso, donne, belle case, carriera assicurata; al vertice della società senza faticare. Sarebbe passato anche lui dall’altra parte della barricata, come aveva fatto Donato?

domenica 23 ottobre 2022

La Terza via - 32

 


https://www.edizioniefesto.it/collane/origo-gentis/437-la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade.

Fu allora che mi confidò di non chiamarsi Silvio. Mi disse il suo vero nome, anche se adesso non lo ricordo; chissà perché mi è rimasto impresso soltanto quel primo nome. Il giorno era in vena di confidenze. Disse che mi apprezzava molto, come uomo e come sardo.

Io da principio  non capivo perché mi facesse quei discorsi,  ma subito dopo capii.

Era per dirmi che lui della Sardegna aveva conosciuto soltanto il peggio: le umide celle del carcere speciale dell’Asinara.

Era finito in quel carcere di massima sicurezza per colpa di certe rapine che aveva fatto con dei politici. Era lui che li guidava: prima di intervenire si calavano il passamontagna; lui prendeva un respiro grande e partiva; gli altri lo seguivano. Tutto dipendeva da quel respiro e dalla sicurezza che lui comunicava agli altri. Ma lui non lo faceva per motivi ideologici. A lui piaceva la bella vita, coi soldi facili  in tasca. Suo padre era stato un operaio e lui non avrebbe fatto la sua fine. Lui voleva un’altra vita. Si era associato ai rossi perché in fondo volevano la stessa cosa: i soldi. Ai rossi  servivano per finanziare i loro progetti, lui aveva una famiglia, una moglie e un figlio.  E non gli andava di sgobbare per una mesata, appena sufficiente a mantenere la sua famiglia. I soldi ce li avevano i ricchi e a loro bisognava levarli. Ma chi lo aveva decretato che lui doveva appartenere a quelli costretti ad  assoggettarsi per consentire ai ricchi di prosperare? Ecco cosa lo assimilava ai rossi; non avrebbe mai potuto lavorare coi fasci, lui (usò proprio il  verbo lavorare, da lui, nei fatti, in realtà tanto aborrito); anche se non era un politico capiva da quale parte stava la ragione e dove stava il torto. Il torto stava coi neri, perché quelli il grano ce l’avevano in gran quantità, senza bisogno di lavorare e senza fare rapine, come toccava a fare a lui.

domenica 16 ottobre 2022

La Terza via - 27

 


Intanto il “cannone” girava. Il fitto brusìo nella sala era interrotto da scoppi di risa e sprazzi di allegria, mentre una densa cappa di fumo saliva dal piano sottostante verso il soffitto, condensandosi sempre più. Un via-vai concitato e frenetico mi indicava che gli ultimi avventori stavano ancora rifornendosi di bevande al bancone sottostante.

 

Mentre il concerto aveva ripreso i suoi ritmi, con qualche abile variazione vocale della voce solista, mi resi conto d’un tratto di avere la gola asciutta e la bocca impastata, al punto da non riuscire quasi a parlare, avvedendomi nel contempo che le nostre birre erano pressoché intatte, sul tavolino di fronte a noi.   

 

Tracannai direttamente dalla bottiglia una lunga sorsata di birra fresca

Sentii quel fresco liquido nella bocca, scendermi lungo la gola, lo seguii mentalmente giungere allo stomaco e da lì diffondersi con calore; pensai ai piccoli rivoli quando si immettono nei torrenti e nei laghi; ai grandi fiumi che sfociano lenti ma inesorabili nei mari ed ai mari tutti collegati agli oceani, come un unico grande flusso di energia, avvolto nelle impenetrabili sinergie cosmiche; e se anche i conduttori del nostro sangue, dai più piccoli vasi alle  più grandi arterie, convergono in unico centro; e se i nostri corpi, da millenni pulsano nell’aria, interagendo attraverso immateriali contatti di forza vitale, talvolta contrastanti e contrapposti ma guidati pur sempre verso un’unica direzione; se il nostro cervello contiene il nostro presente assieme al passato e, chissà, forse anche al futuro, allora dov’è, mi chiedevo, il centro dell’Universo? Il cuore pulsante dell’umanità? Il centro del Tutto che Buddha cercava nei tortuosi sentieri della mente? Era forse questo che cercavano i miei fratelli, fuggendo dalle certezze materiali dell’occidente, sulle vie incerte dell’Oriente? Ma perché cercarlo con l’inganno degli acidi, con l’illusione dell’oppio? Perché con l’eroina? E se l’Oriente, da millenni ha assorbito   l’ urto devastante dell’oppio, le più inesperte e deboli civiltà dell’occidente, sapranno sopravvivere ai colpi delle sue più allucinanti e micidiali essenze? 

 

 Anche quella notte, prima di addormentarmi, pensai che avrei dovuto  smettere con quella vita inutile. Dovevo mettere un punto e andare a capo. Forse l’oriente era quel punto che cercavo per ricominciare a dare un senso alla mia vita.

Non saprei  spiegare oggi, né come, né perché, io che sognavo l’oriente, mi ritrovai invece in America. Forse il mio compagno di viaggio di allora, aveva un amico in Venezuela e gli aveva promesso di farlo lavorare in quel paese ricco sfondato di petrolio e di ogni bendidio. Così mi accadde come a  Cristoforo Colombo,  che cercando le Indie, trovò invece l’America. Ma in Venezuela non ci arrivammo mai, per colpa di un visto mancante di cui nessuno ci aveva informati; per cui il mio amico se ne tornò a Londra e io me ne andai in Colombia.

Fu lì che, in modo del tutto casuale,  ebbi notizie di Donato

martedì 11 ottobre 2022

La Terza via - 25

 

https://www.edizioniefesto.it/collane/origo-gentis/437-la-terza-via-un-uomo-un-viaggio-tre-strade.

Si voltò istintivamente all’indietro e si videro sopraggiungere Michelle e Martine che parlavano fitto, fitto, tenendosi sottobraccio.

« Cosa sono questi segreti?»- gli chiese Giampiero.

«Niente che ti riguardi»– rispose Michelle con quella sua aria, allo stesso tempo  impertinente ed ingenua.

Al pub Michelle riconosce, nonostante sia già una mezza bolgia,  un suo vecchio conoscente. Un figo con l’aria da pusher attorno al cui tavolino avevo notato un certo movimento. All’inizio Marcus faceva finta di non sentir chiamare il suo nome(e questo mi ha fatto pensare che fosse il suo nome vero) ma quando, con la coda dell’occhio ha riconosciuto Michelle, si è levato in piedi e si è avvicinato a lei, piantando tutto e tutti.

C’è un’intesa sottile e misteriosa, tra i due, e se ne accorge anche Giampiero che, mentre parla con me della situazione politica in Italia, di non so quale governo, presieduto da chissà quale primo ministro, caduto ancora una volta, ingloriosamente, in Parlamento, sbircia ogni tanto i due, senza mai perderli di vista, cercando di cogliere quello che si dicono. I suoi sguardi di gelosia mi richiamano le voci sulla loro crisi.

Mi impongo di concentrarmi totalmente sulla discussione, anche se non ho molta voglia, come al solito, di discorsi troppo impegnativi. Specialmente di sabato sera, in un pub dove la musica e la birra sono le regine incontrastate..

 

«Tu sbagli a prendere come punto di riferimento la Rivoluzione Francese. La vera, unica rivoluzione da cui rimbastire il discorso è la rivoluzione…». Per fortuna mi salva Michelle. Giampiero non fa neppure in tempo a finire la frase.

« Rivoluzione? Il sabato sera sono banditi tutti i discorsi seri»- interviene allegramente Michelle, che nel frattempo si è separata dal suo amico. «Guardate invece che cosa mi ha regalato Marcus!»– e ci mostra una pallina nera tra l’indice ed il pollice.- «Ci pensi tu?»- fa rivolta a me.

«No, ci penso io»– si offre pronto Giampiero. «A proposito, chi era quel tipo? », prosegue con aria indifferente, mentre di già armeggia abilmente con le cartine sotto il tavolo.

«E’ un mio buon cliente!» – risponde Michelle, con un’aria civettuola- «Viene da Rotterdam, ma sono tanti anni che vive qui a Londra. L’ho conosciuto a Camden Lock dove gestisce uno “stall” di abbigliamento con certi suoi soci inglesi. E’ un po’ matto o quantomeno un originale: è sempre fumato perso, dalla mattina alla sera, perché, dice lui, crede nel fumo, bandiera di pace e fratellanza tra i giovani!»

«Se è per questo» – interviene in tono caustico Giampiero – «io ho conosciuto dei fumatori che erano degli emeriti stronzi, e poi non mi sta bene neanche tutto il gran commercio che si fa del fumo…»

«Beh, fintanto che resta illegale, il commercio è redditizio; soprattutto per i grossi spacciatori che non ci pagano sopra neppure le tasse; basterebbe che lo legalizzassero. Sembra quasi che i politici abbiano paura della diffusione del fumo…» – dico io per smorzare il tono della discussione tra i due.

giovedì 6 ottobre 2022

La Terza via - 23

 

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Capitolo 8

 

 

Il sabato successivo, alla sera, feci il mio ingresso all’ ”Western Counties”, un pub sito nel quartiere di Paddington, di cui Donato mi aveva dato l’indirizzo, descrivendomelo come un ritrovo per giovani che amano la musica e il divertimento. Forse speravo di trovarlo lì.

 

C’era ancora  poca gente nel locale: qualche avventore sorseggiava pigramente un drink seduto al bancone del bar, massiccio e lunghissimo, dando le spalle all'ampio salone che completava  il piano terra del locale;   al centro del locale, due giocatori, gessando meticolosamente le loro stecche, si accingevano a cominciare una partita di biliardo e,  non molto discosti,  quasi a ridosso della parete opposta al bancone della mescita, sopra un’ampia  pedana in legno scuro, spiccavano tre chitarre elettriche sfolgoranti,   una stupenda batteria, alcuni microfoni ed altra strumentazione da concerto.

 

Regnava un’aria di intimità e di rilassatezza. Pagai una mezza pinta di birra e mi accinsi a fare un giro di perlustrazione.  Delle brevi scalette, alle mie spalle, portavano ancora più su, a degli ampi ed accoglienti “separès”, con dei tavolini circolari in legno e dei divani con lo schienale sulla parete che, assieme a degli sgabellini in legno, fornivano i numerosi posti a sedere. Anche dai posti più prossimi alle scalette (in pratica quelli laterali) si riusciva a scorgere il piano sottostante.

 

Svuotai la mia birra e dall’inserviente, che accolse con un sorriso il mio boccale vuoto, ebbi la conferma che quella odierna era la serata del concerto. Uscii quindi a telefonare. Visto che Donato non mi rispondeva chiamai Giampiero.  

sabato 1 ottobre 2022

La Terza via - 20

 

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L’autunno del 1977  stava ormai per lasciare il passo all’inverno. Io ero arrivato in estate e il mio guardaroba era decisamente inadeguato. Avevo fronteggiato i rigori dell’autunno con alcuni capi acquistati coi soldi guadagnati in fabbrica,  in un magazzino gestito dallo stesso titolare della fabbrica, un emiliano, o forse un milanese,  assai intraprendente e poliedrico. Il magazzino aveva l’ambizioso e presuntuoso nome di “Uomo Elegante” (Fashion Man). Lì mi ero comprato, a prezzi scontati,  un giaccone di tessuto scozzese e dei pantaloni di flanella. Ma l’inverno londinese abbisognava di un equipaggiamento più serio e completo.

In realtà il guardaroba era soltanto un pretesto per tornare a casa; avevo nostalgia della mia casa, del mio paese, dei miei parenti (soprattutto di mia madre). In fondo mi mancavano soltanto sei esami per finire l’università; forse, pensavo nel rientrare, quelle incomprensioni con i miei fratelli e l’indifferenza di mio padre,  sarebbero state scosse da quella mia assenza prolungata; magari qualcuno o qualcosa mi avrebbe potuto fermare e io sarei stato felice di restare.

L’accoglienza dei miei familiari fu cordiale ma io mi accorsi che in mia assenza era stato raggiunto in famiglia un certo equilibrio,  che aveva magari il sapore di una tregua precaria,  ma era pur sempre foriero di una serenità che in casa mia, come penso in tutte le famiglie numerose, era un bene difficile e prezioso da raggiungere. Insomma, conclusi   con amarezza, in casa mia ero un problema, un motivo di scontro, un pretesto che si aggiungeva alle dispute per la ripartizione delle risorse economiche. La mia assenza aveva rimosso il problema.

Mai e poi mai sarei risuscito a imporre il mio rientro; ritornai con la mente alle lotte di mia madre per ottenere più risorse finanziarie in mio favore, alle risposte piccate e negative dei miei fratelli più grandi nei suoi confronti. No, non sarei mai riuscito e neppure avrei voluto imporre la mia presenza; se la mia assenza aveva risolto il problema, sarei partito di nuovo.